Frattini, Gasparri e la parola vergogna.

12 aprile 2010

Ho vissuto le ultime 36 ore con il fiato sospeso. Da quando ho appreso dell’arresto dei tre operatori di Emergency a Lashkar Gah, il mio cuore si è trasferito tra le aride distese del sud dell’Afghanistan. Il mio punto di vista è parziale, sono costretto ad ammetterlo. In linea di massima non è impossibile che qualcuno all’interno dell’ospedale sia stato coinvolto in operazioni belliche. Ma i sospetti sul personale internazionale sanitario sono intollerabili.

Durante un blitz della polizia afgana, spalleggiata dalle forze dell’ISAF (la forza militare controllata dalla NATO che ha il compito di garantire la sicurezza in Afghanistan) all’interno dell’ospedale di Emergency a Lashkar Gah sono state trovate delle armi. A testimonianza di questo ritrovamento, l’agenzia internazionale Associated Press ha pubblicato un video. In un altro video, questa volta pubblicato da Emergency, è stata confermata la presenza di forze ISAF dapprima negata dal governo afgano. In seguito al blitz sono stati arrestati tre cittadini italiani, in un primo momento con l’accusa di aver complottato per l’omicidio del governatore della regione di Helmand.

La reazione del governo italiano è stata scioccante. Il ministro degli esteri Franco Frattini si è affrettato ad abbandonare l’associazione ONG italiana ed i tre cittadini arrestati al proprio destino. Nella serata di ieri, quando assurde notizie a proposito di una confessione da parte dei tre fermati si sono diffuse nella stampa internazionale per poi essere prontamente smentite, Frattini ha dichiarato che la partecipazione di cittadini italiani all’organizzazione di atti terroristici è una vergogna per l’Italia. Emergency, paragonata a una associazione terroristica non sembra godere dei normali diritti che il diritto internazionale conferisce al personale umanitario. E’ anche circolata la notizia che l’associazione di Gino Strada non avrebbe permessi necessari per esercitare in Afghanistan. La notizia è falsa.

Ma se non fossero state sufficienti le parole di Frattini, un altro grande intellettuale compagno di partito del ministro, ha sentito la necessità di esprimere il suo pensiero. Maurizio Gasparri ha infatti dichiarato che Emergency è un danno per l’Italia. Ma da dove nasce questo odio? Come si spiega questa ostilità?
La fede politica di Strada non c’entra, di questo sono quasi sicuro.

Per capire meglio le ragioni di questo atteggiamento bisogna tornare al 2001. Dopo l’inizio dell’operazione Enduring Freedom, creata dagli Stati Uniti con lo scopo di deporre il regime dittatoriale talebano e arrestare lo sceicco del terrore Osama Bin Laden ospite del governo di Kabul, l’Italia si affrettò a garantire il proprio appoggio alle operazioni militari in Afghanistan. Il contingente militare italiano fu inserito nelle forze ISAF. Anche allora era al governo Silvio Berlusconi, Gasparri era ministro e qualche mese dopo lo sarebbe diventato anche il fedele Frattini.

Emergency era in Afghanistan dal 1999. Perché?
La guerra civile in Afghanistan non è iniziata nel 2001. Il paese è costantemente in guerra dal 1979 ed anche prima dell’intervento americano ogni mese si contavano decine di morti frutto di combattimenti e mine anti-uomo. Emergency aveva deciso di aprire due ospedali (che sarebbero poi diventati tre) nel paese asiatico, come sostegno alla popolazione civile afgana. Il primo fu aperto nella valle del Panshir, governata allora dai mujaheddin di Massoud, eroe delle resistenza antisovietica e fiero avversario del regime talebano di Kabul. Dopo lunghe trattative con i talebani, Emergency è anche riuscita ad aprire un ospedale nella capitale afgana. In quotidiano contrasto con le autorità locali, negli ospedali era impossibile introdurre armi (regola imprescindibile degli ospedali di Emergency), i feriti venivano curati a seconda della gravità delle loro ferite e le donne non erano costrette a portare il famigerato burqa, già anni prima della campagna retorica portata avanti dalle forze di occupazione americane.

