Frattini, Gasparri e la parola vergogna.

12 aprile 2010

Ho vissuto le ultime 36 ore con il fiato sospeso. Da quando ho appreso dell’arresto dei tre operatori di Emergency a Lashkar Gah, il mio cuore si è trasferito tra le aride distese del sud dell’Afghanistan. Il mio punto di vista è parziale, sono costretto ad ammetterlo. In linea di massima non è impossibile che qualcuno all’interno dell’ospedale sia stato coinvolto in operazioni belliche. Ma i sospetti sul personale internazionale sanitario sono intollerabili.

Durante un blitz della polizia afgana, spalleggiata dalle forze dell’ISAF (la forza militare controllata dalla NATO che ha il compito di garantire la sicurezza in Afghanistan) all’interno dell’ospedale di Emergency a Lashkar Gah sono state trovate delle armi. A testimonianza di questo ritrovamento, l’agenzia internazionale Associated Press ha pubblicato un video. In un altro video, questa volta pubblicato da Emergency, è stata confermata la presenza di forze ISAF dapprima negata dal governo afgano. In seguito al blitz sono stati arrestati tre cittadini italiani, in un primo momento con l’accusa di aver complottato per l’omicidio del governatore della regione di Helmand.

La reazione del governo italiano è stata scioccante. Il ministro degli esteri Franco Frattini si è affrettato ad abbandonare l’associazione ONG italiana ed i tre cittadini arrestati al proprio destino. Nella serata di ieri, quando assurde notizie a proposito di una confessione da parte dei tre fermati si sono diffuse nella stampa internazionale per poi essere prontamente smentite, Frattini ha dichiarato che la partecipazione di cittadini italiani all’organizzazione di atti terroristici è una vergogna per l’Italia. Emergency, paragonata a una associazione terroristica non sembra godere dei normali diritti che il diritto internazionale conferisce al personale umanitario. E’ anche circolata la notizia che l’associazione di Gino Strada non avrebbe permessi necessari per esercitare in Afghanistan. La notizia è falsa.

Ma se non fossero state sufficienti le parole di Frattini, un altro grande intellettuale compagno di partito del ministro, ha sentito la necessità di esprimere il suo pensiero. Maurizio Gasparri ha infatti dichiarato che Emergency è un danno per l’Italia. Ma da dove nasce questo odio? Come si spiega questa ostilità?
La fede politica di Strada non c’entra, di questo sono quasi sicuro.

Per capire meglio le ragioni di questo atteggiamento bisogna tornare al 2001. Dopo l’inizio dell’operazione Enduring Freedom, creata dagli Stati Uniti con lo scopo di deporre il regime dittatoriale talebano e arrestare lo sceicco del terrore Osama Bin Laden ospite del governo di Kabul, l’Italia si affrettò a garantire il proprio appoggio alle operazioni militari in Afghanistan. Il contingente militare italiano fu inserito nelle forze ISAF. Anche allora era al governo Silvio Berlusconi, Gasparri era ministro e qualche mese dopo lo sarebbe diventato anche il fedele Frattini.

Emergency era in Afghanistan dal 1999. Perché?
La guerra civile in Afghanistan non è iniziata nel 2001. Il paese è costantemente in guerra dal 1979 ed anche prima dell’intervento americano ogni mese si contavano decine di morti frutto di combattimenti e mine anti-uomo. Emergency aveva deciso di aprire due ospedali (che sarebbero poi diventati tre) nel paese asiatico, come sostegno alla popolazione civile afgana. Il primo fu aperto nella valle del Panshir, governata allora dai mujaheddin di Massoud, eroe delle resistenza antisovietica e fiero avversario del regime talebano di Kabul. Dopo lunghe trattative con i talebani, Emergency è anche riuscita ad aprire un ospedale nella capitale afgana. In quotidiano contrasto con le autorità locali, negli ospedali era impossibile introdurre armi (regola imprescindibile degli ospedali di Emergency), i feriti venivano curati a seconda della gravità delle loro ferite e le donne non erano costrette a portare il famigerato burqa, già anni prima della campagna retorica portata avanti dalle forze di occupazione americane.

