Solidarietà agli operatori del 114 per l’Infanzia.

9 marzo 2010

Ci sono realtà virtuose eppure poco conosciute. A Palermo dal 2004 opera il servizio 114 Emergenza Infanzia gestito dal Telefono Azzurro. Fino al 31 dicembre trentacinque operatori altamente qualificati rispondevano 24 ore su 24, 7 giorni su 7 con turni molto impegnativi, alle chiamate al 114. A loro si rivolgevano i bambini e le famiglie di tutta Italia che avevano bisogno di aiuto e di sostegno.

Oggi gli operatori sono stati sostituiti da sette nuovi impiegati, abbastanza qualificati per rispondere alle necessità di chi chiama, probabilmente. Ma la drammatica riduzione del numero dei lavoratori, unita alla necessità del mantenimento del servizio sociale all’infanzia fa sorgere alcune domande. Come faranno in sette a reggere il traffico nazionale? Perché non è stato permesso a chi aveva accumulato una esperienza importante di proseguire il suo lavoro?

La dirigenza dice che il servizio era diventato troppo costoso. Le sovvenzioni per il servizio arrivano però dal Governo, in particolare la prosecuzione del servizio fino ad aprile è garantita grazie ai fondi stanziati dal Ministero per le Pari Opportunità. I sette nuovi operatori sono oggi affiancati da alcuni ragazzi del servizio civile volontario, anche essi pagati con fondi ministeriali.  E’ chiaro che i volontari non possono essere sufficientemente qualificati per un servizio sociale di enorme responsabilità dato che sono stati formati in soli due mesi.

Per protestare contro queste decisioni prese dalla dirigenza del 114, gli ex operatori hanno deciso di occupare la chiesa di San Francesco Saverio nel quartiere dell’Albergheria di Palermo, quartiere simbolo per la lotta contro l’infanzia abbandonata e gli abusi contro i minori grazie al lavoro di padre Scordato, parroco della chiesa occupata.  Gli occupanti chiedono il rispetto dei loro diritti, come il diritto al lavoro ed ad un equo trattamento anche per i precari che perdono il lavoro, ma chiedono soprattutto che non venga distrutto un importantissimo servizio sociale per la comunità.

La lotta di questi uomini e queste donne che hanno perso il lavoro ha un grande valore simbolico in un’Italia che vede i servizi sociali più importanti tagliati e sfasciati, ogni giorno di più. Licenziando i professionisti e affidando responsabilità enormi a persone con scarsa esperienza e poco qualificate si rischia di distruggere una risorsa fondamentale per i minori in Italia come era stato finora il numero 114 per l’Infanzia. In questi giorni in cui si discute soprattutto di elezioni e di rispetto delle regole, le basi più importanti dell’equilibrio sociale e solidale non devono essere minacciate.


Il processo farsa ai sette Baha’i.

15 gennaio 2010

Ci sono storie sconosciute che però servono a capire la realtà di una nazione. Quella che sto per raccontavi è una di queste.

Nella primavera del 2008 sono state arrestate sette persone in Iran. Si trattava dei membri dell’Assemblea Nazionale Spirituale Baha’i, in pratica sette leader religiosi. Nel paese della Rivoluzione Islamica, però, appartenere a una religione diversa dall’Islam è di per sé una colpa.

I sette sono stati detenuti per più di un anno senza conoscere le accuse che li avevano condotti a soffrire nella tremenda prigione di Evin a Teheran. Non hanno avuto nemmeno la possibilità di parlare con l’esterno o con i loro avvocati. Il premio nobel Shirin Ebadi, voce più celebre del movimento di protesta iraniano all’estero, ha deciso di difenderli in aula ma non le è stato permesso di incontrarli.

Il processo, iniziato il 12 gennaio, vede i sette imputati di qualsiasi nefandezza, dall’organizzazione delle manifestazioni di protesta dello scorso luglio allo spionaggio per Israele, nemico numero 1 del regime. La repressione della protesta ha condotto alla morte, tra le altre, di Neda Agha Soltan e all’arresto di numerosi manifestanti e esponenti politici dell’opposizione. Il regime degli ayatollah, rappresentato dal fantoccio Ahmadinejad, è stato vicino al collasso ma anche oggi non è saldo ed ha quindi bisogno di un capro espiatorio per indirizzare verso un bersaglio l’ira della popolazione causata dalla crisi economica e dalle violenze estive.

