Medici scomodi.

11 aprile 2010

Ho conosciuto Marco Garatti nel 2004.

Dopo un breve giro di telefonate con Milano, durante le quali spiegammo l’emergenza sanitaria che si stava verificando a Palermo nei giorni in cui stava nascendo l’esperienza del laboratorio Zeta, Marco fu inviato in Sicilia e mise a disposizione tutta la sua enorme esperienza di medico di guerra e la sua sensibilità umana. Io facevo parte del gruppo dei volontari di Emergency da più di due anni, un periodo durante il quale avevo imparato ad amare la folle impresa di questi medici, uomini capaci di sfidare la morte per aiutare il prossimo. Mi sembrava l’ideale eroico per eccellenza: uomini che vanno dove regna la violenza per portare speranza, cure e rispetto. Marco fu straordinario, e tutti noi ci accorgemmo di avere a che fare con uomo giusto.
Anche oggi che la mia esperienza di volontario per Emergency è finita sono convinto che quel simbolo, quella E dentro al cerchio, significhi ancora pace. Emergency è in Afghanistan dal 1999. Ha lavorato nella valle del Panshir, a Kabul e a Lashkar Gah, portando solo cure, aiuto, soccorso alla popolazione civile.

In questi giorni terribili, che seguono un anno molto triste per Emergency, segnato dalla morte di Teresa Sarti, il governo afgano e l’esercito che lo tiene al potere ha deciso di vendicarsi dell’associazione. Gli arresti dei tre uomini italiani a Lashkar Gah (oltre a Marco ci sono anche un altro medico, Matteo Dell’Aira ed il tecnico Matteo Pagani) sono una chiarissima ritorsione per quanto avvenuto un paio di anni fa, nei giorni del drammatico rapimento di Daniele Mastrogiacomo. La maggiore capacità di un uomo di pace come Gino Strada nel muoversi tra l’umanità martoriata dell’Afghanistan aveva permesso allora una liberazione indolore per il giornalista italiano. L’orribile morte dell’interprete di Mastrogiacomo non fu purtroppo evitata, ma bisogna sempre ricordare che le trattative vennero portate avanti avendo come controparte un gruppo di feroci terroristi, non disposti a perdonare un afgano che cercava solo di sbarcare il lunario aiutando gli stranieri.

Non è strano che ciò che non può riuscire a un esercito, riesca a pochi uomini di pace. Ma non è neppure un caso che da quel momento in poi, Emergency sia diventata una realtà scomoda per il governo afgano. Strutture sanitarie non controllate da apparati di governo di nessun tipo e dedite soltanto alla cura dei feriti e degli ammalati, sono una bestemmia in un paese in guerra che nei privilegi accordati a chi combatte dalla “parte giusta” vede la prassi quotidiana. In questo contesto, maturò allora l’arresto di Rahmatullah Hanefi, il mediatore di Emergency che aveva permesso la liberazione di Mastrogiacomo. Solo dopo alcune settimane Hanefi fu liberato, naturalmente libero da ogni accusa.

Ciò che rende straordinaria l’esperienza di Emergency è l’idea che la pace si ottenga praticando ogni giorno piccole o grandi azioni di pace. Curare un bambino o permettere a una donna ferita di tornare a camminare sono atti rivoluzionari in territori segnati dal dolore e dalla guerra. Quanti talebani sono stati convertiti alla pace dalle bombe e quanti potevano esserlo dalle cure e dall’istruzione?

Le accuse per le quali sono stati arrestati Garatti, Dell’Aira e Pagani sono talmente ridicole che non vale neppure la pena di ripeterle. Le trovate qui, io non voglio neppure pensare che siano credibili per chiunque. Basti pensare all’accusa di conservare armi: una delle prime regole di un ospedale di Emergency è che le armi restano fuori, non importa neppure se possono essere usate come mezzo per difendersi.
Le dichiarazioni del ministro Frattini, d’altra parte, sono state veramente irresponsabili. Sottolineare come Emergency non faccia parte della missione di pace italiana, lavandosi di fatto le mani della sorte degli arrestati, dimostra la minuscola portata umana del governo italiano e la sua incapacità di vedere il sopruso anche quando riguarda cittadini italiani.

Pare che se dovessero essere confermate le accuse, i tre uomini di Emergency rischierebbero la vita.
Un medico che lavora in un paese di guerra sa che la morte può trovarlo in qualsiasi momento. Fa parte dei rischi, le bombe non sono mai davvero intelligenti. Ma ci si augurerebbe che almeno chi dice di combattere una battaglia contro il terrorismo non contrasti l’attività di un ospedale dedicato alla popolazione civile arrestando degli uomini innocenti.