Quando l’intervento italiano in Afghanistan fu deciso, il governo Berlusconi fu felice di apprendere che esistevano nel paese asiatico delle strutture italiane capaci di curare gli eventuali soldati feriti. Per questo motivo furono offerti tre milioni di euro all’associazione guidata da Gino Strada e Teresa Sarti, come contributo per l’adeguamento dell’ospedale alle esigenze belliche, con l’ulteriore richiesta di favorire i militari nel triage.
Il rifiuto di Emergency fu netto. Gino Strada dichiarò allora che era assurdo ricevere tre milioni di euro per la pace da parte di chi ne spendeva trecento per la guerra. Il caso diventò materia di discussione politica ma si rivelò anche una scelta economica azzeccata da parte dell’onlus: il flusso di donazioni dopo la decisione aumentò decisamente, permettendo ad Emergency di lavorare al meglio delle sue possibilità senza il contributo governativo.

La mia impressione è che il governo italiano non abbia dimenticato quello smacco.
Penso anche che la parola vergogna sia un’arma a doppio taglio. Se ci si deve vergognare di aiutare migliaia di persone in un paese straziato dalla guerra mi chiedo quanto ci si debba vergognare a usare delle ore di angoscia per la sorte di tre connazionali come strumento politico di miserabile vendetta.

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Il nobel a Obama, un premio alle intenzioni.

9 ottobre 2009

Barack Obama Superman

Non è esattamente la settimana di Silvio Berlusconi.

Dopo le vicende del Lodo Alfano, il comitato promotore per il nobel per la pace al nostro presidente del consiglio ha dovuto inghiottire un altro boccone amaro. A Oslo il 10 dicembre salirà sul palco il presidente americano Barack Obama, premiato a poco meno di un anno dal suo insediamento alla Casa Bianca. Scherzi a parte, la mia opinione è che un premio di questo tipo sia assolutamente prematuro. Dieci mesi, anche se condotti con grandissima capacità comunicativa ed una grande capacità di convogliare su di sé le speranze del mondo intero, non possono bastare per qualificare la bontà del percorso politico di un uomo come il presidente americano. Le intenzioni sono buone ma apparentemente non bastano per giustificare un premio così prestigioso.

E’ probabile che un premio di questo tipo sia un incitamento per Barack Obama a continuare sulla stessa strada. D’altra parte, si sono visti nella storia premi nobel per la pace ben più assurdi di quello annunciato oggi: David Rothkopf ne riassumeva dieci in un recente articolo. Tra questi gridano ancora allo scandalo i nobel per Henry Kissinger, Yasser Arafat e Yitzhak Rabin.

Ma la politica di Obama verrà premiata probabilmente soprattutto per il suo evidente contrasto con quella del suo predecessore George W. Bush. Basterebbero per questo le parole pronunciate all’università del Cairo dal presidente lo scorso giugno. Mi dispiace dire che quelli come Christian Rocca che evocano una continuità tra l’operato dei due presidenti sono probabilmente in malafede. Certo Obama è un politico abile, attento alla Real Politik (si pensi al comportamento tenuto in questi giorni con il Dalai Lama) e forse avrebbe potuto spendere qualche parola più coraggiosa a proposito dei fatti iraniani di qualche mese fa. Ma proprio l’Iran può insegnare a vedere come il cambiamento di Obama non sia solo di facciata. Vi invito a guardare questo video, estratto da una conferenza stampa elettorale di John McCain, il candidato repubblicano alle elezioni del 2008.

Proprio così. John McCain cantava sulla base della famosa canzone dei Beach Boys “Barbara Ann” queste fantasiose parole: Bomb Bomb Bomb, Bomb Iran. Non è una esagerazione pensare che con un altro presidente, più vicino al pensiero politico di Bush, oggi avremmo un’altra guerra nel Medio Oriente.

Sono ansioso di sentire il discorso con il quale Barack Obama accetterà il premio tra due mesi. La storia dirà se il premio assegnato ad Oslo sarà da aggiungere a quelli meno opportuni. Io mi auguro che sia l’inizio di una nuova era, se non di pace almeno di speranza.


Cervi ed il fascismo nostalgico.

