Frattini, Gasparri e la parola vergogna.

12 aprile 2010

Ho vissuto le ultime 36 ore con il fiato sospeso. Da quando ho appreso dell’arresto dei tre operatori di Emergency a Lashkar Gah, il mio cuore si è trasferito tra le aride distese del sud dell’Afghanistan. Il mio punto di vista è parziale, sono costretto ad ammetterlo. In linea di massima non è impossibile che qualcuno all’interno dell’ospedale sia stato coinvolto in operazioni belliche. Ma i sospetti sul personale internazionale sanitario sono intollerabili.

Durante un blitz della polizia afgana, spalleggiata dalle forze dell’ISAF (la forza militare controllata dalla NATO che ha il compito di garantire la sicurezza in Afghanistan) all’interno dell’ospedale di Emergency a Lashkar Gah sono state trovate delle armi. A testimonianza di questo ritrovamento, l’agenzia internazionale Associated Press ha pubblicato un video. In un altro video, questa volta pubblicato da Emergency, è stata confermata la presenza di forze ISAF dapprima negata dal governo afgano. In seguito al blitz sono stati arrestati tre cittadini italiani, in un primo momento con l’accusa di aver complottato per l’omicidio del governatore della regione di Helmand.

La reazione del governo italiano è stata scioccante. Il ministro degli esteri Franco Frattini si è affrettato ad abbandonare l’associazione ONG italiana ed i tre cittadini arrestati al proprio destino. Nella serata di ieri, quando assurde notizie a proposito di una confessione da parte dei tre fermati si sono diffuse nella stampa internazionale per poi essere prontamente smentite, Frattini ha dichiarato che la partecipazione di cittadini italiani all’organizzazione di atti terroristici è una vergogna per l’Italia. Emergency, paragonata a una associazione terroristica non sembra godere dei normali diritti che il diritto internazionale conferisce al personale umanitario. E’ anche circolata la notizia che l’associazione di Gino Strada non avrebbe permessi necessari per esercitare in Afghanistan. La notizia è falsa.

Ma se non fossero state sufficienti le parole di Frattini, un altro grande intellettuale compagno di partito del ministro, ha sentito la necessità di esprimere il suo pensiero. Maurizio Gasparri ha infatti dichiarato che Emergency è un danno per l’Italia. Ma da dove nasce questo odio? Come si spiega questa ostilità?
La fede politica di Strada non c’entra, di questo sono quasi sicuro.

Per capire meglio le ragioni di questo atteggiamento bisogna tornare al 2001. Dopo l’inizio dell’operazione Enduring Freedom, creata dagli Stati Uniti con lo scopo di deporre il regime dittatoriale talebano e arrestare lo sceicco del terrore Osama Bin Laden ospite del governo di Kabul, l’Italia si affrettò a garantire il proprio appoggio alle operazioni militari in Afghanistan. Il contingente militare italiano fu inserito nelle forze ISAF. Anche allora era al governo Silvio Berlusconi, Gasparri era ministro e qualche mese dopo lo sarebbe diventato anche il fedele Frattini.

Emergency era in Afghanistan dal 1999. Perché?
La guerra civile in Afghanistan non è iniziata nel 2001. Il paese è costantemente in guerra dal 1979 ed anche prima dell’intervento americano ogni mese si contavano decine di morti frutto di combattimenti e mine anti-uomo. Emergency aveva deciso di aprire due ospedali (che sarebbero poi diventati tre) nel paese asiatico, come sostegno alla popolazione civile afgana. Il primo fu aperto nella valle del Panshir, governata allora dai mujaheddin di Massoud, eroe delle resistenza antisovietica e fiero avversario del regime talebano di Kabul. Dopo lunghe trattative con i talebani, Emergency è anche riuscita ad aprire un ospedale nella capitale afgana. In quotidiano contrasto con le autorità locali, negli ospedali era impossibile introdurre armi (regola imprescindibile degli ospedali di Emergency), i feriti venivano curati a seconda della gravità delle loro ferite e le donne non erano costrette a portare il famigerato burqa, già anni prima della campagna retorica portata avanti dalle forze di occupazione americane.