Ma chi sono i Baha’i? La fede Baha’i è una delle religioni più moderne del mondo. I fedeli sono monoteisti e diffondono gli insegnamenti del nobile persiano Baha’u’llah, considerato l’ultimo dei  profeti mandati da Dio sulla terra in una serie di grandi uomini che comprende Buddha, Zoroastro, Cristo e Maometto. Questa affermazione è una bestemmia per i fondamentalisti che governano l’Iran.

Per questo motivo dal 1979 le persecuzioni contro i Baha’i si sono intensificate con centinaia di esecuzioni ed arresti, con il divieto di assumere pubblici uffici o di raggiungere un’istruzione elevata. I Baha’i, cui è vietato da principi religiosi il perseguimento di una carriera politica, predicano anche l’uguaglianza tra uomo e donna, la parità di fede e religione, la parità e la fratellanza di tutti gli esseri umani, l’irrilevanza dei confini e la non violenza.

Il processo ai Sette li vede accusati anche di aver costruito un arsenale di armi da fuoco. Questa accusa è totalmente assurda dato il principio di non violenza al quale i fedeli Baha’i sono imperativamente tenuti.

Il regime iraniano non permette l’ingresso al tribunale ai mezzi di comunicazione internazionale: le televisioni controllate dallo stato sono invece in prima fila per raccontare con le immagini la propaganda menzognera del regime che si appresta a condannare a morte i Sette.

La comunità internazionale ha espresso grande preoccupazione per il processo ed lo ha apertamente condannato. E’ prevedibile purtroppo che l’esito scontato del processo abbia anche conseguenze poco felici per gli oltre trecentomila Baha’i iraniani che costituiscono la più grande minoranza religione del paese islamico. Chiunque abbia a cuore i diritti umani e la lotta contro le dittature non può che adottare idealmente i Baha’i. La salvezza dei Sette deve essere un obiettivo per permettere la libertà in Iran.


Alle riforme! Alle riforme!

13 gennaio 2010

Il governo Lombardo-ter si è formato! Allelujah! Se ne sentiva davvero il bisogno. Ma c’è una nuova importante novità: il neo-assessore Mario Centorrino è iscritto al Partito Democratico. La nomina sembra essere la conclusione del dialogo tra alcuni dirigenti del partito di opposizione ed il governatore dell’MPA. Anche lo stesso segretario del partito in Sicilia, Peppino Lupo aveva detto che Lombardo proponeva di convergere su alcune riforme e non sui nomi degli assessori. Ora aspettiamo le riforme. Alcuni però non sono d’accordo come Rita Borsellino ed Enzo Bianco che hanno lanciato una petizione online contro il patto scellerato all’Assemblea Regionale.

Raffaele Lombardo, soprannominato “Arraffaele” da alcuni amici, è stato eletto presidente della regione Sicilia il 14 aprile 2008 con un consenso importante: il 65% delle preferenze. Il politico catanese ha battuto in quella occasione Anna Finocchiaro, candidata del centrosinistra unito grazie al sostegno di PDL, UDC e del suo partito l’MPA. Purtroppo per Lombardo e per i siciliani tutti, il governo regionale non è stato un clamoroso successo. Pur godendo di una grande maggioranza, infatti, il centrodestra ha litigato in modo molto intenso fin dalle prime settimane di governo arrivando a livelli di tensione sconosciuti su tutto il territorio nazionale. Così, a poco a poco, dal governo regionale sono stati allontanati gli assessori dell’UDC di Cuffaro e tutti quelli che si opponevano al governatore. Addirittura, il PDL in Sicilia si è scisso: il PDL Sicilia, guidato da Gianfranco Micciché sostiene il governo mentre il PDL nazionale, i “lealisti” sono all’opposizione. In questo marasma il PD, una volta uscito dalle primarie, ha cercato di capire quale potesse essere il suo ruolo. Pare evidente a tutti che le elezioni anticipate porterebbero al governo di nuovo la coalizione di centrodestra: per questo motivo, data la situazione davvero peculiare di squilibrio politico, qualcuno ha pensato di poter fare a meno degli elettori e partecipare direttamente al governo.

In questo frangente non mi resta che rinfrescare la memoria (in qualche caso davvero recentissima se non contemporanea) a chi vuole collaborare con l’MPA lombardiano sulle scelte di voto che la formazione autonomista siciliana ha preso durante questa legislatura a Roma.

Partiamo dall’argomento caldo, il processo breve. Proprio oggi Maurizio Gasparri ha ringraziato Giovanni Pistorio (MPA) per il sostegno al DDL sul processo breve: qui ne da notizia, in pompa magna, il sito dell’MPA. Ma in generale la linea degli autonomisti sulla riforma della giustizia è chiara: basta leggere questo articolo del Sole 24 Ore del due dicembre. L’MPA non partecipa neppure alla votazione sulla cosiddetta “Bozza Violante”. Qualche cosa vorrà dire.

