Pomeriggio di violenza allo Zetalab.

20 gennaio 2010

Fino a quando non si assiste alla violenza non è possibile credere che sia possibile.  Ieri, 19 gennaio 2010, è stato versato del sangue in via boito a Palermo, senza nessun motivo.

Dal 2001 nella strada, traversa della centralissima via notarbartolo, un asilo abbandonato è stato occupato ed è diventato un centro sociale. Dopo un inizio assolutamente lineare con la storia di tutti i centri sociali occupati, lo Zetalab è diventato qualcosa di diverso a partire dal 2003 quando ha deciso di ospitare una trentina di persone provenienti dal Sudan che richiedevano l’asilo politico. L’assoluta incapacità dimostrata dall’amministrazione comunale, che già allora era guidata dall’inane Cammarata, nel fornire l’accoglienza per i richiedenti asilo come previsto dalle leggi in materia, aveva trasformato lo Zetalab in un’esperienza inedita di cogestione tra gli attivisti e i sudanesi. Nel corso dei mesi e poi degli anni, il centro sociale si è distinto per la sua attività antirazzista, per la coerenza del suo operato e per l’accoglienza dimostrata agli immigrati che avevano bisogno di un posto dove vivere.

Nonostante un riconoscimento di fatto ottenuto dal Comune, che aveva deciso di fornire l’acqua tramite acquedotto alla struttura occupata, la tensione con l’amministrazione è continuata di fatto per tutta la storia dello Zetalab che è stato anche oggetto di attentati intimidatori e minacce. La situazione è ulteriormente peggiorata dal 2008. L’associazione “Aspasia” ha infatti ottenuto in concessione il bene occupato e, preso atto dell’occupazione, ha avviato le pratiche legali per lo sgombero. Di recente, una sentenza esecutiva ha ordinato la liberazione dei locali ed è stato aperto un tavolo di trattative tra le parti in causa cui hanno partecipato anche esponenti politici locali dell’opposizione che cercavano di mediare tra le posizioni delle istituzioni e quella degli occupanti dello Zetalab. Ci sono stati alcuni brevi momenti di tensione a quanto riportato anche dall’edizione locale di Repubblica.

Ieri mattina alle ore 9 l’ufficiale giudiziario, scortato da uno spiegamento impotente di forze dell’ordine ha provveduto allo sgombero dei locali. I trenta sudanesi sono stati messi sulla strada e sono rimasti sul tetto soltanto due attivisti dello Zetalab ed il consigliere comunale Fabrizio Ferrandelli. C’è stato un ultimo tentativo di intavolare una trattativa, sponsorizzata ormai anche dal comune di Palermo che ha proposto ad Aspasia l’assegnamento di un bene alternativo. Aspasia ha rifiutato.

Nel corso delle ore un piccolo gruppo di dimostranti si è radunato in via boito. Io sono arrivato verso le 16 ed ho trovato un’atmosfera tranquilla, quasi rassegnata. Al di là del cordone protettivo della polizia che si era disposta su due file per chiudere l’accesso al centro sociale, continuava una trattativa ormai chiaramente vana dopo il rifiuto di Aspasia di tornare a discutere. C’erano sicuramente meno di cento persone tra attivisti, simpatizzanti e semplici curiosi. Si sentivano battute, si scambiavano commenti, si arrivava perfino a prendere bonariamente in giro gli amici sul tetto. Quasi tutti i presenti erano convinti di assistere alla morte lenta di una realtà sociale che avevano imparato a conoscere e apprezzare nel corso degli anni.

Dopo il tramonto, due attivisti del centro sociale hanno cominciato una piccola assemblea di autoconvocati, gestita col megafono. Sono state esposte le ragioni del presidio, la decisione di non mollare e l’appello alla convocazione della cittadinanza. Come detto prima, le presenze in via boito non raggiungevano il centinaio. Dopo gli attivisti del centro, apparsi sconfortati e nervosi fin dal primo pomeriggio, una donna appartenente al movimento degli insegnanti precari ha deciso di intervenire per spiegare il sostegno ricevuto nell’organizzazione dei loro incontri proprio dallo Zetalab. In quel momento, senza nessun preavviso, senza alcun motivo, la polizia ha deciso di caricare. Nessuno guardava il cordone, l’insegnante parlava dando le spalle al centro sociale: improvvisamente i manganelli hanno cominciato a roteare e colpire le persone nella prima fila. Come potete immaginare c’è stato un fuggi fuggi generale. Le botte venivano inferte con violenza contro teste scoperte e schiene in fuga, i bersagli erano scelti a casaccio.