Quando l’intervento italiano in Afghanistan fu deciso, il governo Berlusconi fu felice di apprendere che esistevano nel paese asiatico delle strutture italiane capaci di curare gli eventuali soldati feriti. Per questo motivo furono offerti tre milioni di euro all’associazione guidata da Gino Strada e Teresa Sarti, come contributo per l’adeguamento dell’ospedale alle esigenze belliche, con l’ulteriore richiesta di favorire i militari nel triage.
Il rifiuto di Emergency fu netto. Gino Strada dichiarò allora che era assurdo ricevere tre milioni di euro per la pace da parte di chi ne spendeva trecento per la guerra. Il caso diventò materia di discussione politica ma si rivelò anche una scelta economica azzeccata da parte dell’onlus: il flusso di donazioni dopo la decisione aumentò decisamente, permettendo ad Emergency di lavorare al meglio delle sue possibilità senza il contributo governativo.

La mia impressione è che il governo italiano non abbia dimenticato quello smacco.
Penso anche che la parola vergogna sia un’arma a doppio taglio. Se ci si deve vergognare di aiutare migliaia di persone in un paese straziato dalla guerra mi chiedo quanto ci si debba vergognare a usare delle ore di angoscia per la sorte di tre connazionali come strumento politico di miserabile vendetta.


Medici scomodi.

11 aprile 2010

Ho conosciuto Marco Garatti nel 2004.

Dopo un breve giro di telefonate con Milano, durante le quali spiegammo l’emergenza sanitaria che si stava verificando a Palermo nei giorni in cui stava nascendo l’esperienza del laboratorio Zeta, Marco fu inviato in Sicilia e mise a disposizione tutta la sua enorme esperienza di medico di guerra e la sua sensibilità umana. Io facevo parte del gruppo dei volontari di Emergency da più di due anni, un periodo durante il quale avevo imparato ad amare la folle impresa di questi medici, uomini capaci di sfidare la morte per aiutare il prossimo. Mi sembrava l’ideale eroico per eccellenza: uomini che vanno dove regna la violenza per portare speranza, cure e rispetto. Marco fu straordinario, e tutti noi ci accorgemmo di avere a che fare con uomo giusto.
Anche oggi che la mia esperienza di volontario per Emergency è finita sono convinto che quel simbolo, quella E dentro al cerchio, significhi ancora pace. Emergency è in Afghanistan dal 1999. Ha lavorato nella valle del Panshir, a Kabul e a Lashkar Gah, portando solo cure, aiuto, soccorso alla popolazione civile.

In questi giorni terribili, che seguono un anno molto triste per Emergency, segnato dalla morte di Teresa Sarti, il governo afgano e l’esercito che lo tiene al potere ha deciso di vendicarsi dell’associazione. Gli arresti dei tre uomini italiani a Lashkar Gah (oltre a Marco ci sono anche un altro medico, Matteo Dell’Aira ed il tecnico Matteo Pagani) sono una chiarissima ritorsione per quanto avvenuto un paio di anni fa, nei giorni del drammatico rapimento di Daniele Mastrogiacomo. La maggiore capacità di un uomo di pace come Gino Strada nel muoversi tra l’umanità martoriata dell’Afghanistan aveva permesso allora una liberazione indolore per il giornalista italiano. L’orribile morte dell’interprete di Mastrogiacomo non fu purtroppo evitata, ma bisogna sempre ricordare che le trattative vennero portate avanti avendo come controparte un gruppo di feroci terroristi, non disposti a perdonare un afgano che cercava solo di sbarcare il lunario aiutando gli stranieri.