23 settembre 2009

Mario Cervi

Mario Cervi è stato a lungo uno dei maggiori collaboratori di Indro Montanelli.
Con il grande maestro del giornalismo ha condiviso la fondazione del Giornale, la creazione della Voce e molte altre vicende entrate a buon diritto nella storia del giornalismo italiano. Oggi a ottantotto anni, classe 1921, Mario Cervi è ancora una delle firme di punta del Giornale ed è diventato (sic transit Gloria Mundi) un fedelissimo del direttore Vittorio Feltri. Non stupisce quindi che egli si sia scagliato con incredibile violenza sugli avversari del premier in questo periodo così difficile per quello che il suo amico Indro chiamava “il piazzista di Arcore”.
E’ doloroso però leggere oggi la sua firma accanto ad una lettera come questa, inviata da un lettore in occasione della prima uscita de Il Fatto Quotidiano, il nuovo atteso giornale diretto da Antonio Padellaro.
In poche righe questo gentile lettore auspica la creazione del reato di lesa maestà per le critiche nei confronti del premier giungendo anche a chiedere che vengano somministrate delle bastonate agli oppositori di Silvio Berlusconi.
Dopo le bastonate Marco Travaglio e gli altri (Franceschini, D’Alema, Mannoni) la smetteranno di insultare il premier. In un primo momento avevo creduto, fuorviato da un link, che le parole fossero da attribuire proprio a Mario Cervi. Ma il decano dei giornalisti risponde così al suo lettore
http://www.ilgiornale.it/pag_pdf.php?ID=113445
Cervi riconosce la tentazione di parte degli elettori del centrodestra italiano, di affidarsi ad un decisionista, sospendendo la libertà di espressione. Le bastonate però vanno evitate anche per non concedere alibi alla sinistra che è davvero troppo vittimista.
Attenzione, non siamo nel 1924. Nessuno ucciderà Giacomo Matteotti.  Io provo però un dolore che nasce dalla consapevolezza che una parte degli italiani desidera un nuovo fascismo. Ci sarà bisogno di molto lavoro, dopo la caduta di Berlusconi, per fare tornare la civiltà democratica in Italia.


La verità sui respingimenti in mare.

