L’amore è contagioso.

20 giugno 2010

Ho dovuto aspettare qualche ora per trovare le parole adatte a descrivere lo spettacolo che la mia città mi ha offerto ieri.

Palermo, questa città così grigia, così sporca, così cattiva nasconde in modo impenetrabile un cuore colorato e differente, quasi invisibile eppure pulsante. Improvvisamente grazie al lavoro instancabile dei volontari, all’organizzazione impeccabile dell’Arcigay palermitana e alla voglia di amore e di colore della cittadinanza palermitana, questo cuore nascosto è esploso davanti agli occhi di tutti.

Non tutti lo sanno, anche tra i miei cittadini, ma la Palermo è un simbolo per il movimento omosessuale italiano. Proprio qui trenta anni fa nasceva la prima organizzazione per i diritti dei gay nel nostro paese in seguito al tragico omicidio suicidio di due uomini a Giarre. Allora, l’emarginazione e la solitudine potevano portare anche a gesti disperati. Oggi qualcosa sembra cambiato anche se la strada per l’eguaglianza dei diritti in Italia sembra ancora lunga e difficile, anche a causa dell’ombra oscura del Vaticano.

Qualche mese fa avevo saputo che Palermo era stata scelta come sede regionale per il Gay Pride. Mai avrei immaginato una risposta come quella di ieri. Diecimila persone hanno affollato le vie del centro, dopo una settimana difficile.
Erano successe due cose, molto sgradevoli. La prima era stata un comunicato di un’associazione di giovani del PDL che stigmatizzava il Pride descrivendolo come “volgare esibizionismo sessuale”. Come sempre dediti con impegno a negare i diritti degli altri nella difesa dei propri privilegi, questi ragazzotti che si fregiano di una parola che sembrano non capire già nel nome del loro partito, avevano tappezzato la città di manifesti che attaccavano il corteo prima ancora di averlo visto.
L’autore di questo blog si permette ora di dare un esempio di “volgare esibizionismo sessuale” come documentato grazie al blogger Daniele Sensi qualche mese fa. Il protagonista è un simpatico vecchietto che dovrebbe essere ben noto ai più.

Tornando a Palermo. Questa settimana eravamo stati costretti a prendere atto anche dell’intolleranza omofoba di alcuni dei nostri concittadini. Il fotografo scelto per scattare i manifesti del Pride, Francesco Paolo Catalano, era stato insultato e rapinato (a sfregio, diciamo a Palermo, cioè per dispetto, data la natura dei beni sottratti) in pieno centro storico. Quando aveva deciso di denunciare l’accaduto si era dovuto anche scontrare con chi considera ancora, nel 2010, la decisione di fare delle fotografie una provocazione.

Si arrivava quindi al sabato. Festa strepitosa, madrina Vladimir Luxuria, partecipazione garantita di associazioni e sigle gay e non. E la popolazione? E Palermo?

Palermo c’era. Palermo ha risposto. Palermo ha fatto vedere che può essere diversa.
Io oggi posso dire con orgoglio che la mia città è una città europea o almeno vorrebbe esserlo.
Posso dire che i miei concittadini hanno un grande cuore e che in buona parte sono migliori dell’immagine che abbiamo di loro.
Il corteo si ingrossava strada dopo strada, persona dopo persona. Qualcuno, restando in disparte, si chiedeva con preoccupazione se davvero c’erano così tanti gay a Palermo. Noi siamo felici di avere creato questi dubbi.

Il popolo LGBT(E) ieri ha marciato a Palermo e per un pomeriggio si è conquistato la città.
Chi c’era non potrà mai dimenticarlo.

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Alle riforme! Alle riforme!

13 gennaio 2010

Il governo Lombardo-ter si è formato! Allelujah! Se ne sentiva davvero il bisogno. Ma c’è una nuova importante novità: il neo-assessore Mario Centorrino è iscritto al Partito Democratico. La nomina sembra essere la conclusione del dialogo tra alcuni dirigenti del partito di opposizione ed il governatore dell’MPA. Anche lo stesso segretario del partito in Sicilia, Peppino Lupo aveva detto che Lombardo proponeva di convergere su alcune riforme e non sui nomi degli assessori. Ora aspettiamo le riforme. Alcuni però non sono d’accordo come Rita Borsellino ed Enzo Bianco che hanno lanciato una petizione online contro il patto scellerato all’Assemblea Regionale.