Non è strano che ciò che non può riuscire a un esercito, riesca a pochi uomini di pace. Ma non è neppure un caso che da quel momento in poi, Emergency sia diventata una realtà scomoda per il governo afgano. Strutture sanitarie non controllate da apparati di governo di nessun tipo e dedite soltanto alla cura dei feriti e degli ammalati, sono una bestemmia in un paese in guerra che nei privilegi accordati a chi combatte dalla “parte giusta” vede la prassi quotidiana. In questo contesto, maturò allora l’arresto di Rahmatullah Hanefi, il mediatore di Emergency che aveva permesso la liberazione di Mastrogiacomo. Solo dopo alcune settimane Hanefi fu liberato, naturalmente libero da ogni accusa.

Ciò che rende straordinaria l’esperienza di Emergency è l’idea che la pace si ottenga praticando ogni giorno piccole o grandi azioni di pace. Curare un bambino o permettere a una donna ferita di tornare a camminare sono atti rivoluzionari in territori segnati dal dolore e dalla guerra. Quanti talebani sono stati convertiti alla pace dalle bombe e quanti potevano esserlo dalle cure e dall’istruzione?

Le accuse per le quali sono stati arrestati Garatti, Dell’Aira e Pagani sono talmente ridicole che non vale neppure la pena di ripeterle. Le trovate qui, io non voglio neppure pensare che siano credibili per chiunque. Basti pensare all’accusa di conservare armi: una delle prime regole di un ospedale di Emergency è che le armi restano fuori, non importa neppure se possono essere usate come mezzo per difendersi.
Le dichiarazioni del ministro Frattini, d’altra parte, sono state veramente irresponsabili. Sottolineare come Emergency non faccia parte della missione di pace italiana, lavandosi di fatto le mani della sorte degli arrestati, dimostra la minuscola portata umana del governo italiano e la sua incapacità di vedere il sopruso anche quando riguarda cittadini italiani.

Pare che se dovessero essere confermate le accuse, i tre uomini di Emergency rischierebbero la vita.
Un medico che lavora in un paese di guerra sa che la morte può trovarlo in qualsiasi momento. Fa parte dei rischi, le bombe non sono mai davvero intelligenti. Ma ci si augurerebbe che almeno chi dice di combattere una battaglia contro il terrorismo non contrasti l’attività di un ospedale dedicato alla popolazione civile arrestando degli uomini innocenti.

I tre italiani arrestati a Lashkar Gah devono essere liberati. Il governo afgano ha tutti i diritti di proteggere i suoi membri dagli atti di terrorismo ma sta compiendo oggi un drammatico errore.


Iran, 30 anni di storia.

16 giugno 2009

i01_19361479
La coraggiosa ribellione degli oppositori al regime di Ahmadinejad sta emozionando le anime libere di tutto il mondo.
Vedere questa gente che manifesta pacificamente in piazza contro i brogli elettorali ed a favore del cambiamento democratico è uno spettacolo che ispira il mondo“. Queste sono state le parole del presidente americano Barack Obama. Non sappiamo se le elezioni siano state veramente false. Sappiamo per certo che Mir Hossein Mousavi non è un uomo nuovo ma solo il simbolo di un cambiamento. Gli iraniani hanno scelto di non accettare la perpetuazione di un regime infame che vessa le donne e le minoranze sotto il velo di una identità religiosa più imposta che realmente sentita. Nel 1979 un popolo prese in mano il suo destino ma lo affidò alle persone sbagliate. Nella sua storia ci sono gli elementi di un riscatto che potrebbe avvenire presto.
Oggi stesso le strade di Teheran si riempiranno di nuovo di studenti, di donne e di uomini che chiedono giustizia nonostante la repressione di ieri abbia causato sette morti. Se queste persone continueranno a manifestare ed il regime non le schiaccerà, c’è una possibilità di cambiamento reale e vicina.