7 settembre 2009

respingimenti

Chiunque abbia assistito all’ultima puntata del formidabile programma di Riccardo Iacona, Presa Diretta, non potrà dire di non conoscere la realtà che si nasconde dietro alle incredibili bugie che ci sono state raccontate dal governo italiano in questi mesi. Lo spot dei respingimenti, utile soprattutto a fini elettorali, a vantaggio di una Lega Nord che sta diventando forza rilevante e simbolo dello spaesamente di questa nazione, è la copertura per un traffico di uomini che dovrebbe fare nascondere dalla vergogna i nostri governanti.
Ma partiamo da alcuni dati. Il primo respingimento in mare è stato compiuto dal governo Berlusconi nel maggio del 2009. Una motovedetta della guardia di finanza ha fermato una nave di disperati, ammassati in un barcone in balia della corrente ed anziché portarli al più vicino porto italiano come prevedono le leggi internazionali per il soccorso in mare, li ha condotti in Libia affidandoli alle forze dell’ordine del paese dittatoriale africano. L’Italia e la Libia sono legate da qualche mese da un trattato vergognoso che stabilisce una collaborazione diretta tra i due paesi per la lotta all’immigrazione clandestina. Lo sbarco dei migranti è infatti percepito come una minacca in Italia grazie alle campagne di stampa fomentate dalle televisioni del premier. In realtà, solo il cinque per cento delle entrate illegali in Italia avviene tramite viaggio in mare. Chi viaggia in questo modo, inoltre, ha nella maggior parte dei casi diritto all’asilo politico. Ma su questo argomento torneremo in seguito. Giunti in Libia i migranti vengono affidati alle forze dell’ordine libiche che li costringono a salire su dei container, ricorrendo alla violenza quando i disperati cercano di ribellarsi.
In un’intervista rilasciata a Iacona apparsa nel programma di ieri sera, l’ex ministro Giuliano Amato ha ammesso che le trattative con la Libia era cominciate già durante il governo Prodi. Un accordo non era stato raggiunto, ma l’ex ministro dell’interno ha dichiarato che con Tripoli si erano discusse semplicemente delle clausole tecniche, con nessuna attenzione alla componente umanitaria. Non è possibile fare il processo alle intenzioni ed il tracollo del governo Prodi ci impedisce di sapere se si sarebbe arrivati ugualmente al livello di lesione del diritto internazionale umanitario cui assistiamo giorno per giorno. Il nuovo governo Berlusconi invece ha subito messo in atto, senza alcun passaggio parlamentare, un accordo con la Libia di Gheddafi che prevede il passaggio di denaro, mezzi e uomini per aiutare gli africani a combattere il fenomeno già dalle coste del Mediterraneo.
Ci troviamo qui davanti alla prima evidente violazione del diritto umanitario. La Libia non è tra i paesi che hanno firmato la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo del 1948 ed ancora oggi non riconosce il diritto d’asilo. Secondo la convenzione, di cui l’Italia fa invece parte, il diritto d’asilo è il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni. Secondo la legge Bossi-Fini, varata nel 2002 da una maggioranza di governo simile a quella attuale, il respingimento dei richiedenti asilo è vietato. Altrettanto illegittimo è il respingimento delle donne incinta e dei minorenni. Ognuna di queste disposizioni è oggi violata in modo aperto dalla politica dei respingimenti in mare del governo italiano. Ma se non ci fosse la legge italiana a vietare questo comportamento, entrerebbe comunque in gioco il diritto internazionale che vieta i respingimenti collettivi proprio perché essi non permettono l’identificazione dei migranti e il riconoscimento di eventuali richieste di asilo politico.
Ma c’è dell’altro. Il presidente del consiglio Silvio Berlusconi ha di recente dichiarato che il problema della richiesta del diritto d’asilo non sussiste perché ai migranti respinti verrà data la possibilità di fare richiesta dalla Libia. Ciò è assolutamente falso. In primo luogo, come abbiamo visto, la Libia non riconosce il diritto all’asilo politico. In secondo luogo il personale delle Nazioni Unite non ha l’autorizzazione necessaria ad accedere nelle carceri libiche. Resoconti orribili arrivano da queste prigioni, storie di torture, violenze e ricatti che meritano un approfondimento ulteriore. Ciò che mi preme dire subito è che è stato dimostrato che a bordo della barca respinta a maggio c’erano donne, bambini e uomini provenienti da paesi in guerra ai quali sarebbe stato concesso, in virtù delle leggi italiane, immediato asilo politico. Essi sono invece in carcere oggi, sottoposti a terribili patimenti.
In questo momento, vorrei chiudere con le parole sensate della portavoce italiana dell’agenzia Onu che si occupa dei rifugiati, l’UNHCR: Laura Boldrini. Oltre ad essere una violazione del diritto umanitario palese, la politica dei respingimenti provoca anche conseguenze culturali molto rilevanti. I pescatori siciliani oggi hanno paura di aiutare i migranti.
Con le nuove leggi in materia di immigrazione clandestina, nel timore di passare per complici, questi uomini che nel corso dei decenni sono stati il primo esempio di solidarietà e umanità verso gli sfortunati viaggiatori del mare, oggi si tirano indietro. La Fortezza Europa è sempre più irraggiungibile.

(Continua-)


Silvio l’Africano.