La prima carica si è arrestata quasi subito. Purtroppo qualcuno tra i manifestanti ha deciso di reagire ed ha lanciato due bottiglie, nascondendosi vigliaccamente in mezzo alla folla attonita, ancora sconvolta dalle prime botte. La reazione della polizia non si è fatta attendere. Questa volta la carica è stata davvero molto violenta ed i manifestanti sono stati inseguiti fino a via notarbartolo. Ci sono stati tre arresti e la violenza micidiale contro quelli che sono rimasti indietro. Posso dirlo da testimone oculare: la polizia si è accanita con chi era caduto durante la fuga, manganellando a terra, riempendo di botte ragazze e fuggitivi. Da quel momento in poi i manifestanti hanno cercato di tenersi lontani dalla violenza della polizia.

Avendo rivisto in mezzo a noi il provocatore delle bottiglie, un uomo sulla quarantina vestito con una giacca arancione fosforescente, ho chiamato a me uno dei politici presenti chiedendo che venisse isolato. Purtroppo la mia richiesta non è stata ascoltata ed il lanciatore è rimasto in mezzo ai manifestanti, chiacchierando amabilmente con tutti e dimostrandosi se non interno al movimento per lo meno conosciuto da esso. A quel punto ho capito che le cose avevano preso una piega non coerente con le mie opinioni ferme sulla non violenza. Per questo motivo ho deciso di abbandonare la via boito, dopo essermi accertato che i miei amici non fossero feriti. Sono andato via verso le venti. Sul tetto dello Zetalab c’erano ancora i tre del pomeriggio, vicino all’ingresso i sudanesi.

Il presidio davanti allo Zetalab è rimasto anche durante la notte. In particolare, i sudanesi hanno dormito all’addiaccio con tende e coperte portate dai manifestanti. A prescindere dall’opportunità o meno di una manifestazione di protesta, assolutamente pacifica fino al primo assalto della polizia, lo scandalo è rappresentato davvero da queste persone abbandonate che hanno lasciato il Darfur per sfuggire alla violenza e l’hanno ritrovata nella città di Palermo, durante l’anno 2010, in un gelido pomeriggio di gennaio.

Presto per su C6TV i video della violenza.

Update – 11:40
Risulta ferito e in stato di fermo il professore Andrea Cozzo che insegna Teoria e pratica della nonviolenza all’università di Palermo. La notizia si commenta da sola.

Update – 14:15
C6tv pubblica il video di Ruben Monterosso. Guardate e diffondete.

Update – 19:20
La situazione adesso è molto più tranquilla. I tre fermati sono stati rilasciati anche se due di loro sono stati denunciati. Il presidio continua e oggi c’è stata una manifestazione sotto la pioggia.
Sempre sotto la pioggia rimangono però i cittadini sudanesi che venivano ospitati dallo Zetalab.
Sabato pomeriggio grande manifestazione davanti allo Zetalab con l’obiettivo di spostarsi in tutta la città: concentramento alle 16.
Pare che Palermo possa diventare la metà per il corteo dello sciopero dei migranti del primo marzo. Vi terrò informati.

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Non è un paese per tutti.