Quando l’intervento italiano in Afghanistan fu deciso, il governo Berlusconi fu felice di apprendere che esistevano nel paese asiatico delle strutture italiane capaci di curare gli eventuali soldati feriti. Per questo motivo furono offerti tre milioni di euro all’associazione guidata da Gino Strada e Teresa Sarti, come contributo per l’adeguamento dell’ospedale alle esigenze belliche, con l’ulteriore richiesta di favorire i militari nel triage.
Il rifiuto di Emergency fu netto. Gino Strada dichiarò allora che era assurdo ricevere tre milioni di euro per la pace da parte di chi ne spendeva trecento per la guerra. Il caso diventò materia di discussione politica ma si rivelò anche una scelta economica azzeccata da parte dell’onlus: il flusso di donazioni dopo la decisione aumentò decisamente, permettendo ad Emergency di lavorare al meglio delle sue possibilità senza il contributo governativo.

La mia impressione è che il governo italiano non abbia dimenticato quello smacco.
Penso anche che la parola vergogna sia un’arma a doppio taglio. Se ci si deve vergognare di aiutare migliaia di persone in un paese straziato dalla guerra mi chiedo quanto ci si debba vergognare a usare delle ore di angoscia per la sorte di tre connazionali come strumento politico di miserabile vendetta.

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Sonia Sotomayor, il nuovo avanza anche alla Corte Suprema.

30 maggio 2009

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Mentre alcuni giornalisti negli Stati Uniti ed anche in Italia si affannano per spiegare che il cambiamento portato dal nuovo presidente Obama nella politica americana è solo di facciata, le ultime notizie sembrano confermare che le novità nell’approccio presidenziale ci sono, eccome.
Il 26 maggio, il giudice Sonia Sotomayor è stata nominata membro della Corte Suprema dal presidente Usa, un gesto altamente simbolico (come lo è sempre la prima nomina presidenziale al più importante organo costituzionale di Washington). La donna è di origine ispanica e proviene dal Bronx, un quartiere noto in tutto il mondo per l’alto tasso di criminalità e di conflitto etnico. Obama dimostra con questa nomina, di essere l’esponente di un nuovo corso della politica americana, finalmente aperto non solo alla comunità Wasp, ovvero gli americani di origine anglosassone, da sempre protagonisti dell’establishment, ma anche alle moltissime minoranze che compongono il popolo americano.
La notizia è stata accolta con grande favore dai sostenitori di Obama che vedono affermarsi uno delle speranze con le quali avevano accompagnato il giovane senatore dell’Illinois alla Casa Bianca. Rimangono delusi anche coloro, ed anche in Italia sono numerosi, che vedevano il cambiamento americano come solo di facciata, con la politica americana sempre troppo dipendente dalle lobbies e da fantomatiche associazioni massoniche.
I delusi sono naturalmente i repubblicani. Attaccare il presidente su una decisione di questo tipo è difficile, come camminare su un camp0 minato. I GOP hanno il non facile compito di mettere in discussione la scelta di Obama senza cadere in invettive razziste e sessiste. Non sempre ci sono riusciti, date le intemperanze di Rush Limbaugh e Newt Gingrich, esponenti molto conosciuti e popolari del partito repubblicano, che non hanno esitato a definire la nomina come dimostrazione di un sentimento razzista suscitando aspre critiche anche all’interno del loro schieramento.
A mio parere, invece, la nomina di Sonia Sotomayor deve essere di esempio anche in Europa. In Italia, un presidente del consiglio ormai incapace di percepire il paese reale ha lanciato una invettiva contro chi vorrebbe un paese multietnico senza rendersi conto che la nazione che egli governa con sempre minore credibilità internazionale è già arricchita dalla presenza di esperienze e di culture differenti.
Per chi si riconosce nel cambiamento democratico messo in atto da Obama, è necessario lavorare per affermare i diritti di tutti gli individui che arricchiscono il nostro paese senza ricevere quasi nulla in cambio. Il futuro è già davanti ai nostri occhi, sarebbe assurdo girarsi dall’altra parte.


La lezione di Katrina.