I tre italiani arrestati a Lashkar Gah devono essere liberati. Il governo afgano ha tutti i diritti di proteggere i suoi membri dagli atti di terrorismo ma sta compiendo oggi un drammatico errore.


Cecenia, il disonore russo.

27 dicembre 2009

Cosa faceva Anna Politkovskaja in Cecenia? Perché è stata condannata a morte dagli oligarchi russi?
Il giornalista deve produrre reportage, servizi, interviste. E le lacrime che versa nell’una o nell’altra occasione non interessano, in fondo, a nessuno. Descrivi quello che vedi, metti insieme dei fatti e analizzali. Punto e basta“. Ma il racconto dello scandalo ceceno è costato la morte alla giornalista russa: l’esecuzione è avvenuta con dei colpi a bruciapelo esplosi il giorno del compleanno del presidente Vladimir Putin, il 7 ottobre del 2006.

Pochi giornalisti russi possono parlare della Cecenia. Ovviamente sto parlando di quei cronisti che non accettano i comunicati stampa dei militari, che cercano di raccontare la verità. Uno dei motivi più banali è l’assenza di posti dove dormire senza venire uccisi o rapiti a Grozny o nei dintorni. Ma non è possibile raccontare un posto come la Cecenia senza averci passato giorni, settimane, mesi. Allora è necessario avere “amici fedeli”. Di questi amici fedeli e dei loro familiari, dei loro vicini di casa, Politkovskaya racconta le vite che sono state travolte dalla storia, dalle due guerre cecene che insanguinano il Caucaso dal 1991.

La Cecenia è un luogo dove “i militari hanno il diritto di agire senza alcun obbligo legale“: ricordiamo che i ceceni dovrebbero essere cittadini russi a pieno diritto. Anna Politkovskaja raccontava di questo luogo dove l’acqua è un lusso e dove le privazioni per la popolazione cecena sono all’ordine del giorno. Ma non si fermava allo scandalo ceceno: preferiva proiettare le verità scomode del Caucaso sull’intera nazione governata da Vladimir Putin.

Anna Politkovskaja raccontava le storie dei ceceni.  Le raccontava perché sono necessarie e perché nessuno in Russia voleva ascoltarla. I russi accettano ciò che il governo racconta loro: i ceceni sono un gruppo di sovversivi montanari integralisti che sono un pericolo per l’intera nazione. Intono alla guerra in Cecenia la nuova Russia sta costruendo una nuova mitologia fatta di militari eroici, telefilm e passione. Le voci scomode vanno silenziate. Quando la giornalista raccontava la storia delle ragazzine violentate e poi uccise, delle violenze continue contro anziani e donne, delle ispezioni continue compiute dai militari al fine di derubare una popolazione esausta, violava sul nascere la mitologia putiniana della lotta al terrorismo internazionale. I militari fanno quello che vogliono in Cecenia ma gli abusi non si fermano al loro ritorno dal servizio militare: chi si macchia di delitti contro la popolazione civile non viene mai condannato, le indagini vengono ostacolate, i testimoni messi a tacere. Così come è avvenuto per l’omicidio di Anna Politkovskaja.

Putin “è diventato il simbolo della restaurazione di un regime neo-sovietico in Russia“. L’uomo forte del Cremlino non ha mai nascosto il suo passato all’interno del servizio segreto: per molti russi la sua affermazione politica è stata il simbolo di un ritorno al passato, un periodo nel quale la Russia era un grande paese dopo il fallimento della politica di Eltsin.

La Cecenia è la valvola di sfogo perfetta dove smistare la rabbia e l’insoddisfazione dei russi. “La Russia è diventato un paese profondamente razzista che approva tutto ciò che il capo supremo delle forze armate permette ai suoi militari di fare in Cecenia“. Il ceceno è diverso, cattivo, illegale. Non ha diritti. Questo meccanismo non è inedito: è stato usato da tutte le autarchie quando volevano liberarsi di un nemico interno a scopo propagandistico. Così agirono i Giovani Turchi contro gli armeni e i nazisti contro gli ebrei. La dignità umana è calpestata continuamente ed il rischio è sempre quello “che la morte ti sorprenda con i denti sporchi“. Il metodo usato è quello della disumanizzazione. Se il nemico non appartiene all’umanità, qualsiasi azione contro di esso è giustificata.
Non conosciamo niente di simile oggi in Italia. Forse, si può pensare al modo in cui la maggioranza degli italiani guarda agli zingari. Diffidenza, odio del diverso, persecuzione. Sono tappe di un percorso non ovvio ma sempre possibile. I ceceni sono musulmani: questo ha permesso al governo russo di inserire questo genocidio lento nella lotta internazionale contro il terrorismo dopo l’11 settembre 2001.