2 settembre 2009

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Benvenuti in Italia, la nazione che ogni giorno ospita nelle pagine dei suoi giornali una storia di aggressione ai danni di omosessuali. Ormai l’attacco al gay sembra diventato sport nazionale. Nessuno si risparmia: dall’oscena brutalità di un uomo chiamato Svastichella contro due ragazzi colpevoli soltanto di baciarsi alla aggressione al cantante Rez, finendo con l‘attacco vergognoso di Vittorio Feltri contro il direttore di Avvenire Dino Boffo.
Ma che cosa sta succedendo?
Soltanto ieri notte l’ultimo attacco: due bombe carta contro un locale gay a Roma, la nostra capitale. Quella Roma ormai preda dei fascisti e degli intolleranti. Come sono cambiate le cose in pochi mesi…
Ma forse la chiave è proprio nel breve tempo trascorso. Il fuoco dell’odio non si era mai spento e ha trovato oggi le condizioni migliori per tornare a mostrarsi.
Dobbiamo attenderci questo dall’autunno? Dopo gli extracomunitari toccherà ai gay diventare i nuovi paria, difendersi dalle aggressioni e dall’odio? Ogni settimana di più, ogni giorno di più l’Italia è sempre di meno il paese che conoscevamo.
Non è più un paese per tutti.


Giustizia per Federico Aldrovandi.

9 luglio 2009

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Nel giorno in cui i giornali danno la notizia della condanna a tre anni di un tossicodipendente napoletano che aveva rubato un pacchetto di wafer (valore 1 euro e 29) in un supermercato, stona in modo doloroso leggere anche della condanna degli assassini di Federico Aldrovandi. I quattro poliziotti che hanno ucciso il diciottenne ferrarese massacrandolo di botte e hanno cercato in ogni modo di depistare le indagini, sono stati condannati a tre anni e sei mesi di carcere. Non sono neppure stati espulsi dalla polizia.
Gli agenti Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri sono stati giudicati colpevoli di “eccesso colposo” per avere provocato la morte  di Federico Aldrovandi, colpevole di aver assunto una quantità trascurabile di alcool, ketamina e eroina in un parco la notte del 25 settembre 2005.
La condanna subita dai poliziotti che hanno addirittura rotto due manganelli sul corpo del povero Federico, che hanno spostato il cadavere cercando di nascondere il massacro, che hanno negato e intralciato la giustizia in ogni modo è uno scandalo. Questi quattro mostri che hanno sporcato in modo vergognoso la divisa che indossano, divisa indossata negli anni da eroi come Ninni Cassarà, meritavano una condanna esemplare.
Ora, grazie alle facilitazioni previste dall’indulto, i quattro poliziotti condannati si limiteranno a scontare una condanna leggera. Probabilmente non entreranno mai in carcere.
Nessuno invece restituirà alla vita Federico Aldrovandi, all’abbraccio di sua madre che per mesi attraverso il suo blog ha chiesto giustizia per la morte del figlio. Il disgusto per una sentenza di questo tipo è enorme. Non resta che sperare che questi quattro personaggi siano allontanati dalla polizia.
La morte di Federico è una macchia sulla coscienza civile italiana. Ci presenta un corpo di polizia che ha al suo interno dei gruppi o dei singoli che non hanno scrupoli a intralciare la giustizia. In un momento storico nel quale i margini della libertà di espressione vengono ridotti è bene che le forze dell’ordine siano capaci di fare pulizia al proprio interno. La nostra sicurezza è nelle mani di queste persone. Vogliamo avere fiducia in loro e, purtroppo, non possiamo.

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Una lettera dall’Iran.

24 giugno 2009

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Il professor Norman Geras, dell’università di Manchester, pubblica sul suo blog la lettera di un suo lettore iraniano a proposito degli eventi di sabato 20 giugno, data dell’uccisione di Neda Soltan. La traduzione in italiano è mia, l’originale si può trovare qui.