Raffaele Lombardo, soprannominato “Arraffaele” da alcuni amici, è stato eletto presidente della regione Sicilia il 14 aprile 2008 con un consenso importante: il 65% delle preferenze. Il politico catanese ha battuto in quella occasione Anna Finocchiaro, candidata del centrosinistra unito grazie al sostegno di PDL, UDC e del suo partito l’MPA. Purtroppo per Lombardo e per i siciliani tutti, il governo regionale non è stato un clamoroso successo. Pur godendo di una grande maggioranza, infatti, il centrodestra ha litigato in modo molto intenso fin dalle prime settimane di governo arrivando a livelli di tensione sconosciuti su tutto il territorio nazionale. Così, a poco a poco, dal governo regionale sono stati allontanati gli assessori dell’UDC di Cuffaro e tutti quelli che si opponevano al governatore. Addirittura, il PDL in Sicilia si è scisso: il PDL Sicilia, guidato da Gianfranco Micciché sostiene il governo mentre il PDL nazionale, i “lealisti” sono all’opposizione. In questo marasma il PD, una volta uscito dalle primarie, ha cercato di capire quale potesse essere il suo ruolo. Pare evidente a tutti che le elezioni anticipate porterebbero al governo di nuovo la coalizione di centrodestra: per questo motivo, data la situazione davvero peculiare di squilibrio politico, qualcuno ha pensato di poter fare a meno degli elettori e partecipare direttamente al governo.

In questo frangente non mi resta che rinfrescare la memoria (in qualche caso davvero recentissima se non contemporanea) a chi vuole collaborare con l’MPA lombardiano sulle scelte di voto che la formazione autonomista siciliana ha preso durante questa legislatura a Roma.

Partiamo dall’argomento caldo, il processo breve. Proprio oggi Maurizio Gasparri ha ringraziato Giovanni Pistorio (MPA) per il sostegno al DDL sul processo breve: qui ne da notizia, in pompa magna, il sito dell’MPA. Ma in generale la linea degli autonomisti sulla riforma della giustizia è chiara: basta leggere questo articolo del Sole 24 Ore del due dicembre. L’MPA non partecipa neppure alla votazione sulla cosiddetta “Bozza Violante”. Qualche cosa vorrà dire.

Adesso passiamo alla riforma della scuola. Voluta intensamente dal ministro Gelmini ha causato le ire di studenti e insegnanti. Il PD è naturalmente contrario ai tagli. E l’MPA? In parlamento vota diligentemente col governo poi rilascia dichiarazioni contro la riforma dicendo No alla riforma. Grande coerenza, vero? Quella che serve per le riforme in Sicilia.

Ma andiamo avanti. Qualcuno ricorderà lo scandalo provocato tra gli elettori del PD dalla scelta della senatrice Binetti di votare contro la proposta Concia contro l’omofobia. In quel caso, infiammato dalla passione delle primarie, il segretario uscente Dario Franceschini era arrivato a minacciare l’esclusione della cattolicissima Paola dal partito. Chi l’avrebbe presa tra le sue amabili braccia? Ma l’MPA naturalmente: il deputato Iannaccone non aspettava un momento per invitare la Binetti nel suo partito dicendo: “Alla Binetti, con la quale sulle questioni eticamente sensibili siamo in perfetta sintonia, esprimiamo la nostra solidarietà e la invitiamo a venire nel Mpa dove potra’ liberamente esprimere le sue idee e le sue convinzioni“. In che senso sintonia? Beh, basti vedere cosa diceva Iannaccone a proposito della negazione del patrocinio ministeriale al gay-pride di Roma: “il ministro Carfagna ha perfettamente ragione“.

Beh, d’altra parte l’MPA è sicuramente un partito riformista ed aperto al cambiamento. Per questo motivo si è presentato alle elezioni del 2009 con un grande movimento innovatore: la Destra di Francesco Storace.