1 settembre 2009

Libia Italia Berlusconi Gheddafi

Se c’è una cosa di cui non può essere rimproverato Berlusconi è di disinteresse verso l’Africa.
Il premier non è sicuramente particolarmente interessato ai problemi della povertà e della guerra nel continente nero, come hanno di recente sottolineato Bob Geldof e Bono Vox denunciando il mancato rispetto delle promesse fatte negli scorsi anni dall’Italia. Ma se si presenta l’occasione del business, ecco che Berlusconi diventa il nuovo Nasser, sostenitore del panarabismo, della Libia e del Maghreb. Oggi per la prima volta nella storia d’Italia, un presidente del Consiglio parteciperà alle celebrazioni per l’anniversario del colpo di stato compiuto dal colonnello Gheddafi nel 1969. Quaranta anni fa il Colonnello rovesciava il re Idris, eroe della resistenza anticoloniale. L’anziano re, che aveva abdicato da pochi giorni in favore del figlio, era considerato troppo debole dal nazionalismo panarabo, troppo vicino alle potenze occidentali (al cui fianco aveva combattuto durante la seconda guerra mondiale) e soprattutto troppo poco determinato contro Israele, nemico giurato dei nasseriani. La nuova Libia di Gheddafi si dimostrò invece ben più spietata. Gli ebrei fuggirono in Italia, mettendo fine ad una comunità secolare nel continente africano ma una sorta peggiore toccò agli italiani libici. Essi vennero cacciati, perseguitati, furono sottoposti a violenza ed i loro possedimenti vennero espropriati. Non voglio entrare nel merito del colonialismo che considero sempre sbagliato ma l’inimicizia nei confronti del nostro paese da parte della nuova leadership libica non poteva essere espressa in modo più esplicito.
Oggi invece Berlusconi va a Tripoli, accompagnato dalle Frecce Tricolori. Il premier sarà nella capitale libica testimoniando il suo progressivo allontanamento dalla politica estera della Comunità Europea. Sarkozy, invitato, ha cortesemente declinato. Addirittura Medvedev ha rifiutato di essere presente e parliamo di un uomo che fu tra i primi a congratularsi con Ahmadinejad dopo le elezioni dello scorso giugno in Iran. Una sola importante adesione è arrivata da un continente diverso da quello africano: Chavez, dittatore democratico del Venezuela sarà presente. Spero proprio che sia scattata una foto dei tre leader abbracciati: un feroce dittatore, finanziatore del terrorismo come Gheddafi;  il simbolo dell’antiamericanismo Hugo Chavez, che giorno dopo giorno annienta le libertà civili del suo paese; infine, Silvio Berlusconi, sua emittenza, l’uomo che non perde mai occasione per umiliare la dignità italiana.
Gheddafi nel frattempo attacca ancora Israele dimostrando di aver cambiato ben poco delle sue idee in politica estera. In risposta gli israeliani chiamano il dittatore libico “pagliaccio”, chiedendosi chi ancora lo tenga in considerazione. Beh, purtroppo la risposta è anche troppo evidente.
Ma come si concilia questa amicizia e questo trasporto a favore del Maghreb con le politiche razziste e inumane dei respingimenti in mare? Come spiegare l’accordo vergognoso con la Libia di Gheddafi, pronta a diventare discarica di clandestini ma mai autorizzato dal Parlamento Italiano? Semplice, basta mentire ed il premier è un professionista. Un esperto nel cambiare la propria opinione a seconda dell’interlocutore con il quale ha a che fare.
Il blogger Daniele Sensi ha il merito di avere tradotto e reso disponibile per il pubblico italiano una recente intervista concessa da Berlusconi ad una televisione tunisina di cui il presidente del consiglio possiede una fetta importante. Nessma TV si propone di fare al Maghreb quello che Mediaset ha fatto all’Italia. Come se in Africa non avessero già i loro problemi.

In sintesi, Berlusconi si è vantato di fronte a milioni di telespettatori africani di essere un grande statista, di amare profondamente l’Africa e aver tenuto conto di questo amore e di questo trasporto per le politiche del suo governo. “La politica del mio governo è dare casa, lavoro, istruzione e assistenza sanitaria ai migranti“. Chissà cosa ne pensa la Lega di questo programma. Secondo me è d’accordo, perché tanto si sa, Berlusconi non mantiene mai ciò che promette e comunque le poltrone dei leghisti a Roma Ladrona ormai non le tocca più nessuno. Con buona pace degli elettori. E della verità.


Un tuffo tra gli scogli.

3 luglio 2009

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In quei libri di storia che nel futuro racconteranno questi tormentati giorni della vita italiana, il 2 luglio del 2009 meriterà forse un intero capitolo. Nel giorno in cui il governo Berlusconi ha superato ogni limite con l’approvazione del decreto sicurezza qualcuno si è ribellato. L’opposizione in parlamento, il popolo di internet e perfino il Vaticano hanno accusato l’esecutivo di avere approvato una legge vergognosa, inumana e immorale. Il decreto sicurezza viola la Costituzione ed è un colpo durissimo per l’immagine internazionale di un’Italia che si appresta ad ospitare il G8. Questa legge e non le critiche a Berlusconi, caro presidente Napolitano, è fonte di divisione culturale, morale e legale nel nostro paese. Una Corte Costituzionale credibile non avrebbe alcun problema a rigettarla nell’oblio dei provvedimenti stupidi e decisamente sbagliati. Ma l’amicizia, la contiguità dei giudici col potere e la loro mancanza di indipendenza, illustrate dai patetici fatti di questi giorni, uccidono sul nascere questi appelli alla Suprema Corte.
Non ci rimane che aspettare che la tempesta passi. Che questo tuffo tra gli scogli non ci costi ferite insanabili. L’offesa fatta alla dignità umana non potrà essere nascosta dal cerone del presidente del consiglio. Il nero su bianco nell’ordinamento italiano non potrà essere cancellato solo con le bugie di una squadra di governo che si vanta senza rivelare la vergogna, di avere aumentato la sicurezza del nostro paese.
I nomi dei ministri di questo governo sono destinati all’ignominia perenne.  Essi dimostrano di non essere solo incapaci ma anche crudeli in una malizia che offende le vite e le mette in pericolo. La violazione palese del diritto internazionale d’asilo non può essere perdonata.
Ecco quali sono alcuni dei provvedimenti contenuti nella legge.