A proposito della tua domanda: la situazione è molto preoccupante purtroppo, per quanto ciò non significhi che io sia assolutamente deluso. Nelle righe che seguono proverò a descrivere la nostra condizione…
La portata delle brutalità commesse durante il Sabato di sangue è ancora ignota al mondo ed anche alla maggioranza degli iraniani. In tutto il mondo hanno visto la scena dell’omicidio di Neda Agha Soltan ma molti non sanno che lei è stata una delle decine di persone che sono state uccise brutalmente dopo le minacce di Khamenei durante la preghiera del venerdì.
In realtà molte fonti indipendenti negli ospedali e nelle cliniche di Teheran hanno contato più di 150 morti; sì, più di 150. I medici sono stati ridotti al silenzio. In realtà quando meno di una settimana prima (il 16 giugno) i medici e le infermiere dell’ospedale Rasul a Teheran ovest sono stati testimoni degli otto morti e dei 21 feriti dopo le manifestazioni di quel giorno, sono scesi per strada a informare la gente
.
Ma durante il Sabato di Sangue, la situazione era completamente diversa dopo l’ordine di Khamenei di usare violenza contro i dimostranti. Sono in possesso di una testimonianza che arriva da un ospedale non lontano da dove vivo… In questo ospedale soltanto i medici hanno ricevuto 20 morti e molti altri feriti. Le forze di sicurezza si sono spostate all’ospedale dove le persone avevano portato i corpi, per radunare tutti i feriti e i morti; quando le forze militari e paramilitari hanno radunato i corpi, li hanno mandati direttamente ad ospedali militari; hanno spostato questi corpi anche verso altri loro centri. Ho una testimonianza di un evento incredibile nell’ospedale: le forze di sicurezza avrebbero sparato sui feriti uccidendoli prima di trasferirne i corpi. Quando i medici e le infermiere si sono ribellati e sono usciti per strada, hanno aperto il fuoco anche contro di loro.
Ora ci hanno detto che quando le famiglie sono andate a prendere i corpi dei loro parenti, le forze di sicurezza le hanno costrette a firmare appelli contro
Mir Hossain Mousavi  nominandolo responsabile per le morti dei loro familiari (la tesi: hanno partecipato a una manifestazione legata a Mousavi; i killer sono “sconosciuti” ma li troveranno tra gli stessi sostenitori di Mousavi).
Alla luce di questa situazione, puoi capire quanto la società sia scioccata. Comunque, il popolo non ha abbandonato la resistenza. Alcune manifestazioni a livello locale sono continuate e la notte la gente va sui tetti a cantare “Allah-o-Akbar” e “
Abbasso il dittatore” e così via. Anche la notte, la milizia Basji bussa alle porte e minaccia la gente per non fargli cantare gli slogan.
Ci sono stati anche degli scioperi a livello locale; nel Kurdistan iraniano, c’è stato uno sciopero ieri. Ma in mancanza di sindacati indipendenti, è difficile organizzare uno sciopero generale.
Il regime golpista usa tutti i mezzi per sopprimere e stancare il popolo. Cercano di instillare uno stato di terrore. Sia che essi vincano questa guerra ineguale contro persone disarmate in questo momento oppure no, non saranno capaci di mantenere un regime stabile. Questa volta, hanno versato il sangue della gente comune, gente che dicono sia al loro fianco, non solo quello di attivisti politici.”


Per amore di Neda.