Come dimenticare, infine, la posizione internazionalista sui fenomeni migratori. Grazie ai voti dell’MPA, solidale con il governo, è stato approvato a luglio il “pacchetto sicurezza“, inviso addirittura al Vaticano e per questo rifiutato anche dall’altro movimento cattolico ex democristiano, l’UDC dal quale provengono molti personaggi autonomisti ed anche lo stesso Lombardo. Con questa simpatica votazione, l’Italia ha introdotto il reato di immigrazione clandestina sprecando innumerevoli risorse per ragioni propagandistiche e annichilendo quel sistema delle carceri che il ministro Alfano oggi vuole riformare d’urgenza. Che dire?

Come si fa a pensare che con l’MPA si possa parlare di riforme?
Chi lo pensa in Sicilia può essere motivato da due convinzioni: o pensa che Lombardo sia cambiato o accetta di restare sotto il tavolo mentre il banchetto continua aspettando che cada qualche osso, qualcosina da rosicchiare.
Ed intanto la Sicilia affonda.


Vendere le proprietà confiscate alla mafia è un gravissimo errore.

24 novembre 2009

Il 7 marzo del 1996 si compiva il sogno di Pio La Torre, politico comunista siciliano ucciso dalla mafia nel 1982.  Il parlamento approvava all’unanimità la legge 109/96, “Disposizioni in materia di gestione e destinazione di beni sequestrati o confiscati” alle mafie.  La legge era frutto di una petizione firmata da milioni di cittadini.

Oggi un emendamento della legge finanziaria mette in discussione i principi di quella legge. Il governo rimette in vendita i beni sequestrati alla mafia sottraendoli all’amministrazione speciale prevista dalla legge 109. Si tratta di una scelta grave. Già oggi la legge 109 viene considerata inadeguata da chi opera nell’ambito del recupero delle terre sottratte alla mafia e alla loro restituzione alla società civile: la vendita delle proprietà mafiose sarebbe un colpo di grazia. Le associazioni antimafia insorgono appoggiate dall’opposizione mentre alcuni malumori sorgono anche nel governo, soprattutto nella area ex AN del PDL. Si tratta dell’ennesima questione dopo il mancato scioglimento del comune di Fondi e lo scanalo legato al sottosegretario Nicola Cosentino che il partito di governo voleva candidare alle regionali in Campania.

Dopo lo scudo fiscale che ha sollevato tante polemiche, questa nuova disposizione rischia di riportare indietro il Mezzogiorno di quasi quindici anni. Le terre rimesse in vendita verrebbero riacquistate con poca difficoltà dai mafiosi: la liquidità non è sicuramente un problema per chi ha la grande necessità di riciclare il denaro ottenuto con il malaffare. Già oggi chi si impegna a lavorare nelle terre distribuite dalla legge 109 è esposto al ricatto e alla violenza di chi reclama diritti sulle proprietà mafiose. Anche per questo motivo l’affidamento delle terre è così complesso: se le associazioni ed i gruppi riescono a far fronte grazie alla nuova sensibilità dell’opinione pubblica alle minacce, lo stesso non può essere detto dei singoli ai quali viene richiesto un coraggio spesso superiore al beneficio che possono trarre dallo sfruttamento della terra. Per questo motivo il limite di 90 giorni, proposto dall’emendamento,  è una vergogna.

L’associazione Libera, che nel 1996 fu protagonista dell’iniziativa legislativa che condusse alla legge 109 e che con il suo marchio contraddistingue le produzioni delle cooperative che producono materie prime sulle terre confiscate alla mafia ha lanciato un appello che si può sottoscrivere a questo indirizzo.

Secondo Rita Borsellino, parlamentare europeo del Partito Democratico, la nuova misura contenuta nell’emendamento alla finanziaria è un passo indietro nella promozione della cultura della legalità che rischia di fare un enorme regalo alle mafie. Sulla stessa posizione sono l’ex presidente della Commissione antimafia Giuseppe Lumia e l’europarlamentare Rosario Crocetta, tra i protagonisti della lotta alla mafia in Sicilia.