Adesso passiamo alla riforma della scuola. Voluta intensamente dal ministro Gelmini ha causato le ire di studenti e insegnanti. Il PD è naturalmente contrario ai tagli. E l’MPA? In parlamento vota diligentemente col governo poi rilascia dichiarazioni contro la riforma dicendo No alla riforma. Grande coerenza, vero? Quella che serve per le riforme in Sicilia.

Ma andiamo avanti. Qualcuno ricorderà lo scandalo provocato tra gli elettori del PD dalla scelta della senatrice Binetti di votare contro la proposta Concia contro l’omofobia. In quel caso, infiammato dalla passione delle primarie, il segretario uscente Dario Franceschini era arrivato a minacciare l’esclusione della cattolicissima Paola dal partito. Chi l’avrebbe presa tra le sue amabili braccia? Ma l’MPA naturalmente: il deputato Iannaccone non aspettava un momento per invitare la Binetti nel suo partito dicendo: “Alla Binetti, con la quale sulle questioni eticamente sensibili siamo in perfetta sintonia, esprimiamo la nostra solidarietà e la invitiamo a venire nel Mpa dove potra’ liberamente esprimere le sue idee e le sue convinzioni“. In che senso sintonia? Beh, basti vedere cosa diceva Iannaccone a proposito della negazione del patrocinio ministeriale al gay-pride di Roma: “il ministro Carfagna ha perfettamente ragione“.

Beh, d’altra parte l’MPA è sicuramente un partito riformista ed aperto al cambiamento. Per questo motivo si è presentato alle elezioni del 2009 con un grande movimento innovatore: la Destra di Francesco Storace.

Come dimenticare, infine, la posizione internazionalista sui fenomeni migratori. Grazie ai voti dell’MPA, solidale con il governo, è stato approvato a luglio il “pacchetto sicurezza“, inviso addirittura al Vaticano e per questo rifiutato anche dall’altro movimento cattolico ex democristiano, l’UDC dal quale provengono molti personaggi autonomisti ed anche lo stesso Lombardo. Con questa simpatica votazione, l’Italia ha introdotto il reato di immigrazione clandestina sprecando innumerevoli risorse per ragioni propagandistiche e annichilendo quel sistema delle carceri che il ministro Alfano oggi vuole riformare d’urgenza. Che dire?

Come si fa a pensare che con l’MPA si possa parlare di riforme?
Chi lo pensa in Sicilia può essere motivato da due convinzioni: o pensa che Lombardo sia cambiato o accetta di restare sotto il tavolo mentre il banchetto continua aspettando che cada qualche osso, qualcosina da rosicchiare.
Ed intanto la Sicilia affonda.


E scordano sempre il perdono.

13 gennaio 2010

Ho accolto con molto sospetto le parole di ieri del ministro Alfano che chiedeva lo stato di emergenza per il  sistema carcerario italiano.

Che ci sia una necessità di riforma è logico, basterebbe vedere il numero drammatico dei suicidi nelle prigioni italiane. Ma questi morti, che hanno vissuto un personale ergastolo per i delitti che hanno commesso, non sono sufficienti ad illustrare il malessere di questa popolazione di ultimi che giorno per giorno combatte per affermare la propria dignità di esseri umani.

Ancora minore però è stata la mia speranza quando ho letto cosa propone effettivamente il ministro per affrontare il problema. Solo l’idea di aumentare il numero dei posti è allucinante ma non è che la conseguenza di una politica che il centrodestra persegue da almeno quattro anni: quella di sottolineare una emergenza sicurezza quasi del tutto inventata ed al contempo quella di allargare il numero stesso dei reati puniti con la carcerazione (si veda alla geniale trovata del reato di immigrazione clandestina).

In più, il governo promette di mettere mano al portafoglio con un gigantesco piano di edilizia carceraria, ovviamente senza presentare alcun piano di copertura finanziaria, in un momento storico nel quale l’edilizia civile è al collasso come hanno dimostrato le tragedie d’Abruzzo e di Messina del 2009.