Schedatura dei clochard: per la prima volta dopo l’esperienza del terzo Reich hitleriano, sarà obbligatorio per le prefetture italiane avere un archivio dei barboni. I senza casa verranno in questo modo schedati. A che fine? Conosciamo l’idea della soluzione finale dei nazisti, gli obiettivi di questi lestofanti che governano l’Italia sono al momento ignoti.

Reato di immigrazione clandestina: l’ingresso non autorizzato in Italia comporterà una responsabilità penale. I clandestini, in quanto criminali, dovranno essere denunciati dai pubblici ufficiali che verranno a conoscenza della loro condizione di illegalità.  Ciò impedirà loro di registrare i figli, di curarsi, di difendere i propri diritti contro chi ne sfrutta il lavoro e le sevizie. Vengono violati alcuni diritti elementari che la Costituzione riconosce all’individuo, non al cittadino: la salute, l’istruzione e la sicurezza. La norma, inoltre, rischia di ingolfare le aule dei tribunali: il reato di immigrazione clandestina dovrà essere perseguito legalmente oberando i già lenti tribunali italiani con un numero imprecisato di casi che fermeranno letteralmente la giustizia in Italia. La nuova legge, ancora, è una mano alla malavita organizzata che potrà utilizzare una manodopera a prezzo bassissimo, senza temere che essa possa ribellarsi nel timore di essere perseguita penalmente dallo stato: immigrati irregolari tra l’incudine e il martello.

Permesso di soggiorno: il permesso di soggiorno per gli immigrati regolari sarà a pagamento. Inoltre, alcuni comportamenti potranno fare decadere il diritto dello straniero di possedere il documento. La pena, esauriti i punti sottraibili con sanzioni amministrative, sarà l’immediata espulsione dal suolo italiano o l’inserimento nel gruppo degli immigrati clandestini, come abbiamo visto perseguibili penalmente. Ciò vorrà dire che anche chi dovesse vivere in Italia da dieci anni si troverebbe a perdere in un giorno il proprio status sociale: da risorsa utile per la nazione a pericoloso criminale.

Ronde: questi gruppi di cittadini volontari si occuperanno di garantire la sicurezza in alcuni quartieri. Hanno il divieto di portare armi ma non è detto che essi non possano essere armati se in possesso di regolare porto d’armi. Oltre alle richieste già pervenute da parte di gruppi parafascisti e secessionisti, in quanto tali contrari alla Costituzione, è la norma in sé che potrebbe autorizzare orrori non ancora immaginabili.

Lotta a graffitari e mendicanti: potranno essere perseguiti penalmente coloro che sporcano i muri con disegni non autorizzati (i cosiddetti writers) e i mendicanti.

Offesa a pubblico ufficiale: viene ripristinato questo reato che, con le attuali condizioni del sistema sociale italiano, può trasformarsi in una vera e propria trappola per mettere a tacere qualsiasi tipo di opposizione.

Norme antimafia: l’inserimento di norme che riguardano l’inasprimento del 41 bis all’interno di una legge come questa mi offende come siciliano. Pensare che questo provvedimento viene preso dallo stesso governo pronto a tagliare le risorse alla polizia e ai giudici (come il promesso decreto anti intercettazioni dimostra) è la prova evidente di una malafede schifosa.

Non ci sono parole sufficienti a descrivere questa vergogna.
Le mie opinioni personali a proposito della violenza, che considero sbagliata in qualsiasi caso, mi proibiscono di chiedere qualcosa diverso dalla disobbedienza pacifica. Bisogna ribellarsi a queste regole, non obbedire, qualsiasi siano le conseguenze. Chiunque consideri le proprie azioni ispirate da un principio morale ha il dovere di opporsi a leggi inique, quali che siano le conseguenze delle sue azioni.
Siamo tutti clandestini.


