Alle riforme! Alle riforme!

13 gennaio 2010

Il governo Lombardo-ter si è formato! Allelujah! Se ne sentiva davvero il bisogno. Ma c’è una nuova importante novità: il neo-assessore Mario Centorrino è iscritto al Partito Democratico. La nomina sembra essere la conclusione del dialogo tra alcuni dirigenti del partito di opposizione ed il governatore dell’MPA. Anche lo stesso segretario del partito in Sicilia, Peppino Lupo aveva detto che Lombardo proponeva di convergere su alcune riforme e non sui nomi degli assessori. Ora aspettiamo le riforme. Alcuni però non sono d’accordo come Rita Borsellino ed Enzo Bianco che hanno lanciato una petizione online contro il patto scellerato all’Assemblea Regionale.

Raffaele Lombardo, soprannominato “Arraffaele” da alcuni amici, è stato eletto presidente della regione Sicilia il 14 aprile 2008 con un consenso importante: il 65% delle preferenze. Il politico catanese ha battuto in quella occasione Anna Finocchiaro, candidata del centrosinistra unito grazie al sostegno di PDL, UDC e del suo partito l’MPA. Purtroppo per Lombardo e per i siciliani tutti, il governo regionale non è stato un clamoroso successo. Pur godendo di una grande maggioranza, infatti, il centrodestra ha litigato in modo molto intenso fin dalle prime settimane di governo arrivando a livelli di tensione sconosciuti su tutto il territorio nazionale. Così, a poco a poco, dal governo regionale sono stati allontanati gli assessori dell’UDC di Cuffaro e tutti quelli che si opponevano al governatore. Addirittura, il PDL in Sicilia si è scisso: il PDL Sicilia, guidato da Gianfranco Micciché sostiene il governo mentre il PDL nazionale, i “lealisti” sono all’opposizione. In questo marasma il PD, una volta uscito dalle primarie, ha cercato di capire quale potesse essere il suo ruolo. Pare evidente a tutti che le elezioni anticipate porterebbero al governo di nuovo la coalizione di centrodestra: per questo motivo, data la situazione davvero peculiare di squilibrio politico, qualcuno ha pensato di poter fare a meno degli elettori e partecipare direttamente al governo.

In questo frangente non mi resta che rinfrescare la memoria (in qualche caso davvero recentissima se non contemporanea) a chi vuole collaborare con l’MPA lombardiano sulle scelte di voto che la formazione autonomista siciliana ha preso durante questa legislatura a Roma.

Partiamo dall’argomento caldo, il processo breve. Proprio oggi Maurizio Gasparri ha ringraziato Giovanni Pistorio (MPA) per il sostegno al DDL sul processo breve: qui ne da notizia, in pompa magna, il sito dell’MPA. Ma in generale la linea degli autonomisti sulla riforma della giustizia è chiara: basta leggere questo articolo del Sole 24 Ore del due dicembre. L’MPA non partecipa neppure alla votazione sulla cosiddetta “Bozza Violante”. Qualche cosa vorrà dire.

Adesso passiamo alla riforma della scuola. Voluta intensamente dal ministro Gelmini ha causato le ire di studenti e insegnanti. Il PD è naturalmente contrario ai tagli. E l’MPA? In parlamento vota diligentemente col governo poi rilascia dichiarazioni contro la riforma dicendo No alla riforma. Grande coerenza, vero? Quella che serve per le riforme in Sicilia.

Ma andiamo avanti. Qualcuno ricorderà lo scandalo provocato tra gli elettori del PD dalla scelta della senatrice Binetti di votare contro la proposta Concia contro l’omofobia. In quel caso, infiammato dalla passione delle primarie, il segretario uscente Dario Franceschini era arrivato a minacciare l’esclusione della cattolicissima Paola dal partito. Chi l’avrebbe presa tra le sue amabili braccia? Ma l’MPA naturalmente: il deputato Iannaccone non aspettava un momento per invitare la Binetti nel suo partito dicendo: “Alla Binetti, con la quale sulle questioni eticamente sensibili siamo in perfetta sintonia, esprimiamo la nostra solidarietà e la invitiamo a venire nel Mpa dove potra’ liberamente esprimere le sue idee e le sue convinzioni“. In che senso sintonia? Beh, basti vedere cosa diceva Iannaccone a proposito della negazione del patrocinio ministeriale al gay-pride di Roma: “il ministro Carfagna ha perfettamente ragione“.