Vogliamo dire una volta per tutte che il problema delle carceri si affronta dal punto di vista legislativo? Fin quando leggi scandalose come la Fini-Giovanardi o la Bossi-Fini (“curiosamente” firmate dal nuovo idolo dei progressisti italiani l’ex-fascista, ex-AN, ex-tutto Gianfranco Fini) costringeranno al carcere gli ultimi e gli esclusi le nostre prigioni non faranno che affollarsi e riempirsi di disperazione. Tossicodipendenti e clandestini entrano in galera con la certezza di essere maltrattati e la triste aspettativa della recidiva dopo la liberazione.

Purtroppo neppure nell’opposizione si registrano aperture reali. Ho ancora in testa le urla allo scandalo quando fu deciso l’indulto e mi ricordo bene da che parte venivano. C’è qualcuno in Italia che si eccita solo quando scattano le manette, quando si chiudono le porte della galera. E questo qualcuno appartiene troppo spesso ad una certa sinistra che sventola il vessillo dell’anti-politica e del “buttare la chiave”.

Mi rendo conto che la certezza della pena è senza dubbio più vendibile al telegiornale ma in uno stato che voglia ancora dirsi di diritto, prima è necessaria la dignità della pena.


Ai liberi basta la Terra.

4 dicembre 2009

Hanno destato molto scalpore questa settimana le parole del cardinale Javier Lozano Barragan, presidente emerito del Pontificio Consiglio della Pastorale per gli Operatori Sanitari.

Il vescovo messicano ha dettotrans e omosessuali non entreranno mai nel Regno dei Cieli” sollecitato da un giornalista che gli chiedeva cosa pensasse dell’omosessualità. Sembra che alcuni membri del clero siano rimasti ancora al medioevo, un’era nella quale la minaccia dell’esclusione dalla vita eterna veniva presa molto sul serio. Per questo motivo poteva essere usata come un maglio contro chi si opponeva ai voleri della chiesa cattolica.

Ogni tanto cerco di immaginare il paradiso come lo vede la gente come Barragan. Sono certo che secondo lui appena raggiungerà le nuvole verrà ricompensato per la sua vita e potrà sedere fieramente alla destra del padre. Mi immagino un paradiso gerarchico, un oltre mondo nel quale tutte le ingiustizie di questo vengono riproposte senza la possibilità del cambiamento. Una felicità per pochi ed immutabile.

Io a quella festa non vorrei partecipare. Mio nonno, che non era sicuramente un rivoluzionario, diceva che l’inferno non esiste. L’inferno, secondo lui, era la distanza da Dio: il paradiso non è chiuso per nessuno.

Fabrizio De Andre’, nella sua preghiera per l’amico suicida Luigi Tenco ricordava a tutti che l’inferno esiste solo per chi ne ha paura.

Quanto sarebbe bello se la chiesa aprisse le braccia invece di voltare le spalle. Penso ai milioni di cattolici omosessuali o divorziati, alle coppie che usano il preservativo e alle donne che sono costrette a prendere la difficile decisione di abortire. L’alternativa potrebbe essere quella di lasciare che ognuno viva come vuole ma è evidente che il clero non ha nessuna intenzione di rinunciare al potere secolare che deriva da millenni di ipocrisia e violenze.

Mi piacerebbe dire agli amici che si considerano liberi che il Regno dei Cieli, così come lo immaginano loro, a noi non serve. A noi basta la terra.

Anche perché saremmo imbarazzati di trovare là alcune persone…


Lettera a un padre (che non è il mio).

30 novembre 2009

Caro direttore Celli, sono felice che lei abbia deciso di condividere con tutti gli italiani l’invito a suo figlio a lasciare l’Italia. Immagino che sia stato particolarmente illuminante per gli iscritti alla LUISS, l’università privata che lei dirige.  Una università che non accoglie tutti i meritevoli ma solo quelli capaci di pagare la retta. Oh, certo, ci sono borse di studio anche per i meno fortunati: peccato che i criteri per ottenerle siano irraggiungibili per chi si deve dividere tra studio e lavoro.

Caro direttore, le faccio molti auguri per suo figlio. Sono sicuro che sia uno studente modello e che abbia lottato molto per cercare di raggiungere i suoi obiettivi. In alcuni casi è difficile per chi ha un padre di successo riuscire ad affermarsi. A suo figlio sarà stata sicuramente fatta pesare la sua biografia: suo padre è stato direttore della RAI ed adesso è un noto dirigente dell’istruzione italiana.

Andrà all’estero adesso suo figlio? Spero che abbia i soldi per mantenersi i primi tempi, lei sicuramente saprà che sono difficili per tutti. All’estero ci sono meno carriere feroci, fatte di meriti inesistenti. Però ci sono ugualmente periodi di avviamento, stage e tirocini pagati poco. Sono sicuro che lei potrà fare uno sforzo per aiutarlo.