Anna Politkovskaya o la Russia di Putin.

25 giugno 2009
I giornali internazionali dedicano oggi molto spazio alla assoluzione degli assassini della giornalista russa di origine ucraina Anna Politkovskaya. La coraggiosa donna che aveva sfidato Putin e l’esercito russo è stata uccisa a Mosca nell’ottobre del 2006. Fin dall’inizio, il processo contro gli esecutori materiali dell’omicidio è stato fortemente viziato da inconsistenze e l’assoluzione finale non è che la conseguenza di una procedura fittizia, costruita solo per mettere a tacere chi chiedeva giustizia per la Politkovskaya.
Anna Mazepa Politkovskaya è nata a New York, figlia di diplomatici sovietici, nel 1958. Nella sua brillante carriera giornalistica ha ottenuto numerosi premi ed era considerata una spina nel fianco dal regime di Putin che ella accusava apertamente di essere non democratico e violento. I suoi reportage dalla Cecenia l’avevano resa famosa in tutto il mondo, rendendo così nota una situazione di pericolo costante che riguarda i giornalisti russi con “la schiena dritta”. Dal 2000 a oggi, infatti, più di 200 reporter hanno perso la vita in Russia, alcuni in Cecenia, altri nelle città corrotte dell’immenso territorio russo. La Cecenia è però un caso a parte.
Chi volesse sapere di più sulle vicende del popolo ceceno può approfondire l’argomento attraverso gli splendidi articoli di Adriano Sofri, un grande esperto della materia. Per riassumere in breve, bisogna dire che i ceceni combattono contro il potere costituito in Russia da quasi quattro secoli. Che ci si debba confrontare con gli zar oppure con l’Unione Sovietica o ancora con la nuova Russia di Putin, i ceceni si sono sempre opposti all’omologazione che veniva forzata dall’alto. Dopo la seconda guerra mondiale, Grozny, capitale di un territorio grande come l’Abruzzo, è stata la città più bombardata al mondo. Tutti i ceceni maschi sono stati deportati dopo la guerra e la maggior parte di essi ha potuto far ritorno a casa solo dopo la morte di Stalin. Ma la destalinizzazione non ha significato affatto la fine delle sofferenze del popolo ceceno. La Russia di Putin, continuando delle persecuzioni che non si sono mai davvero arrestate, ha inserito il massacro dei ceceni nel grande calderone della lotta al terrorismo internazionale; approfittando del fatto che i ceceni sono musulmani il regime di Putin ha cercato di dimostrare i contatti tra Grozny e Al Qaeda.
Ecco dove Anna Politkovskaya ha cominciato a dare fastidio al regime. Con i suoi reportage dalla Cecenia, la coraggiosa giornalista accusava apertamente il Cremlino della violazione di quasi tutti i diritti umani sul territorio ceceno attirandosi l’odio aperto dell’esercito e dei servizi segreti. Proprio i servizi segreti hanno cercato in due occasioni di avvelenarla non riuscendo nell’opera. La seconda occasione è molto nota al popolo italiano: il sequestro dei bambini della scuola di Beslan, da parte di terroristi ceceni, risolto nel sangue dalle teste di cuoio russe. La Politkovskaya si stava recando a Beslan per partecipare alle trattative per il rilascio quando si sentì male e rischiò di morire a causa di un tè avvelenato, probabilmente somministratole dai servizi segreti russi.
Per uccidere Anna ci sono volute invece numerose pallottole sparate a bruciapelo. In questo modo, nel 2006, è stata messa a tacere la voce più scomoda per un regime che, approfittando della posizione dominante che gode dal punto di vista delle risorse energetiche, riesce a evitare ogni tipo di risoluzione da parte degli altri stati. Anzi, quegli stati che dovrebbero isolare il regime putiniano lo corteggiano, come fa apertamente il presidente del consiglio Berlusconi, che si proclama il migliore amico di Putin. E’ doloroso ma necessario ricordare, attraverso una testimonianza fotografica, il gesto che il premier rivolse ad una giornalista russa durante una conferenza stampa al fianco di Vladimir Putin. Dopo aver letto questo articolo, saprete che in Russia puntare una mitraglietta immaginaria contro un giornalista non è solo cattivo gusto. E’ una minaccia di morte.