L’amministrazione speciale dei beni confiscati alla mafia è un colpo durissimo per il sistema mafioso per il territorio.
Permette alla società di riappropriarsi direttamente di quello che le appartiene e ai lavoratori di trovare un’alternativa onesta all’inserimento nel sistema criminale. Per questo motivo Totò Riina fece uccidere La Torre che proponeva di applicarla. Tornare indietro, con una norma nascosta in un megaprovvedimento come la Finanziaria sarebbe uno smacco inaccettabile per chi combatte contro le mafie.


Notizie da una città dimenticata.

8 ottobre 2009
palermo-sicilia
In questi giorni, con l’Italia giustamente distratta da altre faccende, a Palermo si consuma lo scandalo quotidiano della pessima amministrazione. Il sindaco Diego Cammarata, rieletto appena due anni fa al comune dopo aver battuto il candidato dell’opposizione Leoluca Orlando, è stato travolto da una incredibile serie di scandali che coinvolgono la sua amministrazione e le aziende comunali che dipendono dalle sue nomine. Cammarata aveva promesso miglioramenti alla viabilità, nella gestione dei rifiuti, nella vivibilità della città. Dopo due anni il suo fallimento è evidente a tutti.
Il sindaco del PDL è ormai in minoranza all’interno del consiglio comunale, consiglio che ha sempre disertato dopo la rielezione (si è presentato in aula solo due volte in due anni, una specie di record nazionale). A Palermo tutti sanno quali sono i problemi che la giunta Cammarata non ha mai affrontato o non è riuscita a risolvere. Fuori dalla Sicilia, invece, le vicende del capoluogo sono poco conosciute. Sarebbe interessante chiedersi perché, visto che Palermo è una delle città più importanti d’Italia, roccaforte di un centrodestra che controlla tutti i livelli della pubblica amministrazione. Tuttavia, in una settimana in cui si parla di morti di serie B dopo la tragedia di Messina, è evidente a tutti i siciliani il riguardo che le notizie regionali hanno sulla stampa nazionale. D’altra parte è una prassi ormai confermata, sottolineata più di una volta anche da Roberto Saviano quando parla di mafia, quella di relegare i problemi del sud al contesto locale, cercando di evitare che essi possano essere discussi a livello nazionale. Ed infatti di sud e di Sicilia si parla soltanto quando viene arrestato qualche latitante o quando succede un disastro. Come se il meridione fosse un ospite poco gradito quando si devono discutere i problemi dell’Italia.
Invece, il caso di Palermo, dimostra come l’insuccesso e l’incapacità della amministrazione locale non siano legati ai soliti inghippi siciliani ma ad una politica più diffusa del centrodestra nazionale impegnato nella costruzione di appalti colossali dove ci sarebbe bisogno di intervenire in fretta per colmare le carenze più elementari che affliggono la popolazione.
L’amministrazione Cammarata bis è travolta in questi giorni da due scandali. Il primo, l’unico ad aver meritato un po’ di spazio a livello nazionale nel telegiornale satirico Striscia la Notizia, riguarda uno scoop fatto dalla giornalista Stefania Petyx. Un impiegato della Gesip, azienda comunale per i servizi, bacino elettorale e clientelare per le amministrazioni locali, sarebbe in realtà al servizio privato del sindaco. Il signor Franco Alioto, marinaio che lavora sullo yacht del primo cittadino, ormeggiato nel porto di Palermo, verrebbe pagato dalla Gesip e quindi con soldi