22 giugno 2009

Neda
Oggi è il decimo giorno di protesta in Iran.
La repressione del regime iraniano contro il proprio popolo lo delegittima agli occhi del mondo. Non mi aspetto interventi diretti da parte delle potenze occidentali. Non sarebbe utile ai manifestanti, che finalmente potrebbero essere schiacciati con ancora maggiore forza da Ahmadinejad e Khamenei con la scusa di essere spie pagate per sobillare gli animi dal grande demonio Usa. Anche le parole di apertura e di speranza di Barack Obama sono state manipolate dal regime. Il presidente americano invitava Teheran a non colpire i manifestanti pacifici. La traduzione in farsi delle sue parole incitava alla rivolta. Questa è la manipolazione che questo regime attua sull’informazione.
Internet però non è soggetta al controllo dei tiranni. Sulla rete le immagini e la verità su quanto sta succedendo può circolare libera. Grazie alla rete abbiamo appreso il nome di una giovane eroina, Neda Agha-Soltan uccisa con un colpo al petto mentre marciava disarmata per amore della libertà. Neda è una martire, una delle tante purtroppo, di un regime che ha dimenticato la pietà e che uccide il suo stesso popolo quando questo ha il coraggio di sollevarsi.
Neda era nata nel 1982, una ragazza come quasi tutti i manifestanti di una nazione che è composta soprattutto da giovani. Più del 70% degli iraniani hanno meno di trenta anni. Neda era una studentessa e marciava accanto ai suoi professori: sono stati loro a tentare inutilmente di soccorrerla. Ecco perché sta succedendo tutto questo: il vecchio tiranno Khamenei  non capisce nulla del suo popolo che lo ha ormai superato e lasciato indietro nella sua aderenza a valori ormai ingiustificabili che umiliano e perseguitano le donne e le minoranze in Iran. I giovani iraniani si ribellano al regime ma non lo fanno perché corrotti dagli Stati Uniti. I manifestanti in verde vedono nel loro futuro una scelta: l’obbedienza ad un regime crudele e discriminatorio o la ribellione contro questa ingiustizia e per la democrazia.
Smettiamo di guardare a quello che sta succedendo in Iran con gli occhi del novecento. I giovani di Teheran vogliono la libertà e la democrazia: come possiamo aspettare nello schierarci al loro fianco?
Anche se le elezioni non fossero state falsate, cosa di cui ormai non dubita più nessuno, il diritto dei manifestanti ad esprimere la loro opinione non deve essere represso nel sangue. I funerali di Neda sono stati tenuti in silenzio. Il regime ha vietato la partecipazione degli amici della ragazza. E’ evidente la paura che hanno dei simboli.
L’Iran come lo conoscevamo fino a dieci giorni fa non esiste più. Milioni di giovani, coraggiosi come Neda, marciano anche oggi per la libertà e per la democrazia. La repubblica islamica nata nel 1979 è ormai morta. Al suo posto c’è un regime spietato che non esita a uccidere gli inermi  e che sta perdendo giorno dopo giorno, ora dopo ora tutto il fascino che possedeva nel mondo sciita. La mia speranza è che la morte di Neda e dei suoi compagni non sia avvenuta invano.


Le donne di Teheran.

18 giugno 2009

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Anche oggi sono scesi in piazza a Teheran centinaia di migliaia di manifestanti. Tra di loro un ruolo molto importante è giocato dalle donne vessate e umiliate dal regime di Ahmadinejad e Khamenei. Ragazze e donne adulte marciano al fianco degli studenti e degli altri dimostranti incuranti delle botte e degli spari, delle persecuzioni e degli arresti. I Basiji, membri di una milizia filogovernativa la cui violenza sta attirando la protesta internazionale sul regime iraniano, le prendono particolarmente di mira.
Ma loro non si demoralizzano e continuano a protestare e hanno molti motivi per farlo.
I diritti delle donne sono diminuiti in modo importante durante il governo Ahmadinejad. Preoccupati dal crescente numero di studentesse che affollavano le università delle città iraniane, i gerarchi al potere hanno deciso di limitare le libertà delle cittadine per contrastarne l’ascesa. Nel suo libro del 2007 “Il prezzo del velo“, Giuliana Sgrena racconta “Il presidente Ahmadinejad ha fatto varare nuove leggi restrittive sull’abito islamico con pesanti multe per chi trasgredisce portando abiti trasparenti o attillati, foulard che lasciano sfuggire ciocche di capelli, fuseaux troppo corti, smalto sulle unghie. Tutte piccole trasgressioni, strappate centimetro per centimetro in questi anni …” La milizia può arrestare le donne che girano per la strada e costringerle a firmare un documento nel quale si pentono per essere venute meno all’uso dell’Hijab. Bastano queste poche parole per capire e apprezzare il coraggio delle manifestanti di Teheran.
Dopo il 1979 molte donne sono state condannate a morte e torturate. Prima di essere messe a morte le vergini vengono stuprate per permettere loro di andare in paradiso (Marina Nemat, “Prigioniera a Teheran“).
In Iran gli adulteri possono essere condannati a morte, la pena prevista è la lapidazione. Tuttavia Ahmadinejad ha legalizzato la pratica del Siqeh, il matrimonio temporaneo che può durare anche solo mezzora. Questa possibilità potrebbe essere in realtà un modo per rendere legale la prostituzione. Molti luoghi pubblici sono soggetti a segregazione sessuale: le scuole, le stazioni sciistiche e gli autobus. Inoltre, donne sorprese in situazioni equivoche possono essere sottoposte dalla polizia ad un controllo della verginità.
Alcune donne iraniane sono riuscite nel corso degli anni a diventare conosciute anche all’estero. La donna che maggiormente ispira il movimento femminista iraniano è Shirin Ebadi, prima donna musulmana a vincere il premio nobel per la pace per i suoi sforzi per i diritti delle donne e dei bambini. Più note in Occidente sono probabilmente la fumettista Marjane Satrapi (autrice di Persepolis), la regista cinematografica Samira Makhmalbaf e la scrittrice Azar Nafisi, autrice del bestseller “Leggere Lolita a Teheran“.
Durante la campagna elettorale Mousavi si faceva spesso accompagnare dalla moglie, protagonista di accorati appelli per la parità dei sessi in Iran. In questo modo il candidato sostenuto dai manifestanti ha richiamato il riformismo del predecessore di Ahmadinejad, quel Khatami che oggi sostiene la rivolta dei manifestanti. La rivoluzione verde può essere un modo per accelerare la parità dei sessi in Iran. Ancora un ulteriore motivo, quindi, per sostenerla.

