Il processo farsa ai sette Baha’i.

15 gennaio 2010

Ci sono storie sconosciute che però servono a capire la realtà di una nazione. Quella che sto per raccontavi è una di queste.

Nella primavera del 2008 sono state arrestate sette persone in Iran. Si trattava dei membri dell’Assemblea Nazionale Spirituale Baha’i, in pratica sette leader religiosi. Nel paese della Rivoluzione Islamica, però, appartenere a una religione diversa dall’Islam è di per sé una colpa.

I sette sono stati detenuti per più di un anno senza conoscere le accuse che li avevano condotti a soffrire nella tremenda prigione di Evin a Teheran. Non hanno avuto nemmeno la possibilità di parlare con l’esterno o con i loro avvocati. Il premio nobel Shirin Ebadi, voce più celebre del movimento di protesta iraniano all’estero, ha deciso di difenderli in aula ma non le è stato permesso di incontrarli.

Il processo, iniziato il 12 gennaio, vede i sette imputati di qualsiasi nefandezza, dall’organizzazione delle manifestazioni di protesta dello scorso luglio allo spionaggio per Israele, nemico numero 1 del regime. La repressione della protesta ha condotto alla morte, tra le altre, di Neda Agha Soltan e all’arresto di numerosi manifestanti e esponenti politici dell’opposizione. Il regime degli ayatollah, rappresentato dal fantoccio Ahmadinejad, è stato vicino al collasso ma anche oggi non è saldo ed ha quindi bisogno di un capro espiatorio per indirizzare verso un bersaglio l’ira della popolazione causata dalla crisi economica e dalle violenze estive.

Ma chi sono i Baha’i? La fede Baha’i è una delle religioni più moderne del mondo. I fedeli sono monoteisti e diffondono gli insegnamenti del nobile persiano Baha’u’llah, considerato l’ultimo dei  profeti mandati da Dio sulla terra in una serie di grandi uomini che comprende Buddha, Zoroastro, Cristo e Maometto. Questa affermazione è una bestemmia per i fondamentalisti che governano l’Iran.

Per questo motivo dal 1979 le persecuzioni contro i Baha’i si sono intensificate con centinaia di esecuzioni ed arresti, con il divieto di assumere pubblici uffici o di raggiungere un’istruzione elevata. I Baha’i, cui è vietato da principi religiosi il perseguimento di una carriera politica, predicano anche l’uguaglianza tra uomo e donna, la parità di fede e religione, la parità e la fratellanza di tutti gli esseri umani, l’irrilevanza dei confini e la non violenza.

Il processo ai Sette li vede accusati anche di aver costruito un arsenale di armi da fuoco. Questa accusa è totalmente assurda dato il principio di non violenza al quale i fedeli Baha’i sono imperativamente tenuti.

Il regime iraniano non permette l’ingresso al tribunale ai mezzi di comunicazione internazionale: le televisioni controllate dallo stato sono invece in prima fila per raccontare con le immagini la propaganda menzognera del regime che si appresta a condannare a morte i Sette.

La comunità internazionale ha espresso grande preoccupazione per il processo ed lo ha apertamente condannato. E’ prevedibile purtroppo che l’esito scontato del processo abbia anche conseguenze poco felici per gli oltre trecentomila Baha’i iraniani che costituiscono la più grande minoranza religione del paese islamico. Chiunque abbia a cuore i diritti umani e la lotta contro le dittature non può che adottare idealmente i Baha’i. La salvezza dei Sette deve essere un obiettivo per permettere la libertà in Iran.

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Iran, 30 anni di storia.