pubblici. Si tratta di uno scandalo personale che coinvolge direttamente il sindaco, il quale si sarebbe impegnato per la sua assunzione e per fare ottenere al suo “skipper” una serie di promozioni assolutamente immotivate; tuttavia le considerazioni che nascono da esso non hanno nulla di privato: ecco come il centrodestra siciliano usa il denaro pubblico che elemosina a Roma. Dopo l’esplosione dello scandalo, rimasto inspiegabilmente confinato nello spazio satirico dell’informazione nazionale, l’opposizione comunale ha cercato in vari modi di presentare una mozione di sfiducia contro il sindaco, che da parte sua naturalmente rifiuta di dimettersi nonostante l’evidenza delle prove presentate contro il suo comportamento. La città è stata per qualche giorno in subbuglio, molti cittadini hanno protestato, manifestato e attaccato il sindaco con nessuna conseguenza. La maggioranza di centrodestra in comune, che nel frattempo probabilmente attende istruzioni dall’alto, fa ostruzionismo per evitare la sfiducia ma allo stesso tempo non si schiera in modo aperto a difesa del sindaco.
Non c’è da stupirsi di questo atteggiamento, visto che il centrodestra siciliano è scosso ormai da mesi da una lotta politica senza quartiere tra i politici di PDL, UDC ed MPA. Ma a prescindere dalla lotta interna, Cammarata è diventato indifendibile soprattutto perché il comune di Palermo è vicino alla bancarotta ed ha chiesto più di una volta l’intervento del governo nazionale per sanare i suoi debiti. Ecco quindi che va sottolineato il secondo e più grave scandalo che sta coinvolgendo l’amministrazione Cammarata: il problema dei rifiuti. La situazione di Palermo è molto simile a quella di Napoli dello scorso anno. L’azienda comunale per la gestione dei rifiuti (Amia) è al tracollo in seguito ad una politica sconsiderata da parte dei suoi amministratori, vicini alla maggioranza di centrodestra. I fondi messi a disposizione per la gestione dell’immondizia sono stati usati per viaggi all’estero dei dirigenti, sponsorizzazioni all’estero e fattispecie estranee alla corretta amministrazione. Nel frattempo, la discarica di Bellolampo, bacino di raccolta della città di Palermo è in una situazione spaventosa: sacchetti di immondizia ai margini dell’abitato cittadino, misure ecologiche violate oltre ogni limite, addirittura un lago non monitorato di percolato pronto ad inquinare per sempre le falde vicine a Palermo. Nessuno parla, ovviamente, di raccolta differenziata. L’Amia perde 100.000 euro al giorno ed ha un buco di 180 milioni di euro (come certificato dal Tribunale di Palermo che ne ha chiesto il fallimento). In questa situazione catastrofica la giunta Cammarata pensa a rilanciare promettendo un inceneritore. Grandi opere per contrastare grandi problemi: peccato che le opere non si facciano e i problemi rimangano.
La situazione è ormai arrivata al tracollo. Questi scandali infatti sono soltanto gli ultimi due di una lunga serie. Nel frattempo tutti scendono dalla barca del sindaco. Nessuno l’ha votato, nessuno lo conosce, nessuno lo approva. Allo stesso tempo nessuno in Italia si occupa di Palermo: vi ricordate come Napoli ed i suoi rifiuti fossero al centro della cronaca italiana? L’indifferenza verso le faccende siciliane è un grave problema per la politica italiana, soprattutto per Partito Democratico. Costruire un’alternativa è necessario ma il partito è in gravissimo ritardo.