Il primo aprile del 1979, soltanto trenta anni fa, il popolo iraniano depose lo shah. Reza Pahlavi era un dittatore, alleato di un Occidente che bramava le risorse energetiche dell’Iran e che, nell’ottica della guerra fredda, chiudeva entrambi gli occhi davanti alle violazioni dei diritti umani commesse dal regime. Per un anno, a partire dal gennaio del 1978 il paese fu bloccato dai manifestanti che costrinsero all’esilio lo shah. Il potere supremo fu affidato ad un personaggio che era stato considerato l’artefice della prosecuzione delle proteste: l’ayatollah Ruhollah Khomeini. Nel corso di pochi mesi fu organizzato e votato un referendum che trasformava l’Iran in una repubblica islamica.
Le conseguenze furono enormi a livello domestico e internazionale.
In Iran i seguaci dello shah e gli oppositori del nuovo regime furono costretti a fuggire;  le libertà civili furono concesse agli iraniani che non le avevano mai avute ma il nuovo sistema politico teocratico consegna nelle mani del clero il controllo della società. Il leader supremo (Khomeini fino alla morte, oggi Ali Khamenei) è più potente del presidente, tanto che alcuni osservatori sostengono che il presidente eletto sia in realtà un fantoccio del potere religioso.
Sul piano internazionale la crisi iraniana provocò enormi reazioni. L’Urss, che temeva il coinvolgimento degli altri paesi sciiti della zona, sotto l’influenza sovietica, nella rivoluzione religiosa, decise di invadere l’Afghanistan per dimostrare la sua potenza ed il suo controllo sulla regione. Gli Usa, vedendo le mosse di Mosca come un tentativo di spostare sul Golfo Persico il proprio controllo strategico, sostennero con armi e denaro i ribelli afgani con le conseguenze che tutti noi conosciamo; la nuova teocrazia di Teheran si schierò però in modo forte contro gli Stati Uniti, chiamati il Grande Diavolo: le relazioni diplomatiche tra i due paesi si interruppero quasi immediatamente.
L’Iran dal 1979 è lo stato leader degli sciiti. Nel 1982 l’Iraq di Hussein, con l’appoggio dell’Occidente, attaccò l’Iran khomeinista: seguirono sei anni di guerra spietata che fecero centinaia di migliaia di morti da entrambi i lati senza modificare di fatto i confini dei due stati.
In questi trenta anni difficili, gli iraniani hanno dimostrato di essere molto vicini all’anima della Rivoluzione Islamica. Il relativo benessere e le maggiori libertà godute dai cittadini (rispetto a quelli degli stati vicini) hanno permesso di mettere in secondo piano gli attacchi alla cultura occidentale (famosa la fatwa pronunciata da Khomeini contro Salman Rushdie), alla dignità delle donne e delle minoranze.  Questo aveva permesso ad un regime certamente poco democratico di mantenere relativamente bassa la censura ed il livello della protesta.
Oggi la crisi economica, il cambiamento percepito con l’elezione di Obama e la fine della pazienza degli iraniani nei confronti di Ahmadinejad sembrano essere fattori cardine nella “rivoluzione verde”. Il cambiamento è possibile: gli iraniani non devono essere abbandonati al loro destino.


La lezione di Katrina.