Beh, d’altra parte l’MPA è sicuramente un partito riformista ed aperto al cambiamento. Per questo motivo si è presentato alle elezioni del 2009 con un grande movimento innovatore: la Destra di Francesco Storace.

Come dimenticare, infine, la posizione internazionalista sui fenomeni migratori. Grazie ai voti dell’MPA, solidale con il governo, è stato approvato a luglio il “pacchetto sicurezza“, inviso addirittura al Vaticano e per questo rifiutato anche dall’altro movimento cattolico ex democristiano, l’UDC dal quale provengono molti personaggi autonomisti ed anche lo stesso Lombardo. Con questa simpatica votazione, l’Italia ha introdotto il reato di immigrazione clandestina sprecando innumerevoli risorse per ragioni propagandistiche e annichilendo quel sistema delle carceri che il ministro Alfano oggi vuole riformare d’urgenza. Che dire?

Come si fa a pensare che con l’MPA si possa parlare di riforme?
Chi lo pensa in Sicilia può essere motivato da due convinzioni: o pensa che Lombardo sia cambiato o accetta di restare sotto il tavolo mentre il banchetto continua aspettando che cada qualche osso, qualcosina da rosicchiare.
Ed intanto la Sicilia affonda.


E scordano sempre il perdono.

13 gennaio 2010

Ho accolto con molto sospetto le parole di ieri del ministro Alfano che chiedeva lo stato di emergenza per il  sistema carcerario italiano.

Che ci sia una necessità di riforma è logico, basterebbe vedere il numero drammatico dei suicidi nelle prigioni italiane. Ma questi morti, che hanno vissuto un personale ergastolo per i delitti che hanno commesso, non sono sufficienti ad illustrare il malessere di questa popolazione di ultimi che giorno per giorno combatte per affermare la propria dignità di esseri umani.

Ancora minore però è stata la mia speranza quando ho letto cosa propone effettivamente il ministro per affrontare il problema. Solo l’idea di aumentare il numero dei posti è allucinante ma non è che la conseguenza di una politica che il centrodestra persegue da almeno quattro anni: quella di sottolineare una emergenza sicurezza quasi del tutto inventata ed al contempo quella di allargare il numero stesso dei reati puniti con la carcerazione (si veda alla geniale trovata del reato di immigrazione clandestina).

In più, il governo promette di mettere mano al portafoglio con un gigantesco piano di edilizia carceraria, ovviamente senza presentare alcun piano di copertura finanziaria, in un momento storico nel quale l’edilizia civile è al collasso come hanno dimostrato le tragedie d’Abruzzo e di Messina del 2009.

Vogliamo dire una volta per tutte che il problema delle carceri si affronta dal punto di vista legislativo? Fin quando leggi scandalose come la Fini-Giovanardi o la Bossi-Fini (“curiosamente” firmate dal nuovo idolo dei progressisti italiani l’ex-fascista, ex-AN, ex-tutto Gianfranco Fini) costringeranno al carcere gli ultimi e gli esclusi le nostre prigioni non faranno che affollarsi e riempirsi di disperazione. Tossicodipendenti e clandestini entrano in galera con la certezza di essere maltrattati e la triste aspettativa della recidiva dopo la liberazione.

Purtroppo neppure nell’opposizione si registrano aperture reali. Ho ancora in testa le urla allo scandalo quando fu deciso l’indulto e mi ricordo bene da che parte venivano. C’è qualcuno in Italia che si eccita solo quando scattano le manette, quando si chiudono le porte della galera. E questo qualcuno appartiene troppo spesso ad una certa sinistra che sventola il vessillo dell’anti-politica e del “buttare la chiave”.

Mi rendo conto che la certezza della pena è senza dubbio più vendibile al telegiornale ma in uno stato che voglia ancora dirsi di diritto, prima è necessaria la dignità della pena.


Cecenia, il disonore russo.

27 dicembre 2009

Cosa faceva Anna Politkovskaja in Cecenia? Perché è stata condannata a morte dagli oligarchi russi?
Il giornalista deve produrre reportage, servizi, interviste. E le lacrime che versa nell’una o nell’altra occasione non interessano, in fondo, a nessuno. Descrivi quello che vedi, metti insieme dei fatti e analizzali. Punto e basta“. Ma il racconto dello scandalo ceceno è costato la morte alla giornalista russa: l’esecuzione è avvenuta con dei colpi a bruciapelo esplosi il giorno del compleanno del presidente Vladimir Putin, il 7 ottobre del 2006.