Il fischio del vapore.

4 agosto 2009

Freccia del Sud

Ancora una volta mi occupo della mia terra infelice. Pare che le Ferrovie dello Stato vogliano tagliare i collegamenti con il continente. A denunciarlo è la CGIL che afferma di aver preso visione del progetto di viabilità previsto per il 2010. Le ferrovie manterrebbero soltanto le tratte regionali costringendo i viaggiatori siciliani a cambiare vettura per raggiungere l’Italia.
Nel giorno in cui il ministro Alfano viene a blaterare di un’opera irrealizzabile come il ponte sullo stretto di Messina, voluto da pochi, temuto da tanti, questa notizia aggiunge l’ennesima prova alla sensazione che a Roma nulla sia cambiato negli ultimi due millenni. La Sicilia è ancora vista come una provincia granaio, come ai tempi dei cesari. Che il grano si sia trasformato in pacchetti di voti è solo un tangibile e triste segno dei tempi.
Viaggiare in treno in Sicilia è già una tragedia. Le città sono collegate da strutture antidiluviane: spesso con binario unico. Ancora più disperata è la situazione dei collegamenti con i paesi dell’interno dell’isola. Finora, il treno più importante per Milano, capitale economica d’Italia e meta di moltissimi emigranti di lusso, è un treno vecchio e sporco chiamato con crudele ironia Freccia del sud. 26 ore da Agrigento a Milano, senza neppure passare per Palermo. 26 ore ed il biglietto costa quasi quanto uno aereo.
Provate a prendere un treno a Milano con una qualsiasi diversa destinazione. Andate in Francia, in Germania, uscite anche dall’Europa. Difficilmente in 26 ore non raggiungereste un altro continente. La distanza è reale ma è maggiore il disprezzo di chi ci governa della quantità dei chilometri.
Se l’amministrazione Lombardo fosse davvero interessata al bene della Sicilia, accantonerebbe il progetto del ponte. Molte altre sono le infrastrutture da realizzare prima di lanciarsi nel volo pindarico di unire l’Italia e la Sicilia. Nell’anno tragico del terremoto in Abruzzo, costruire il ponte a campate più lungo del mondo su una zona sismica sembra una sfida degna della torre di Babele. Se la punizione fosse la stessa, almeno avremmo qualche parola nuova per maledire questa schifosa amministrazione.


Ospedale di Agrigento: una storia siciliana.

30 luglio 2009

ospedale_san giovanni_di_dio agrigento

L’ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento dovrà probabilmente essere abbattuto. E’ questa la drammatica conclusione alla quale sono arrivate le perizie predisposte dagli organi investigativi che hanno dimostrato l’inagibilità di un edificio portato a termine solo cinque anni fa, nel giugno del 2004. Il cemento che costituisce la struttura portante dell’ospedale è troppo leggero, incapace di resistere alle oscillazioni che potrebbero essere provocate da un eventuale terremoto: qualcuno dice addirittura che nei piloni ci sarebbe più sabbia che cemento. Si conclude così la parabola di una delle opere pubbliche che doveva essere uno dei fiori all’occhiello della sciagurata amministrazione Totò Cuffaro in Sicilia. Quattrocento posti letto e un centro di accoglienza per senza tetto e migranti dovranno trovare una nuova collocazione.
I lavori per la costruzione dell’ospedale erano stati più che ventennali. Nella routine di una amministrazione siciliana che non è mai stata un modello di virtù e trasparenza, l’esempio della vecchia struttura dell’ospedale San Giovanni, nel centro di Agrigento, era diventato un caso locale nel 2001 quando la campagna “Ospedale Sicuro 2001” aveva assegnato alla struttura sanitaria la maglia nera per i diritti del malato.  L’ospedale era certo in buona compagnia con altre strutture siciliane ma l’insuccesso nella campagna sembrava richiedere in fretta delle soluzioni allo sfacelo.
Una svolta avviene nel 2001 quando Ettore Cittadini, assessore regionale alla Sanità della regione Sicilia guidata da pochi giorni da Totò Cuffaro sblocca un enorme somma dai fondi destinati all’edilizia ospedaliera. Tra le opere da rinnovare o finire di costruire spunta anche l’ospedale San Giovanni di Dio che viene infatti completato rapidamente per essere inaugurato nel giugno del 2004. In tre anni dunque l’ospedale viene completato: costretto a lasciare nel 2004, Cittadini si vanterà del completamento della struttura come di un successo. Inutile dire che il tempo gli ha dato torto.
Ma già il 5 giugno del 2004 lo spumante per l’inaugurazione va di traverso a Cuffaro e soci. Corriere e Repubblica denunciavano subito le condizioni igieniche precarie del nuovo ospedale, invaso dai topi ed i molti disservizi di una struttura non decisamente fortunata. Talmente poco fortunata che qualche mese dopo il direttore generale Gaetano D’Antoni chiedeva al presidente della regione un intervento diretto per le molte disfunzioni della struttura: dal linolem bucato alla mancanza di infermieri. Nel frattempo Cittadini lascia la giunta regionale e viene sostituito da Giovanni Pistorio. Al San Giovanni di Dio viene chiamato invece Giancarlo Manenti, ex dirigente dell’ospedale Villa Sofia a Palermo. Ma Pistorio e Manenti, assieme a Cuffaro, diventano nel 2005 protagonisti di uno degli scandali più grandi che abbiano mai coinvolto la sanità siciliana ed i suoi rapporti con la mafia. Un riassunto ben più che efficace dell’intera storia è il documentario La mafia è bianca di Stefano Bianchi e Antonio Nerazzini. Sotto uno spezzone importante che riguarda proprio Giancarlo Manenti e l’ospedale San Giovanni di Dio.