6 maggio 2009

E’ passato un mese dal terremoto. Mentre ancora molte persone vivono nelle tende, la corsa alla ricostruzione è già partita sotto l’attenta sorveglianza delle forze di polizia che si impegnano per evitare le infiltrazioni mafiose nel nuovo affare degli appalti. Il premier Berlusconi ha promesso che dopo la fine dell’estate le prime case saranno consegnate ai terremotati accendendo le speranze di chi già temeva, alle porte della stagione calda, l’arrivo del freddo invernale.
In questi giorni Berlusconi, travolto da una bufera personale dai toni di una commeda plautina, si appoggia ai successi che gli sono riconosciuti quasi da tutti, quelli dell’intervento successivo al terremoto. Nonostante qualcuno si lamenti, la presenza del premier ed il suo impegno nell’assicurare l’assistenza alle vittime del sisma sono stati la miccia che ha fatto esplodere il suo consenso in Italia che sembrerebbe essere cresciuto fino a dati imbarazzanti.
Io penso che Berlusconi abbia tenuto a mente la lezione di Katrina. Nel 2005, un uragano spaventoso si abbattè sulla Louisiana, investendo con violenza anche la città di New Orleans e provocando quasi 2000 morti. I ritardi nei soccorsi, lo sciacallaggio tra le rovine ed alcune sciagurate scelte dell’amministrazione locale  (per esempio la scelta di usare lo stadio come centro di accoglienza) sono destinate a restare nella memoria del popolo americano per decenni. In particolare, la mancata evacuazione della città  di New Orleans di fronte ad un rischio sensibile del passaggio di Katrina dal centro abitato, fu addebitata dai mezzi di informazione e dai cittadini ad uno scarso impegno dell’amministrazione Bush.
La seconda presidenza Bush, iniziata con uno straordinario consenso elettorale e con l’umiliazione del candidato democratico John Kerry, fu definitivamente segnata da questi tragici avvenimenti. L’incapacità di prevenire il disastro ed in seguito la scarsa efficacia negli aiuti alle vittime dell’uragano dimostrarono al popolo americano l’incompetenza dell’amministrazione centrale molto più di quanto avessero fatto la mancata cattura di Osama Bin Laden in Afghanistan e la contesta decisione di attaccare l’Iraq.
Solo un mese è passato dal terremoto ma il governo Berlusconi sembra avere brillantemente superato l’ostacolo. La lezione di Katrina non è stata ignorata.


Libertà.

4 maggio 2009

Mi piacerebbe dire qualcosa di originale sull’Italia ma probabilmente non ne sono in grado.
Troppo facile sottolineare la pubblicazione dell’indice della libertà di stampa da parte di Freedom Press che ci vede al settantaduesimo posto al mondo, una posizione inferiore a tutte quelle delle nazioni europee fatta eccezione della Bulgaria, settantaseisima.
Altrettanto facile sarebbe raccontare di come due direttori da poco nominati ai vertici della stampa italiana abbiano gareggiato nel flettere la schiena per ascoltare le parole volgari di uno strano ometto che dice di essere il leader più amato al mondo. Chissà a chi commissiona i suoi sondaggi. Certo è strano leggere due articoli di cronaca rosa firmati direttamente dai direttori. Ma la voce del padrone deve risuonare da tutti gli altoparlanti.
Ma oggi voglio parlare di una storia diversa. Qualche anno fa il nostro paese decise di partecipare ad una campagna militare in oriente. Si trattava di scovare e catturare un uomo crudele ospitato da un paese governato da un gruppo di violenti integralisti.  Si sa, partecipare a una guerra è sempre brutto ma la liberazione di un popolo da una dittatura è una operazione meritoria. Sarà la storia a giudicare sull’operato dell’amministrazione Bush in Afghanistan e sulla decisione italiana di sostenere l’alleato americano fino in fondo. Ma oggi io mi chiedo cosa c’entra tutto questo con la libertà. Una bambina di tredici anni è morta oggi in Afghanistan.
L’hanno uccisa dei militari italiani.
Lo zio della bambina che guidava la macchina, non si era fermato a un posto di blocco, probabilmente perché non l’aveva visto data la pioggia. I soldati italiani hanno aperto il fuoco. La ragazzina è morta, aveva tredici anni. Quando Herat, la sua città, è stata attaccata per la prima volta dalla coalizione militare di cui fa parte l’Italia, questa bambina aveva cinque anni. Cinque. Ha vissuto tutta la sua vita alle prese con la guerra.
Come possiamo noi pretendere di insegnare anche solo un briciolo di libertà a qualcuno? 
Non è sicuramente la prima volta che un bambino muore in Afghanistan. Ma ogni morte provocata dalla nostra indifferenza sbriciola tutto quello che rimane del nostro concetto di libertà. L’Italia, lo dice la Costituzione, ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. 
Non ci indigniamo più se nonostante questo stiamo combattendo una guerra da esercito occupante in un paese straniero. Come facciamo ancora a dire di essere liberi?
L’indifferenza non ha niente a che fare con la libertà.