Pochi giornalisti russi possono parlare della Cecenia. Ovviamente sto parlando di quei cronisti che non accettano i comunicati stampa dei militari, che cercano di raccontare la verità. Uno dei motivi più banali è l’assenza di posti dove dormire senza venire uccisi o rapiti a Grozny o nei dintorni. Ma non è possibile raccontare un posto come la Cecenia senza averci passato giorni, settimane, mesi. Allora è necessario avere “amici fedeli”. Di questi amici fedeli e dei loro familiari, dei loro vicini di casa, Politkovskaya racconta le vite che sono state travolte dalla storia, dalle due guerre cecene che insanguinano il Caucaso dal 1991.

La Cecenia è un luogo dove “i militari hanno il diritto di agire senza alcun obbligo legale“: ricordiamo che i ceceni dovrebbero essere cittadini russi a pieno diritto. Anna Politkovskaja raccontava di questo luogo dove l’acqua è un lusso e dove le privazioni per la popolazione cecena sono all’ordine del giorno. Ma non si fermava allo scandalo ceceno: preferiva proiettare le verità scomode del Caucaso sull’intera nazione governata da Vladimir Putin.

Anna Politkovskaja raccontava le storie dei ceceni.  Le raccontava perché sono necessarie e perché nessuno in Russia voleva ascoltarla. I russi accettano ciò che il governo racconta loro: i ceceni sono un gruppo di sovversivi montanari integralisti che sono un pericolo per l’intera nazione. Intono alla guerra in Cecenia la nuova Russia sta costruendo una nuova mitologia fatta di militari eroici, telefilm e passione. Le voci scomode vanno silenziate. Quando la giornalista raccontava la storia delle ragazzine violentate e poi uccise, delle violenze continue contro anziani e donne, delle ispezioni continue compiute dai militari al fine di derubare una popolazione esausta, violava sul nascere la mitologia putiniana della lotta al terrorismo internazionale. I militari fanno quello che vogliono in Cecenia ma gli abusi non si fermano al loro ritorno dal servizio militare: chi si macchia di delitti contro la popolazione civile non viene mai condannato, le indagini vengono ostacolate, i testimoni messi a tacere. Così come è avvenuto per l’omicidio di Anna Politkovskaja.

Putin “è diventato il simbolo della restaurazione di un regime neo-sovietico in Russia“. L’uomo forte del Cremlino non ha mai nascosto il suo passato all’interno del servizio segreto: per molti russi la sua affermazione politica è stata il simbolo di un ritorno al passato, un periodo nel quale la Russia era un grande paese dopo il fallimento della politica di Eltsin.

La Cecenia è la valvola di sfogo perfetta dove smistare la rabbia e l’insoddisfazione dei russi. “La Russia è diventato un paese profondamente razzista che approva tutto ciò che il capo supremo delle forze armate permette ai suoi militari di fare in Cecenia“. Il ceceno è diverso, cattivo, illegale. Non ha diritti. Questo meccanismo non è inedito: è stato usato da tutte le autarchie quando volevano liberarsi di un nemico interno a scopo propagandistico. Così agirono i Giovani Turchi contro gli armeni e i nazisti contro gli ebrei. La dignità umana è calpestata continuamente ed il rischio è sempre quello “che la morte ti sorprenda con i denti sporchi“. Il metodo usato è quello della disumanizzazione. Se il nemico non appartiene all’umanità, qualsiasi azione contro di esso è giustificata.
Non conosciamo niente di simile oggi in Italia. Forse, si può pensare al modo in cui la maggioranza degli italiani guarda agli zingari. Diffidenza, odio del diverso, persecuzione. Sono tappe di un percorso non ovvio ma sempre possibile. I ceceni sono musulmani: questo ha permesso al governo russo di inserire questo genocidio lento nella lotta internazionale contro il terrorismo dopo l’11 settembre 2001.