Manenti, già discusso per l’amministrazione di Villa Sofia, ottiene la dirigenza del nuovo ospedale agrigentino.
Da marzo 2005 l’antimafia comincia dunque a indagare sulla sanità siciliana. Qualche anno dopo, Cuffaro verrà condannato in primo grado per favoreggiamento semplice per i fatti legati a questa vicenda.
Nel 2006, la Corte dei Conti condanna uno dei dirigenti del San Giovanni di Dio, Antonino La Valle, a risarcire l’erario per aver violato anche le più elementari norme della contabilità pubblica. Decisamente una brutta figura ma ovviamente non sarà l’ultimo scandalo a coinvolgere l’ospedale. Sotto la guida di Manenti, il San Giovanni di Dio diventa però un gioiellino che attira primari e infermieri da tutta Italia. Le spese devono però essere eccessive se ad un certo punto, nel 2007, vengono praticati dei dolorosi tagli di organico. Nel 2008 però lo scandalo riesplode: i nomi sono sempre gli stessi: Cuffaro, Cittadini, Manenti in quella che Attilio Bolzoni chiama “orgia del potere” ci sono anche “Incarichi da favola. Appalti corsari. Sprechi insolenti, primari boss e boss primari, ospedali finti per malati veri. E poi assunzioni, sempre assunzioni, ancora assunzioni”. E’ una sanità allo sbando, piena di debiti, corrotta, vergognosa ma senza pudore. Senza pudore perché nonostante le inchieste, i processi e gli scandali i protagonisti sono sempre gli stessi e non si spostano mai. Alcuni vengono addirittura promossi come Cuffaro e Pistorio, eletti senatori alle ultime elezioni nazionali.
Manenti invece viene condannato il 25 maggio del 2009: avrebbe causato un danno di 34 milioni alle casse della sanità pubblica in favore di quella privata o per lo meno questa è la motivazione della condanna in primo grado da parte del Tribunale di Palermo. Manenti a questo punto decide di dimettersi dall’ospedale San Giovanni e per questo atto viene addirittura elogiato dal nuovo assessore alla Sanità del governo regionale Lombardo, Massimo Russo. Ma è questa la prassi in Sicilia dove il potere è più importante della giustizia.
Ma arriviamo alla fine di questa storia, triste esempio di come funziona la pubblica amministrazione in Sicilia. Il sequestro dell’ospedale agrigentino e le indagini verso ventidue persone coinvolte nella costruzione dell’edificio di sabbia e cemento è, come abbiamo visto, solo l’ultima tappa di una vicenda cominciata male e finita anche peggio. Chi pagherà questi danni se non i contribuenti siciliani in quel federalismo fiscale che il presidente Lombardo invoca a gran voce?
In attesa di saperlo, vi invito a vedere i nomi degli indagati. Un paio vi saranno ormai familiari. Manenti all’inizio della perizia era ancora in carica e disse: “Sarebbe il caso di nominare una equipe di strutturisti per verificare la consistenza del cemento armato. Ma di qui a dire che bisogna chiudere l’ospedale ce ne vuole davvero“. Ci sarebbe da ridere tra le lacrime.
Oggi, invece, l’assessore Russo, bontà sua, dicePurtroppo cominciano a venire al pettine i nodi di una disastrosa gestione, sia per quanto riguarda l’amministrazione di risorse pubbliche che sotto il profilo della qualità dei servizi e delle strutture: non è la prima volta che la sanità siciliana è oggetto di indagini della magistratura, ci sono altre inchieste in corso ed è verosimile che ce ne siano altre in futuro. Questa, purtroppo, è la situazione che abbiamo ereditato, fatta di illegalità diffusa, di spreco di denaro pubblico e di scarsa organizzazione“.
Caro assessore Russo, da chi avete ereditato questa situazione? Da quel Cuffaro che nel 2004 lasciò il seggio al Parlamento Europeo all’amico e compagno di partito Raffaele Lombardo, ora presidente della Regione? Da quel Giancarlo Manenti che lei ancora elogiava poche settimane fa?
I siciliani meritano rispetto. Lo scandalo della sabbia al posto del cemento non è ancora finito per la sanità siciliana. Notizie Radicali parla di altre strutture locali che sarebbero al vaglio della magistratura. Le responsabilità politiche sono chiare. L’eredità di Cuffaro e del cuffarismo ancora imperante sarà devastante per la Sicilia.