I ceceni, infatti, sono musulmani. Soltanto dopo l’invasione russa però, in un tragico domino che somiglia a quello iracheno, guerriglieri wahabiti sono entrati nel Caucaso partecipando alla lotta contro l’invasore russo. I giovani ceceni non hanno conosciuto nient’altro che guerra. Ma questa condizione non è diversa da quella dei loro genitori e antenati. Per saperne di più su questo popolo testardo e sventurato vi consiglio di leggere questo articolo di Adriano Sofri. Non è necessario dipingere i ceceni come santi: non lo sono. Molte ragazze violentate vengono poi uccise dalla famiglia, la maggior parte dei ragazzi è praticamente analfabeta a causa dei decenni di guerre. Ma le responsabilità del regime russo di fronte a questo genocidio lento non sono per questo minori.

Cecenia, il disonore russo è un libro indispensabile. La sua autrice è stata uccisa per aver detto la verità.
Nella Russia di Putin è un delitto punito con la pena di morte.


La diaspora del popolo Tamil.

17 maggio 2009

sri_lanka_tamils_350Lo Sri Lanka è un piccolo paese, una nazione costituita da una sola isola vicina alla costa del gigante indiano. Per secoli questa isola è stata soggetta alla dominazione europea ed ha ottenuto la sua indipendenza nel 1948 dall’Impero britannico. Da sempre su questa isola c’è una profonda divisione etnica tra due etnie che sono diverse in tutto: i Cingalesi, che costituiscono oltre il settanta per cento della popolazione e sono buddisti, ed i Tamil ridotti ormai a meno del dieci per cento, ma in passato più numerosi. Da oltre tre decenni questi due popoli sono in lotta ma secondo le ultime notizie che provengono dall’oceano indiano, questa guerra civile è vicina alla fine.
In questa breve storia non mi interessa mettere in luce i torti e le ragione delle due fazioni in lotta. La mia conoscenza della situazione non è abbastanza profonda da emettere giudizi di qualsiasi sorta. Mi limiterò ai fatti. La preponderanza dell’etnia cingalese ha senza dubbio contribuito a rendere impari il confronto tra i due popoli. Come spesso è accaduto come conseguenza alla decolonizzazione, è stata una delle etnie presenti sul territorio a prendere il controllo della situazione. Nello Sri Lanka, noto come Ceylon fino al 1972, sono stati i Cingalesi a farlo.
Molto presto nella storia politica del nuovo paese indipendente è cominciata una sorta di Apartheid. I cittadini Tamil sono stati discriminati in moltissimi modi, in alcuni casi addirittura in modo esplicito con leggi approvate dal parlamento centrale. Questo, negli anni, ha prodotto due conseguenze. La prima, immediatamente evidente anche in Italia e a Palermo, è stata la migrazione degli esuli Tamil verso l’occidente. La comunità Tamil di Palermo è la più ampia che ci sia in Italia ed al suo interno sono emerse personalità notevoli che partecipano alla vita politica e alla società civile della città. La seconda ed altrettanto dolorosa conseguenza è stata la nascita delle Tigri Tamil, un movimento paramilitare che ha sposato la causa del proprio popolo mettendo in atto azioni terroristiche e di guerriglia che miravano alla costituzione di una regione indipendente nell’isola di Ceylon. Dal 1976 i due esiti della persecuzione del popolo Tamil si sono intrecciati, con gli esuli accusati di finanziare un gruppo terrorista e le Tigri stesse che si difendono dichiandosi difensori del loro popolo. D’altra parte, un vecchio detto delle relazioni internazionali recita: il mio terrorista è il tuo combattente per la libertà.
Ma, come dicevo in apertura, la guerra sta per finire. La superiorità militare dell’esercito cingalese sta per schiacchiare la resistenza Tamil. Le azioni di guerriglia delle Tigri (che negli anni hanno compreso attentati suicidi, operazioni militari su piccola e media scala, e uccisioni mirate di personaggi politici) hanno esasperato il governo centrale che ha deciso di mettere fine alla guerra civile. Le violenze che in questo momento vengono compiute dalle due fazioni sono probabilmente al di là della nostra immaginazione. Come sempre sono i civili le vittime predestinate e questo è ancora più ovvio dato il carattere interno del combattimento, una situazione nella quale distinguere tra combattenti e cittadini inermi diventa un’impresa al di fuori delle possibilità di qualsiasi comando militare. Un esodo senza precedenti sta coinvolgendo migliaia di cittadini Tamil che fuggono dalla zona interessata dall’attacco.
Secondo il Sunday Times di oggi, il presidente della repubblica cingalese dovrebbe annunciare domani, 18 maggio 2009, la sconfitta delle Tigri.  Una nuova stagione di sofferenza ed esilio si apre per i Tamil. E’ troppo tardi per l’intervento della politica internazionale e per i tentativi di pacificazione.
La comunità internazionale dovrebbe adesso occuparsi dei profughi Tamil, assicurandosi che le violenze abbiano fine e che non vengano compiuti ulteriori delitti contro l’umanità nello Sri Lanka.