I ceceni, infatti, sono musulmani. Soltanto dopo l’invasione russa però, in un tragico domino che somiglia a quello iracheno, guerriglieri wahabiti sono entrati nel Caucaso partecipando alla lotta contro l’invasore russo. I giovani ceceni non hanno conosciuto nient’altro che guerra. Ma questa condizione non è diversa da quella dei loro genitori e antenati. Per saperne di più su questo popolo testardo e sventurato vi consiglio di leggere questo articolo di Adriano Sofri. Non è necessario dipingere i ceceni come santi: non lo sono. Molte ragazze violentate vengono poi uccise dalla famiglia, la maggior parte dei ragazzi è praticamente analfabeta a causa dei decenni di guerre. Ma le responsabilità del regime russo di fronte a questo genocidio lento non sono per questo minori.

Cecenia, il disonore russo è un libro indispensabile. La sua autrice è stata uccisa per aver detto la verità.
Nella Russia di Putin è un delitto punito con la pena di morte.


Pandemie e zoonosi, un legame importante.

7 dicembre 2009

Chi legge questo blog sa che qualche mese fa mi sono occupato della pandemia influenzale conosciuta come influenza suina. Dopo qualche settimana di titoli sui giornali, la malattia sembra essere passata in secondo piano.

Si sono diffuse in questi mesi molte notizie. Qualcuno sospetta che nell’allarme lanciato dall’OMS, che ha dichiarato i pericoli legati alla diffusione del virus H1-N1, ci siano dei calcoli legati al potenziale guadagno che ne deriva dalla vendita di medicine antivirali e vaccini. Chi scrive pensa quasi tutto il male possibile dell’industria farmaceutica anche se è costretto ad utilizzarne i prodotti e si è anche vaccinato contro l’influenza A a causa della sua condizione di asmatico. Sono stato però criticato da alcuni lettori perché mi sarei prestato a pubblicizzare un business delle industrie diffondendo la paranoia e la paura. Spero che non sia così: io volevo soltanto invitare le persone ad informarsi di più e a valutare i rischi di sottostimare i pericoli della pandemia.

Mi è capitato di recente di leggere un saggio davvero splendido di un alfiere della dieta vegetariana, il grande romanziere Jonathan Safran Foer, classe 1977. Nel suo Eating Animals, in un capitolo davvero interessante a proposito delle zoonosi, ovvero le malattie che si spostano agevolmente dagli animali all’uomo e viceversa, Foer spiega perché l’esplosione di una pandemia zoonotica sia davvero una minaccia terribile per l’umanità e per quale motivo ci dovrebbe seriamente interessare in che modo vengono trattati gli animali che mangiamo.

La traduzione che segue di una parte di un capitolo del romanzo non è tutelata da nessun diritto. Il libro non è ancora stato tradotto in italiano ma immagino che sarà presto disponibile. Fin da subito dichiaro che rimuoverò il contenuto di questo post qualora me ne fosse fatta richiesta. Spero che la casa editrice capirà che dalla diffusione di questo testo l’interesse per il saggio potrebbe crescere. L’articolo è davvero molto lungo ma lo stile di Foer è splendidamente leggero come nel suo capolavoro Ogni cosa è illuminata.

Influenza / Senza Parole.

Lam Hoi-ka.

La missione di Brevig è un piccolo villaggio Inuit nello stretto di Bering. L’unico impiegato governativo a tempo pieno è un “amministratore finanziario”. Niente polizia né vigili del fuoco, nessuna nettezza urbana. Ma, sorprendentemente, c’è un servizio di incontri online. (Si sarebbe potuto pensare che con soli 276 abitanti, tutti avrebbero potuto più o meno sapere chi era disponibile.) Ci sono due donne e due uomini che cercano l’amore, cosa che potrebbe produrre un buon risultato, se non fosse che uno degli uomini – stando all’ultima volta che ho controllato il sito, almeno – non è interessato alle donne. Cutieguyl, un africano nero, che si descrive come “grazioso e alto un metro e sessanta” è la seconda persona che ti potresti aspettare meno di trovare a Brevig. Il premio va tuttavia a Johan Hultin, uno svedese di un metro e ottanta con una chioma di capelli bianchi ed un pizzetto bianco ben rasato. Hultin è arrivato a Brevig il 17 agosto del 1997, dopo aver informato una sola persona di questo viaggio e si è messo subito a scavare. Sotto metri di solido ghiaccio c’erano corpi. Stava portando alla luce una fossa comune.