Rita Atria, fiore dell’estate.

26 luglio 2009

RitaAnniversario

La fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta hanno visto una rivoluzione culturale in Sicilia. Per la prima volta masse di cittadini si opponevano in modo aperto alla mafia, l’omertà cominciava a cadere e i siciliani iniziavano a chiedere giustizia a grande voce.
Secondo Salvatore Borsellino, fratello dell’eroe Paolo, la morte dei giudici, il loro sacrificio è stata la molla che ha fatto scattare la reazione del popolo agli orrori delle mafie. Lo sguardo chiaro di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ha scavato un solco nell’animo dei loro conterranei e di molti italiani, tutta gente che ormai non vuole più girare la testa.
Proprio la consapevolezza della società civile, ancora di più del fenomeno dai molti toni di grigio del pentitismo, è la grande vittoria dei giudici martiri della mafia. L’impossibilità per ogni siciliano di evitare di schierarsi. La necessità di una posizione chiara sul fenomeno mafioso.
Purtroppo per ottenere questi risultati è stato versato del sangue. Il sangue dei giudici e degli uomini delle loro scorte. Il sangue dei politici onesti come Pio La Torre e degli attivisti più puri come Peppino Impastato. Ma anche il sangue di Rita Atria.
Rita era una ragazzina, quando è morta aveva 17 anni. Paolo Borsellino era il suo secondo padre, quello cui aveva confidato i segreti sporchi della sua famiglia, la violenza, la sopraffazione e gli omicidi. Non era una pentita Rita Atria, perché non aveva proprio niente di cui pentirsi. Nella sua brevissima vita era stata testimone della brutalità di una mafia che le aveva portato via il padre, il fratello e moltissimi amici e parenti. Assieme alla cognata Piera Aiello, Rita Atria decise nel 1992 di raccontare quello che sapeva.
Dopo la sua morte in questo giorno di fine luglio, diciassette anni fa, la madre impazzita distrusse la lapide della sua tomba ripudiandone la memoria. Cosa aveva fatto di così tremendo?
Rita Atria aveva testimoniato lo schifo, la vergogna, l’orrore della mafia. Le sue dichiarazioni avevano aiutato il giudice Borsellino a smantellare parte dell’organizzazione mafiosa della zona di Partanna, facendo luce su omicidi e lotte di potere che coinvolgevano i politici del paese.
Nelle terre di mafia le persone coraggiose che raccontano la verità vengono chiamate infami. Per la sua famiglia, Rita era una traditrice.
Quando andò incontro alla morte, scegliendo il suicidio alla disperazione della solitudine, Rita non sapeva che anche il suo sacrificio sarebbe servito a svegliare le coscienze. Se una ragazzina rinuncia alla vita dopo la morte del giudice che gliel’aveva salvata, la responsabilità ricade tutta su di noi.
Su di noi siciliani che assistiamo spesso troppo in silenzio alle ingiustizie quotidiane ed alla consueta immondizia che chiamano mafia. Su di noi persone oneste che cerchiamo di comportarci sempre rettamente in un mondo disonesto. Dal sangue e dalla carne di Rita Atria deve nascere la testimonianza di una vita giusta, di un esempio di coraggio. Una rivoluzione ancora tutta da combattere.
Dobbiamo essere in grado di continuare la battaglia di Rita. Raccontare la verità rimane un atto di coraggio in Sicilia.