La politica di Obama sull’Afghanistan.

28 marzo 2009

obama

 

Fin dal suo insediamento il presidente Obama ha dovuto fronteggiare principalmente le questioni economiche. La crisi internazionale che ha il  suo epicentro proprio negli Stati Uniti era stata anche usata dal candidato democratico per guadagnare dei punti rispetto al suo sfidante. Naturalmente il lavoro per la soluzione dei problemi della finanza internazionale non ha distratto la nuova amministrazione americana dalle sfide della politica estera. La prima iniziativa di grande importanza del nuovo presidente è stata la nomina di Hillary Clinton, sfidante minacciosa durante le primarie democratiche del 2008, a Segretario di stato. La decisione di affidare il delicato incarico della politica estera a stelle e strisce all’ex first lady è stata un segnale di grandissima rilevanza dal punto di vista simbolico. La presidenza Clinton degli anni novanta, infatti, aveva fatto delle relazioni diplomatiche e della partecipazione alle istituizioni internazionali un punto d’onore nonostante qualche scivolone soprattutto in tema ambientale e per il sempre discusso diniego al riconoscimento del Tribunale Penale Internazionale.
Naturalmente, il richiamo a Clinton ha costituito una soluzione di continuità rispetto alla politica di George Bush, profondamente caratterizzata dall’attentato al World Trade Center ma soprattutto macchiata dalla malsana decisione di risolvere con la guerra la difficile situazione irachena. Tutti i maggiori analisti americani concordano nel definire una follia l’impresa irachena per vari motivi ma soprattutto per uno: l’attacco all’Iraq nel marzo 2003 ha avuto l’effetto di distrarre le forze americane ed alleate dal campo di battaglia più importante per la tanto esaltata guerra al terrorismo internazionale: l’Afghanistan.
La decisione di rovesciare il regime di Saddam Hussein prima ancora di avere messo la parola fine al conflitto afgano viene tuttora pagata molto cara dalla macchina dell’esercito Usa.  La missione afgana è intanto macchiata dal fallimento nella cattura del nemico pubblico numero uno, Osama Bin Laden. In secondo luogo, i talebani controllerebbero in questo momento oltre il cinquanta per cento del territorio afgano, dimostrando la difficoltà di tenere un territorio che anche i sovietici furono costretti ad abbandonare umiliati. Ma la questione più attuale in questi giorni è il difficile momento vissuto dal Pakistan un paese che sembra spostarsi sempre di più su posizioni ostili a quelle dell’amministrazione americana e dei suoi alleati. E’ per questo motivo che ogni decisione presa dal team di Obama sull’Afghanistan dovrà tenere conto anche del pericoloso vicino. Non basterà infatti, come dice David Rothkopf in suo post di oggi, credere al Pakistan quando si dichiarerà alleato degli Stati Uniti ma sarà necessario verificare queste parole con i fatti.
Le nuove misure di Obama per l’Afghanistan comprendono la riduzione degli obiettivi americani e l’addestramento di forze di polizia locali al fine di ridurre la presenza di militari stranieri sul territorio del paese. Tramonta in questo modo il sogno dei neoconservatori americani di pacificare l’Afghanistan attraverso l’imposizione di istituzioni che scimmiottino l’occidente e non in modo leggero. Hillary Clinton ha infatti dichiarato che sarà necessario il dialogo con i Talebani moderati, atteggiamento rivoluzionario rispetto a quanto visto negli otto anni della amministrazione Bush.  
Inoltre, come dicevo prima, il piano Obama si rivolgerà anche al Pakistan ed è per questo noto negli Usa come Afpak plan. I pakistani dovranno essere dapprima avvicinati attraverso un piano di aiuti che renda loro chiaro che la fedeltà all’alleato americano sarebbe ben ricompensata. Inoltre, l’amministrazione Obama cercherà l’appoggio dei militari pakistani, che sono al momento la fazione più ostile, tenendo presente il concetto espresso da questa frase: “La maggior parte delle nazioni possiede un esercito; in Pakistan l’esercito possiede la nazione“.