Nel profondo del permafrost erano conservate le vittime della pandemia influenzale del 1918. L’unica persona con cui Hultin aveva condiviso i suoi piani era un collega scienziato, Jeffery Taubenberger, anche egli in cerca della fonte dell’influenza del 1918.

La ricerca dei morti del 1918 da parte di Hultin era puntuale. Solo pochi mesi prima del suo arrivo alla missione di Brevig, un virus del tipo H5-N1 era apparentemente “saltato addosso” agli esseri umani per la prima volta dai polli di Hong Kong – un evento forse storicamente rilevante.

Lam Hoi-ka, tre anni, fu la prima delle sei vittime uccise da questa versione particolarmente minacciosa del virus H5-N1. Io, e ora anche voi, conosco il suo nome perché quando un virus mortale salta da una specie all’altra, si apre una finestra attraverso la quale una nuova pandemia può entrare nel mondo. Se le autorità sanitarie non avessero agito bene (o se la nostra fortuna fosse stata minore), quella di Lam Hoi-ka avrebbe potuto essere la prima morte di una pandemia globale. Potrebbe ancora essere così. Le preoccupanti conseguenze dell’H1-N5 non sono scomparse dal pianeta anche se hanno lasciato i titoli dei giornali americani. La domanda da farsi è se continuerà a uccidere un numero relativamente basso di persone o se muterà in una versione più mortale. I virus come l’H5-N1 possono essere imprenditori feroci, che innovano costantemente, instancabile nel loro scopo di corruzione del sistema immunitario degli uomini.

Con un potenziale incubo da H5-N1 incombente, Hultin e Taubenberger volevano sapere che cosa aveva causato la pandemia del 1918. E per una buona ragione: la pandemia del 1918 aveva ucciso più persone ed in un periodo più rapido rispetto a qualsiasi altra malattia – o qualsiasi altra cosa in generale – sia prima che dopo.

Influenza.

La pandemia del 1918 viene ricordata come “febbre spagnola” perché la stampa spagnola fu l’unico mezzo di comunicazione occidentale a coprire in modo adeguato le notizie sulla massiccia ecatombe. (Alcuni speculano che ciò successe perché gli spagnoli non erano in guerra e la loro stampa non era così distorta dalla censura del periodo bellico e dalle relative distrazioni.) Nonostante il nome, la febbre spagnola colpì il mondo intero – questo è ciò che la rende una pandemia piuttosto che una semplice epidemia. Non era stata la prima pandemia influenzale, né la più recente (anche il 1957 e il 1968 hanno assistito a pandemie), ma è stata di gran lunga la più mortale. Laddove l’AIDS ha avuto bisogno di quasi ventiquattro anni per uccidere 24 milioni di persone, la febbre spagnola ne ha uccise altrettante in ventiquattro settimane. Alcune recenti revisioni del conto delle vittime suggeriscono un numero più corretto di 50 o anche 100 milioni di morti in tutto il mondo. Le stime suggeriscono che un quarto degli americani, e forse un quarto della popolazione mondiale, cadde ammalata.

Diversamente dalla maggior parte delle altre influenze che minacciano mortalmente solo le persone molto giovani, molto anziane e già malate, la febbre spagnola uccise persone sane nel fiore degli anni. La mortalità fu in realtà maggiore nel gruppo compreso tra i venticinque e i ventinove anni e, nel momento più drammatico dell’influenza, l’aspettativa media di vita per gli americani si era ridotta a trentasette anni. La portata della disgrazia fu così ampia in America – così come ovunque – che mi sembra impossibile non averne saputo di più a scuola, o attraverso diari o storie. Quasi ventimila americani morirono in una settimana durante il picco della febbre spagnola. Scavatrici a vapore furono usate per scavare fosse comuni.

Le autorità sanitarie oggi temono precisamente un evento di questo tipo. Molti dichiarano con insistenza che una pandemia causata dal virus H5-N1 sia inevitabile, e che la vera domanda sia quando colpirà e, ancora più importante, quanto sarà grave.