Ma chi aiuterà gli altri, signor direttore? Sono sicuro che a lei interessa perché altrimenti non avrebbe affidato la sua lettera a Repubblica ma l’avrebbe messa nelle mani di suo figlio, accompagnandola con una carezza. Invece, invita tutti i meritevoli ad abbandonare questo deserto.

Sa cosa mi fa rabbia, direttore? Mi fa arrabbiare che lei consigli a suo figlio di andare via dopo aver contribuito in prima persona a rendere questo paese quello che è. Forse suo figlio sarà contento, io sarei impallidito a leggere queste parole così ipocrite su un quotidiano nazionale se fossero state scritte da mio padre.

Anche mio padre desidera il meglio per me. Ma mi ha insegnato ad assumere su di me le mie responsabilità come lui ha sempre onorato le sue. Io sento a 28 anni di avere una responsabilità verso l’Italia. Questo paese che a volte non amo ma che rimane sempre il mio, l’unico che ho. Cercherò di restare in Italia e se non dovessi riuscire mi guarderei sicuramente intorno. Se dovessi andare via proverei un dolore sincero.

Caro direttore, spero che suo figlio rimanga e che lavori insieme a noi per migliorare l’Italia.


Paola Binetti fuori dal Partito Democratico.

14 ottobre 2009

paola-binetti

C’è un motivo preciso per il quale Paola Binetti siede accanto ai senatori democratici in parlamento.

La senatrice numeraria dell’Opus Dei ha capito che se si unisse ad un altro partito sarebbe una delle tante, giusto un po’ più fanatica dei suoi colleghi. Ma quando è presente tra i banchi dell’opposizione democratica le sue parole hanno un peso schiacciante. Questa ricchezza che il Partito Democratico le consegna ogni volta che viene chiamata a votare Paola Binetti l’ha ricevuta gratuitamente. Voglio ricordare che a causa del Porcellum la senatrice non è stata eletta ma nominata in Parlamento. La legge italiana non consente però ad un partito di espellere dall’aula un deputato, per qualsiasi motivo. Ciononostante è ora che la Binetti vada a sedersi da qualche altra parte.

Qualche mese fa, commentando l’inizio della sfida interna nel PD, avevo auspicato che Paola Binetti decidesse di candidarsi alla segreteria del partito. Sarebbe stato un ottimo modo per misurare la sua importanza tra gli elettori, importanza che fu esagerata dalla necessità di ogni voto durante lo sfortunato governo Prodi. La senatrice non si è candidata alla segreteria e, consapevole della scomodità della sua figura tra gli elettori democratici, ha adottato un basso profilo appoggiando con la sua corrente Dario Franceschini. Col passare delle settimane, però, il segretario in carica ha fatto di tutto per smarcarsi da questi amici scomodi, i cosiddetti Teodem, fino a ieri quando ha finalmente messo in discussione la permanenza stessa di Paola Binetti all’interno del partito.

Meglio tardi che mai. Io vorrei solo ricordare alcune cose di questa donna che può essere a buon diritto chiamata definita una fanatica integralista.

Paola Binetti è contraria al testamento biologico.

Paola Binetti crede che l’esclusione degli omosessuali dal sacerdozio sia un buon rimedio contro la pedofilia. Questo perché la senatrice è convinta che tendenze gay possano portare alla pedofilia. Qualcuno potrebbe dire che la sua è una opinione autorevole perché si tratta di una psichiatra. Mi permetto di dissentire: la senatrice si è laureata all’Università di Pamplona dell’Opus Dei. Non esattamente l’istituto più liberare del mondo.

Paola Binetti ha affermato che non voterà mai nessuna norma giuridica a favore delle coppie gay.

Paola Binetti sostiene l’utilità della mortificazione corporale, dalla possibilità di dormire su tavole di legno per temprare lo spirito a quella di indossare il cilicio, sacrificio che ricorda la fatica del vivere.

Paola Binetti ha dichiarato ieri, dopo aver bocciato una norma che introduceva l’aggravante di omofobia alle aggressioni contro gli omosessuali “l’emendamento rischiava di ”indurre in reato chi la pensa in modo diverso, ad esempio, rivendicare la superiorità del matrimonio”. Se una legge come la Legge Concia, considerata moderata dalla comunità omosessuale, è in grado di mettere fuori legge il pensiero della Binetti, la senatrice non appartiene alla cultura del partito democratico. Vada via subito, noi non la vogliamo.

Tutta la mia solidarietà ad Anna Paola Concia.