16 giugno 2009

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La coraggiosa ribellione degli oppositori al regime di Ahmadinejad sta emozionando le anime libere di tutto il mondo.
Vedere questa gente che manifesta pacificamente in piazza contro i brogli elettorali ed a favore del cambiamento democratico è uno spettacolo che ispira il mondo“. Queste sono state le parole del presidente americano Barack Obama. Non sappiamo se le elezioni siano state veramente false. Sappiamo per certo che Mir Hossein Mousavi non è un uomo nuovo ma solo il simbolo di un cambiamento. Gli iraniani hanno scelto di non accettare la perpetuazione di un regime infame che vessa le donne e le minoranze sotto il velo di una identità religiosa più imposta che realmente sentita. Nel 1979 un popolo prese in mano il suo destino ma lo affidò alle persone sbagliate. Nella sua storia ci sono gli elementi di un riscatto che potrebbe avvenire presto.
Oggi stesso le strade di Teheran si riempiranno di nuovo di studenti, di donne e di uomini che chiedono giustizia nonostante la repressione di ieri abbia causato sette morti. Se queste persone continueranno a manifestare ed il regime non le schiaccerà, c’è una possibilità di cambiamento reale e vicina.

Il primo aprile del 1979, soltanto trenta anni fa, il popolo iraniano depose lo shah. Reza Pahlavi era un dittatore, alleato di un Occidente che bramava le risorse energetiche dell’Iran e che, nell’ottica della guerra fredda, chiudeva entrambi gli occhi davanti alle violazioni dei diritti umani commesse dal regime. Per un anno, a partire dal gennaio del 1978 il paese fu bloccato dai manifestanti che costrinsero all’esilio lo shah. Il potere supremo fu affidato ad un personaggio che era stato considerato l’artefice della prosecuzione delle proteste: l’ayatollah Ruhollah Khomeini. Nel corso di pochi mesi fu organizzato e votato un referendum che trasformava l’Iran in una repubblica islamica.
Le conseguenze furono enormi a livello domestico e internazionale.
In Iran i seguaci dello shah e gli oppositori del nuovo regime furono costretti a fuggire;  le libertà civili furono concesse agli iraniani che non le avevano mai avute ma il nuovo sistema politico teocratico consegna nelle mani del clero il controllo della società. Il leader supremo (Khomeini fino alla morte, oggi Ali Khamenei) è più potente del presidente, tanto che alcuni osservatori sostengono che il presidente eletto sia in realtà un fantoccio del potere religioso.
Sul piano internazionale la crisi iraniana provocò enormi reazioni. L’Urss, che temeva il coinvolgimento degli altri paesi sciiti della zona, sotto l’influenza sovietica, nella rivoluzione religiosa, decise di invadere l’Afghanistan per dimostrare la sua potenza ed il suo controllo sulla regione. Gli Usa, vedendo le mosse di Mosca come un tentativo di spostare sul Golfo Persico il proprio controllo strategico, sostennero con armi e denaro i ribelli afgani con le conseguenze che tutti noi conosciamo; la nuova teocrazia di Teheran si schierò però in modo forte contro gli Stati Uniti, chiamati il Grande Diavolo: le relazioni diplomatiche tra i due paesi si interruppero quasi immediatamente.
L’Iran dal 1979 è lo stato leader degli sciiti. Nel 1982 l’Iraq di Hussein, con l’appoggio dell’Occidente, attaccò l’Iran khomeinista: seguirono sei anni di guerra spietata che fecero centinaia di migliaia di morti da entrambi i lati senza modificare di fatto i confini dei due stati.
In questi trenta anni difficili, gli iraniani hanno dimostrato di essere molto vicini all’anima della Rivoluzione Islamica. Il relativo benessere e le maggiori libertà godute dai cittadini (rispetto a quelli degli stati vicini) hanno permesso di mettere in secondo piano gli attacchi alla cultura occidentale (famosa la fatwa pronunciata da Khomeini contro Salman Rushdie), alla dignità delle donne e delle minoranze.  Questo aveva permesso ad un regime certamente poco democratico di mantenere relativamente bassa la censura ed il livello della protesta.
Oggi la crisi economica, il cambiamento percepito con l’elezione di Obama e la fine della pazienza degli iraniani nei confronti di Ahmadinejad sembrano essere fattori cardine nella “rivoluzione verde”. Il cambiamento è possibile: gli iraniani non devono essere abbandonati al loro destino.