Anche se il virus H5-N1 dovesse riuscire a evitarci senza un impatto maggiore rispetto alla recente esplosione di influenza suina, nessuna autorità sanitaria oggi predice che le pandemie possano essere completamente prevenute. Il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha detto semplicemente: “Sappiamo che un’altra pandemia è inevitabile… sta arrivando.” L’Istituto di Medicina dell’Accademia Nazionale di Scienza ha aggiunto più recentemente che una pandemia è “non solo inevitabile, ma in ritardo.” La storia recente ha registrato in media una pandemia ogni ventisette anni e mezzo, e ne sono passati più di quaranta dall’ultima. Gli scienziati non possono conoscere con certezza il futuro delle malattie pandemiche, ma possono immaginare e sanno che esiste una minaccia imminente.

Gli ufficiali dell’OMS hanno a disposizione il più grande insieme di dati mai raccolto a proposito di una nuova potenziale pandemia influenzale. Per questo è abbastanza ansiogeno il fatto che questo tipo di istituzione da giacca-cravatta-e-camice-bianco, molto non-c’è-niente-di-cui-preoccuparsi-adesso abbia rilasciato la seguente lista di “cose che hai bisogno di sapere a proposito dell’influenza pandemica” per la sua base, cioè tutti noi:

Il mondo potrebbe essere sull’orlo di una nuova pandemia.

Tutti i paesi sarebbero coinvolti.

La malattia scoppierebbe su larga scala.

Le capacità mediche sarebbero inadeguate.

Ci sarebbero un numero massiccio di morti.

Il tracollo economico e sociale sarebbe importante.

La relativamente conservatrice OMS suggerisce “una stima relativamente conservatrice – da 2 milioni a 7,4 milioni di morti” se l’influenza aviaria dovesse saltare sugli esseri umani e diventare trasmissibile con l’aria (come è successo per l’influenza suina – l’H1-N1). “Questa stima”, spiegano inoltre, “è basata sulla pandemia abbastanza lieve del 1957. Le stime basate su un virus più violento, più vicino a quello visto nel 1918, sono state fatte e sono molto più alte.” Pietosamente l’OMS non include queste stime più alte nella sua lista di “cose che devi sapere”. Spietatamente, non possono però dire che le stime più alte siano meno realistiche.

Hultin alla fine ha scoperto i resti di una donna tra i morti congelati del 1918 e l’ha chiamata Lucy. Ha sezionato i polmoni di Lucy e li ha mandati a Taubenberger, che ha preso campioni di tessuto ed ha trovato prove di qualcosa di davvero notevole. I risultati, pubblicati nel 2005, mostrano che la fonte della pandemia del 1918 fu l’influenza aviaria, la malattia degli uccelli. Ad una importante questione scientifica era stata data risposta.

Altre prove suggeriscono che il virus del 1918 possa essere mutato tra i maiali (che hanno la caratteristica unica di essere suscettibili sia ai virus umani che a quelli aviari) o anche nelle popolazioni umane per un certo periodo di tempo prima di raggiungere il virtuosismo mortale della sua versione finale. Non possiamo esserne sicuri. Ciò di cui possiamo essere sicuri è l’esistenza di un consenso scientifico sul fatto che nuovi virus, che si spostano dagli animali domestici agli umani, saranno una delle maggiori minacce sanitarie del futuro che siamo in grado prevedere. La preoccupazione non riguarda soltanto l’influenza aviaria, quella suina o quella che verrà dopo ma l’intera classe di patogeni “zoonotici” (dagli animali agli uomini e viceversa) – specialmente virus che si spostano tra umani, polli, tacchini e maiali.

Possiamo anche essere sicuri che ogni discorso sull’influenza pandemica oggi non può ignorare il fatto che l’evento patologico più devastante che il mondo abbia conosciuto, ed una delle maggiori minacce sanitarie nei nostri confronti oggi, hanno tutto a che fare con la salute degli animali domestici del mondo, specialmente gli uccelli.


Ai liberi basta la Terra.

4 dicembre 2009

Hanno destato molto scalpore questa settimana le parole del cardinale Javier Lozano Barragan, presidente emerito del Pontificio Consiglio della Pastorale per gli Operatori Sanitari.

Il vescovo messicano ha dettotrans e omosessuali non entreranno mai nel Regno dei Cieli” sollecitato da un giornalista che gli chiedeva cosa pensasse dell’omosessualità. Sembra che alcuni membri del clero siano rimasti ancora al medioevo, un’era nella quale la minaccia dell’esclusione dalla vita eterna veniva presa molto sul serio. Per questo motivo poteva essere usata come un maglio contro chi si opponeva ai voleri della chiesa cattolica.