6 maggio 2009

E’ passato un mese dal terremoto. Mentre ancora molte persone vivono nelle tende, la corsa alla ricostruzione è già partita sotto l’attenta sorveglianza delle forze di polizia che si impegnano per evitare le infiltrazioni mafiose nel nuovo affare degli appalti. Il premier Berlusconi ha promesso che dopo la fine dell’estate le prime case saranno consegnate ai terremotati accendendo le speranze di chi già temeva, alle porte della stagione calda, l’arrivo del freddo invernale.
In questi giorni Berlusconi, travolto da una bufera personale dai toni di una commeda plautina, si appoggia ai successi che gli sono riconosciuti quasi da tutti, quelli dell’intervento successivo al terremoto. Nonostante qualcuno si lamenti, la presenza del premier ed il suo impegno nell’assicurare l’assistenza alle vittime del sisma sono stati la miccia che ha fatto esplodere il suo consenso in Italia che sembrerebbe essere cresciuto fino a dati imbarazzanti.
Io penso che Berlusconi abbia tenuto a mente la lezione di Katrina. Nel 2005, un uragano spaventoso si abbattè sulla Louisiana, investendo con violenza anche la città di New Orleans e provocando quasi 2000 morti. I ritardi nei soccorsi, lo sciacallaggio tra le rovine ed alcune sciagurate scelte dell’amministrazione locale  (per esempio la scelta di usare lo stadio come centro di accoglienza) sono destinate a restare nella memoria del popolo americano per decenni. In particolare, la mancata evacuazione della città  di New Orleans di fronte ad un rischio sensibile del passaggio di Katrina dal centro abitato, fu addebitata dai mezzi di informazione e dai cittadini ad uno scarso impegno dell’amministrazione Bush.
La seconda presidenza Bush, iniziata con uno straordinario consenso elettorale e con l’umiliazione del candidato democratico John Kerry, fu definitivamente segnata da questi tragici avvenimenti. L’incapacità di prevenire il disastro ed in seguito la scarsa efficacia negli aiuti alle vittime dell’uragano dimostrarono al popolo americano l’incompetenza dell’amministrazione centrale molto più di quanto avessero fatto la mancata cattura di Osama Bin Laden in Afghanistan e la contesta decisione di attaccare l’Iraq.
Solo un mese è passato dal terremoto ma il governo Berlusconi sembra avere brillantemente superato l’ostacolo. La lezione di Katrina non è stata ignorata.


Auguri, nonno Pete.

3 maggio 2009

peteseeger97copy_fs1Mi unisco ai festeggiamenti che vedranno protagonisti molti grandi artisti questa sera a New York per i novanta anni del grandissimo Pete Seeger. Il cantante americano è uno dei padri della musica di protesta americana ed ha avuto una influenza decisiva su artisti del calibro di Bob Dylan e Bruce Springsteen. Alla pari di Woody Guthrie, Seeger è oggi una leggenda della musica folk. Comunista negli anni trenta, si impose al pubblico americano con l’album Songs for John Doe, pubblicato nel 1941. Seeger sostenne Roosevelt durante la seconda guerra mondiale e divenne l’ispiratore della grande generazione del folk revival degli anni sessanta. Tenace oppositore della guerra del Vietnam, della discriminazione razziale e di tutte le ingiustizie, la sua figura è un esempio di coerenza e le sue canzoni sono rimaste talmente attuali da essere cantate nel 2006 da Bruce Springsteen nel suo album We Shall Overcome. Nel 2009 ha duettato con Springsteen per il discorso inaugurale del presidente Obama, suonando e cantando l’inno This Land is Your Land di Woody Guthrie. Di seguito alcune delle sue canzoni più famose.

 

 


Difendere Frattini.