Update: I ribelli Tamil si sono arresi. Adesso bisogna vedere che decisioni prenderà il governo centrale dello Sri Lanka. Purtroppo non ci sono ottime prospettive per i profughi anche se si può sperare che il governo cerchi la conciliazione nazionale. In ogni caso sarebbe opportuno ripristinare il diritto d’asilo politico in Italia per il popolo Tamil.


Il Pakistan vicino al collasso.

23 marzo 2009

L’advisor della Nato David Kilkullen dipinge un quadro davvero angosciante della situazione pakistana. Lo stato musulmano, secondo il teorico della contro-offensiva, sarebbe ostaggio del suo esercito ed incapace di mantenere la sicurezza all’interno dei suoi confini. Stiamo parlando di un paese che ha un arsenale di 100 atomiche e qualche vicino scomodo, ansioso di revisionare i propri confini. Se la guerra di Obama sarà l’Afghanistan, il controllo del Pakistan non potrà essere considerato un interesse minoritario. 

Per saperne di più:
Il profilo di Kilkullen su Wikipedia
L’intervista sul Washington Post.


Il Pakistan, ostaggio dei terroristi.

5 marzo 2009

Al centro delle cronache per il gravissimo attentato della scorsa settimana ai danni della nazionale di cricket cingalese, il Pakistan sta attraversando uno dei peggiori periodi per la sua credibilità internazionale dalla nascita nel 1947. Stato musulmano, nato per scissione dall’India, ha mantenuto sempre posizioni ostili al grande vicino, aggravate dalla situazione sempre turbolenta in Kashmir, provincia contesa tra le due nazioni orientali.  L’ultimo episodio di questa faida che non sembra avere soluzione era stata la serie di attentati terroristici a Mumbai del novembre 2008, per i quali il governo pakistano aveva molto di recente ammesso responsabilità nazionali e aveva aperto un tavolo di trattativa con l’India riguardo alle indagini sui mandanti degli attacchi.
La posizione geografica del paese musulmano parla da sola: la prossimità coi giganti orientali della Cina e dell’India lo rendeva di grande interesse per gli Stati Uniti ancora prima dell’11 settembre ma oggi i confini con l’Afghanistan sono quelli tenuti sotto maggiore osservazione per una guerra che sembra essere tornata al centro della pubblica attenzione dopo le recenti dichiarazioni del nuovo presidente americano Obama. Il ritorno della popolarità del vicino afgano ha però conseguenze importanti sul futuro del Pakistan. Il vecchio presidente-dittatore Musharraf si è messo da parte dopo le discusse elezioni del 2007 ed il misterioso omicidio di Benazir Bhutto, sfidante del presidente uscente.
Il tema più importante della discussione è anche il contenuto della cosiddetta Dottrina Bush, tentativo di certo brutale e per molti versi errato dell’amministrazione americana uscente di dare una risposta concreta allo spaventoso disintegrarsi di una delle certezze tipiche della convivenza internazionale, ovvero il monopolio della forza nelle mani dello stato nazionale. L’emergere di cellule terroristiche all’interno di alcuni paesi diventava secondo la dottrina Bush, una giustificazione all’uso della forza contro quegli stati che si fossero rivelati incapaci di frenare le attività terroristiche all’interno del proprio territorio. Questo spostamento in avanti delle regole di ingaggio, di fatto prova lampante del nuovo unipolarismo muscolare americano dell’era Bush ha portato ad esiti disastrosi soprattutto in Iraq, dove l’intervento americano ha aiutato le frange terroristiche ad avere nuovi adepti in un territorio prima sottoposto in modo totalitario al polso dell’uomo forte Hussein. Di fatto, gli Usa sono riusciti a trasformare uno stato ostile ma incapace di nuocere realmente agli interessi occidentali nell’area mediorientale in un vespaio di difficile contenimento, serbatoio inesauribile di rancori e di nuove reclute tra i terroristi.
Il Pakistan, paese d’origine della confusa ideologia talebana diffusasi solo in seguito in Afghanistan, sembra non essere in grado di controllare la situazione sul proprio territorio. Quale sarà la strategia di Obama? 

Per saperne di più:
Il Pakistan su Wikipedia.
Gli attentati a Mumbai.
L’attentato contro la nazionale di cricket
Dichiarazioni di Obama sull’Afghanistan.