Ogni tanto cerco di immaginare il paradiso come lo vede la gente come Barragan. Sono certo che secondo lui appena raggiungerà le nuvole verrà ricompensato per la sua vita e potrà sedere fieramente alla destra del padre. Mi immagino un paradiso gerarchico, un oltre mondo nel quale tutte le ingiustizie di questo vengono riproposte senza la possibilità del cambiamento. Una felicità per pochi ed immutabile.

Io a quella festa non vorrei partecipare. Mio nonno, che non era sicuramente un rivoluzionario, diceva che l’inferno non esiste. L’inferno, secondo lui, era la distanza da Dio: il paradiso non è chiuso per nessuno.

Fabrizio De Andre’, nella sua preghiera per l’amico suicida Luigi Tenco ricordava a tutti che l’inferno esiste solo per chi ne ha paura.

Quanto sarebbe bello se la chiesa aprisse le braccia invece di voltare le spalle. Penso ai milioni di cattolici omosessuali o divorziati, alle coppie che usano il preservativo e alle donne che sono costrette a prendere la difficile decisione di abortire. L’alternativa potrebbe essere quella di lasciare che ognuno viva come vuole ma è evidente che il clero non ha nessuna intenzione di rinunciare al potere secolare che deriva da millenni di ipocrisia e violenze.

Mi piacerebbe dire agli amici che si considerano liberi che il Regno dei Cieli, così come lo immaginano loro, a noi non serve. A noi basta la terra.

Anche perché saremmo imbarazzati di trovare là alcune persone…


AIDS: il vero rimedio è la prevenzione.

1 dicembre 2009

La sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS) è entrata di prepotenza nelle nostre vite da quasi trenta anni. Tutti la conoscono, tutti la temono, tutti sognano che la cura venga trovata al più presto. E’ vero che la terapia medica ha molto alleviato le sofferenze di coloro che sono affetti dal virus trasformando una malattia sempre mortale in un disturbo cronico con il quale si può convivere. Ma la vita per chi è sieropositivo è un inferno.

La sieropositività è un marchio. Un segno indelebile che causa l‘ostracismo dalla società.

Questa repulsione è originata da un sentimento misto di paura e ignoranza che non dobbiamo avere paura di chiamare col suo nome: superstizione. Il sieropositivo è considerato un untore.

Ci si può chiedere come si sia arrivati a questo punto. La ragione è soprattutto storica: i primi casi di HIV e di AIDS conclamato sono stati scoperti su persone omosessuali. Per anni si è creduto che l’AIDS fosse la malattia tipica della comunità gay e questa credenza ha legato il marchio della sieropositività al giudizio moralistico che la società riserva alla promiscuità sessuale. Un pregiudizio particolarmente diffuso ancora oggi, alimentato da mezzi di comunicazione complici nel rilanciare sempre gli stessi luoghi comuni, ha condotto l’opinione pubblica a ritenere più volubili le relazioni omosessuali. Questo insieme di paure e stereotipi  ha contribuito a riportare indietro di qualche anno i risultati raggiunti durante gli anni settanta dagli attivisti gay in tutto il mondo. In quei paesi come l’Italia che sono pervasi dalla cultura cattolica ed in qualche modo dal culto della colpa e del misticismo, l’AIDS è diventato il simbolo della collera di Dio nei confronti degli omosessuali.

Oltre ai gay l’altra categoria che cominciò a essere messa all’indice negli anni ottanta fu quella degli eroinomani. Ancora una volta un comportamento giudicato immorale trovava una punizione divina. La pratica di condividere le siringhe per le iniezioni si rivelò micidiale per la diffusione dell’infezione. A qualcuno, mi fa paura anche solo dirlo, l’AIDS sembrò una manna dal cielo.

Oggi la cecità di un atteggiamento di questo tipo è davanti agli occhi di tutti. A causa dello stigma contro i malati di AIDS, in molti si rifiutano di sostenere il test HIV contribuendo in modo determinante alla diffusione della malattia. L’aver legato alla morale la diffusione del male, inoltre, ha permesso di mantenere un atteggiamento spregiudicato nelle relazioni eterosessuali, spinto dal “non può succedere a me”.