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Una nuova rivoluzione in Iran?

15 giugno 2009

Manifestazione a Teheran.
La situazione a Teheran è in costante mutamento.
Il leader dell’opposizione ad Ahmadinejad è stato visto tra la folla che sta riempendo le strade della capitale iraniana.  Mousavi non sarebbe più dunque ostaggio delle forze di polizia del regime ed insieme al candidato della “rivoluzione verde” starebbero marciando centinaia di migliaia di persone, qualcuno dice addirittura milioni.
Le notizie arrivano con difficoltà a causa dell’ostruzionismo del regime islamista. Le televisioni straniere sono oscurate, quelle iraniane non trasmettono alcuna immagine della manifestazione e nessuna informazione arriva al popolo iraniano attraverso i canali tradizionali. Sono i milioni di iraniani all’estero a informare le proprie famiglie tramite mail, descrivendo la situazione vista dall’esterno. Il live blog di Andrew Sullivan delinea una situazione esplosiva e assolutamente inaspettata. I manifestanti ormani non chiedono solo che le elezioni vengano ripetute con un maggiore controllo democratico: i nuovi rivoluzionari iraniani chiedono cambiamenti radicali in economia, politica estera e domestica. Chiedono la fine del nazionalismo estremo del presidente uscente che lo ha portato a negare l’olocausto e a mettere in discussione l’esistenza di Israele. Ora che si sono spinti fino ad esprimere in questo modo la loro opposizione al regime di Ahmadijad e Ali Khamenei non possono tornare indietro.
Non a torto Francesco Costa parla di nuova Tien an Men. Sono passati 20 anni da quando le immagini di pochi coraggiosi studenti che sfidavano il regime cinese fecero il giro del mondo. Anche oggi gli studenti sono una parte considerevole delle folle in tumulto, così come furono protagonisti della rivoluzione islamica khomeinista del 1979. In Cina, nel timore di entrare in un pantano che coinvolgeva le maggiori potenze mondiali, l’Onu non si intromise e permise al regime di esercitare la sua violenza contro gli oppositori. Nessuna traccia rimane oggi del ragazzo che coraggiosamente si pose davanti ai carri armati in quella drammatica giornata del 1989.

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Non possiamo sapere se la grande rivolta di oggi sia destinata a finire con una sconfitta o con un successo.  Non sappiamo se il regime anacronistico degli ayatollah abbia i giorni contati o sia destinato a resistere nel tempo.
Ma l’indifferenza verso la sofferenza e la lotta di centinaia di migliaia di persone non può essere la nostra risposta. L’Unione Europea rifiuti il riconoscimento del risultato delle ingiuste elezioni iraniane: i dati ci sono, si sapeva dall’inizio che sarebbero state elezioni fantoccio. Non c’è tempo per esitare.