Per saperne di più:
Il discorso Afpak di Barack Obama.


Il Pakistan, ostaggio dei terroristi.

5 marzo 2009

Al centro delle cronache per il gravissimo attentato della scorsa settimana ai danni della nazionale di cricket cingalese, il Pakistan sta attraversando uno dei peggiori periodi per la sua credibilità internazionale dalla nascita nel 1947. Stato musulmano, nato per scissione dall’India, ha mantenuto sempre posizioni ostili al grande vicino, aggravate dalla situazione sempre turbolenta in Kashmir, provincia contesa tra le due nazioni orientali.  L’ultimo episodio di questa faida che non sembra avere soluzione era stata la serie di attentati terroristici a Mumbai del novembre 2008, per i quali il governo pakistano aveva molto di recente ammesso responsabilità nazionali e aveva aperto un tavolo di trattativa con l’India riguardo alle indagini sui mandanti degli attacchi.
La posizione geografica del paese musulmano parla da sola: la prossimità coi giganti orientali della Cina e dell’India lo rendeva di grande interesse per gli Stati Uniti ancora prima dell’11 settembre ma oggi i confini con l’Afghanistan sono quelli tenuti sotto maggiore osservazione per una guerra che sembra essere tornata al centro della pubblica attenzione dopo le recenti dichiarazioni del nuovo presidente americano Obama. Il ritorno della popolarità del vicino afgano ha però conseguenze importanti sul futuro del Pakistan. Il vecchio presidente-dittatore Musharraf si è messo da parte dopo le discusse elezioni del 2007 ed il misterioso omicidio di Benazir Bhutto, sfidante del presidente uscente.
Il tema più importante della discussione è anche il contenuto della cosiddetta Dottrina Bush, tentativo di certo brutale e per molti versi errato dell’amministrazione americana uscente di dare una risposta concreta allo spaventoso disintegrarsi di una delle certezze tipiche della convivenza internazionale, ovvero il monopolio della forza nelle mani dello stato nazionale. L’emergere di cellule terroristiche all’interno di alcuni paesi diventava secondo la dottrina Bush, una giustificazione all’uso della forza contro quegli stati che si fossero rivelati incapaci di frenare le attività terroristiche all’interno del proprio territorio. Questo spostamento in avanti delle regole di ingaggio, di fatto prova lampante del nuovo unipolarismo muscolare americano dell’era Bush ha portato ad esiti disastrosi soprattutto in Iraq, dove l’intervento americano ha aiutato le frange terroristiche ad avere nuovi adepti in un territorio prima sottoposto in modo totalitario al polso dell’uomo forte Hussein. Di fatto, gli Usa sono riusciti a trasformare uno stato ostile ma incapace di nuocere realmente agli interessi occidentali nell’area mediorientale in un vespaio di difficile contenimento, serbatoio inesauribile di rancori e di nuove reclute tra i terroristi.
Il Pakistan, paese d’origine della confusa ideologia talebana diffusasi solo in seguito in Afghanistan, sembra non essere in grado di controllare la situazione sul proprio territorio. Quale sarà la strategia di Obama? 

Per saperne di più:
Il Pakistan su Wikipedia.
Gli attentati a Mumbai.
L’attentato contro la nazionale di cricket
Dichiarazioni di Obama sull’Afghanistan.