L’ignoranza è stata anche la causa della spaventosa diffusione del male in Africa. Oltre alla scarsa conoscenza delle misure profilattiche sono state due le ragioni dell’esplosione epidemica dell’AIDS: l’influenza della chiesa e il negazionismo. La prima in una crociata che difende i non nati a scapito di coloro che sono già vivi e soffrono, ha sempre rifiutato di vedere il profilattico come l’arma fondamentale per la prevenzione, raccomandando ai malati una castità che spesso neppure i membri del clero sono capaci di mettere in pratica. Il negazionismo è invece stata una corrente di pensiero che rifiutava di affermare una connessione tra il virus HIV e l’AIDS: anche a causa di politiche basate sul negazionismo il 20% della popolazione del Sudafrica è oggi sieropositiva. Nel 2000, un gruppo di cinquemila medici firmò la Dichiarazione di Durban, che afferma che il legame causale tra HIV e AIDS è chiaramente definito, esaustivo ed univoco.

E’ importante sottolineare anche l’ostruzionismo che le principali compagnie farmaceutiche hanno messo in atto contro i paesi africani che si erano dimostrati in grado di produrre il principio attivo capace di cronicizzare la malattia per puro interesse economico. Medici Senza Frontiere ha pubblicato in ottobre un appello per richiedere ufficialmente alle industrie del farmaco di mettere a disposizione i brevetti dei nuovi farmaci. Per aderire all’appello si può andare qui.

Oggi 33 milioni di persone in tutto il mondo sono affette dalla malattia e l’AIDS ha causato più di due milioni di morti dal 1980, data nella quale il virus è stato isolato per la prima volta. Più di tre quarti dei malati vive in Africa.
Se tutti i sieropositivi usassero il condom l’AIDS potrebbe essere sconfitto in una generazione.


Lettera a un padre (che non è il mio).

30 novembre 2009

Caro direttore Celli, sono felice che lei abbia deciso di condividere con tutti gli italiani l’invito a suo figlio a lasciare l’Italia. Immagino che sia stato particolarmente illuminante per gli iscritti alla LUISS, l’università privata che lei dirige.  Una università che non accoglie tutti i meritevoli ma solo quelli capaci di pagare la retta. Oh, certo, ci sono borse di studio anche per i meno fortunati: peccato che i criteri per ottenerle siano irraggiungibili per chi si deve dividere tra studio e lavoro.

Caro direttore, le faccio molti auguri per suo figlio. Sono sicuro che sia uno studente modello e che abbia lottato molto per cercare di raggiungere i suoi obiettivi. In alcuni casi è difficile per chi ha un padre di successo riuscire ad affermarsi. A suo figlio sarà stata sicuramente fatta pesare la sua biografia: suo padre è stato direttore della RAI ed adesso è un noto dirigente dell’istruzione italiana.

Andrà all’estero adesso suo figlio? Spero che abbia i soldi per mantenersi i primi tempi, lei sicuramente saprà che sono difficili per tutti. All’estero ci sono meno carriere feroci, fatte di meriti inesistenti. Però ci sono ugualmente periodi di avviamento, stage e tirocini pagati poco. Sono sicuro che lei potrà fare uno sforzo per aiutarlo.

Ma chi aiuterà gli altri, signor direttore? Sono sicuro che a lei interessa perché altrimenti non avrebbe affidato la sua lettera a Repubblica ma l’avrebbe messa nelle mani di suo figlio, accompagnandola con una carezza. Invece, invita tutti i meritevoli ad abbandonare questo deserto.

Sa cosa mi fa rabbia, direttore? Mi fa arrabbiare che lei consigli a suo figlio di andare via dopo aver contribuito in prima persona a rendere questo paese quello che è. Forse suo figlio sarà contento, io sarei impallidito a leggere queste parole così ipocrite su un quotidiano nazionale se fossero state scritte da mio padre.

Anche mio padre desidera il meglio per me. Ma mi ha insegnato ad assumere su di me le mie responsabilità come lui ha sempre onorato le sue. Io sento a 28 anni di avere una responsabilità verso l’Italia. Questo paese che a volte non amo ma che rimane sempre il mio, l’unico che ho. Cercherò di restare in Italia e se non dovessi riuscire mi guarderei sicuramente intorno. Se dovessi andare via proverei un dolore sincero.

Caro direttore, spero che suo figlio rimanga e che lavori insieme a noi per migliorare l’Italia.