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I giornali internazionali dedicano oggi molto spazio alla assoluzione degli assassini della giornalista russa di origine ucraina Anna Politkovskaya. La coraggiosa donna che aveva sfidato Putin e l’esercito russo è stata uccisa a Mosca nell’ottobre del 2006. Fin dall’inizio, il processo contro gli esecutori materiali dell’omicidio è stato fortemente viziato da inconsistenze e l’assoluzione finale non è che la conseguenza di una procedura fittizia, costruita solo per mettere a tacere chi chiedeva giustizia per la Politkovskaya.
Anna Mazepa Politkovskaya è nata a New York, figlia di diplomatici sovietici, nel 1958. Nella sua brillante carriera giornalistica ha ottenuto numerosi premi ed era considerata una spina nel fianco dal regime di Putin che ella accusava apertamente di essere non democratico e violento. I suoi reportage dalla Cecenia l’avevano resa famosa in tutto il mondo, rendendo così nota una situazione di pericolo costante che riguarda i giornalisti russi con “la schiena dritta”. Dal 2000 a oggi, infatti, più di 200 reporter hanno perso la vita in Russia, alcuni in Cecenia, altri nelle città corrotte dell’immenso territorio russo. La Cecenia è però un caso a parte.
Chi volesse sapere di più sulle vicende del popolo ceceno può approfondire l’argomento attraverso gli splendidi articoli di Adriano Sofri, un grande esperto della materia. Per riassumere, in breve, bisogna dire che i ceceni combattono contro il potere costituito in Russia da quasi quattro secoli. Che ci si debba confrontare con gli zar oppure con l’Unione Sovietica o ancora con la nuova Russia di Putin, i ceceni si sono sempre opposti all’omologazione che veniva forzata dall’alto. Dopo la seconda guerra mondiale, Grozny, capitale di un territorio grande come l’Abruzzo, è stata la città più bombardata al mondo. Tutti i ceceni maschi sono stati deportati dopo la guerra e la maggior parte di essi ha potuto far ritorno a casa solo dopo la morte di Stalin. Ma la destalinizzazione non ha significato affatto la fine delle sofferenze del popolo ceceno. La Russia di Putin, continuando delle persecuzioni che non si sono mai davvero arrestate, ha inserito il massacro dei ceceni nel grande calderone della lotta al terrorismo internazionale; approfittando del fatto che i ceceni sono musulmani il regime di Putin ha cercato di dimostrare i contatti tra Grozny e Al Qaeda.
Ecco dove Anna Politkovskaya ha cominciato a dare fastidio al regime. Con i suoi reportage dalla Cecenia, la coraggiosa giornalista accusava apertamente il Cremlino della violazione di quasi tutti i diritti umani sul territorio ceceno attirandosi l’odio aperto dell’esercito e dei servizi segreti. Proprio i servizi segreti hanno cercato in due occasioni di avvelenarla non riuscendo nell’opera. La seconda occasione è molto nota al popolo italiano: il sequestro dei bambini della scuola di Beslan, da parte di terroristi ceceni, risolto nel sangue dalle teste di cuoio russe. La Politkovskaya si stava recando a Beslan per partecipare alle trattative per il rilascio quando si sentì male e rischiò di morire a causa di un tè avvelenato, probabilmente somministratole dai servizi segreti russi. L’esercito russo, invece, una volta l’aveva arrestata. Anna era rimasta alcune ore nelle loro mani in Cecenia ed aveva subito violenze fisiche e psicologiche incredibili. Ma la violenza e l’ottusità del regime non l’avevano fermata.
Per uccidere Anna ci sono volute allora numerose pallottole sparate a distanza ravvicinata. In questo modo, nel 2006, è stata messa a tacere la voce più scomoda per un regime che, approfittando della posizione dominante che gode dal punto di vista delle risorse energetiche, riesce a evitare ogni tipo di condanna da parte degli altri stati. Anzi, quegli stati che dovrebbero isolare il regime putiniano lo corteggiano, come fa apertamente il presidente del consiglio Berlusconi, che si proclama il migliore amico di Putin. E’ doloroso ma necessario ricordare, attraverso una testimonianza fotografica, il gesto che il premier rivolse ad una giornalista russa durante una conferenza stampa al fianco di Vladimir Putin. Dopo aver letto questo articolo, saprete che in Russia puntare una mitraglietta immaginaria contro un giornalista non è solo cattivo gusto. E’ una minaccia di morte.

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