18 aprile 2009

frattini1La decisione del governo italiano di non aderire alla Conferenza Mondiale sul Razzismo di Durban2 a Ginevra, come dichiarato dal ministro Frattini, è una scelta importante che non deve essere strumentalizzata.
La prima conferenza sul razzismo a Durban, in Sudafrica, si tenne nell’estate del  2001. La scelta della nazione africana da parte dell’ONU, come luogo di incontro e di discussione contro le istanze razziste fu senza dubbio un ottimo inizio per i lavori preparatori della conferenza. La fine dell’Apartheid e la presenza di un presidente di colore dopo gli anni dell’oppressione e dell’isolamento sudafricano erano una garanzia della possibilità dell’uomo di emendarsi e di superare le differenze e l’odio. Purtroppo i lavori della conferenza non furono un successo: da una parte le pretese, giustificate, di una riparazione ai torti compiuti attraverso la schiavitù ai popoli africani sostenute dalle nazioni del continente nero trovarono un’accoglienza tiepida da parte degli europei; d’altra parte, fu presentata una mozione che equiparava il Sionismo, ovvero il tentativo di costituire uno stato totalmente ebraico, al razzismo. Questa mozione fu considerata inaccettabile da Israele e dagli Stati Uniti che abbandonarono la Conferenza, non a torto. Le conclusioni non furono infatti ritenute valide neppure da Amnesty International e hanno costituito la base per il libro Left in Dark Times: A Stand Against the New Barbarism del filosofo francese Bernard-Henri Lévy che accusa la sinistra internazionale di aver perso di vista i suoi ideali per combattere pregiudizialmente tutte le posizioni filo-americane, sostenendo in questo modo anche l’antisemitismo.
Questa tendenza è ancora presente in buona parte della sinistra italiana e meriterebbe una riflessione più approfondita. Ma tornando alle decisioni di Frattini, devo ricordare come Durban 2001 abbia regalato a dittatori come Ahmadinejad un trampolino attraverso il quale ribadire l’opposizione all’esistenza stessa dello stato di Israele. Attenzione, criticare Durban non vuol dire abbracciare le operazioni di guerra compiute da Israele negli ultimi anni ma piuttosto rifiutare un approccio manicheo che vuole attribuire tutti i torti ad una sola parte quando essi sono talmente diffusi e condivisi da non essere più distinguibili. La convocazione riparatoria di una nuova conferenza a Durban, che si terrà nei prossimi giorni è al centro di grandi polemiche. Molti paesi hanno annunciato il loro boicottaggio, Italia compresa: la ripetizione delle stesse polemiche del 2001 appare probabile ed una nuova risoluzione che osteggiasse Israele non sarebbe sicuramente utile alla soluzione del conflitto mediorientale. 
Le Nazioni Unite non possono farsi carico di questa responsabilità.


Infinite Jest, David Foster Wallace, 1996.

11 aprile 2009

wallace-infinite-jestInfinite Jest è il primo e unico un romanzo dello scrittore americano David Foster Wallace. Pubblicato nel 1996, è stato subito considerato uno dei libri fondamentali degli anni novanta regalando al suo autore una fama istantanea ed assolutamente meritata.  Con il passare degli anni Wallace non è riuscito a ripetersi ed è scomparso in tragiche circostanze a soli 46 anni nel settembre del 2008.
La trama del libro, incredibilmente complessa, si snoda nelle vicende di una famiglia, gli Incandenza e della affollata e disturbata umanità che affolla le due istituzioni fondate dal geniale capofamiglia, James Incandenza, soprannominato La Cicogna Matta dai suoi tre figli: una accademia di tennis per giovani prodigi ed una clinica per il recupero dei tossicodipendenti. Attraverso la storia di decine di personaggi, Wallace mette a nudo le miserie della società americana moderna usando come bersaglio la passione per le droghe e per lo spettacolo che caratterizzano un mondo sempre più pigro e più vile. Un film chiamato proprio Infinite Jest, messo all’indice perché pericoloso oltre ogni immaginazione, è il pretesto che lega i terroristi in sedia a rotelle, giovani tennisti che sperimentano droghe e tossicodipendenti che cercano liberarsi da esse.  La prosa di Wallace, che si autodefiniva un nazista della grammatica, è straordinaria nella sua ricchezza e condita da una ironia coltissima, piena di citazioni e rimandi soprattutto all’Amleto di Shakespeare, quasi un sottotesto necessario per la trama.

Alas, poor Yorick! I knew him, Horatio: a fellow
of infinite jest, of most excellent fancy: he hath
borne me on his back a thousand times; and now, how
abhorred in my imagination it is!
Hamlet, William Shakespeare
Atto V, scena prima.