Frattini, Gasparri e la parola vergogna.

12 aprile 2010

Ho vissuto le ultime 36 ore con il fiato sospeso. Da quando ho appreso dell’arresto dei tre operatori di Emergency a Lashkar Gah, il mio cuore si è trasferito tra le aride distese del sud dell’Afghanistan. Il mio punto di vista è parziale, sono costretto ad ammetterlo. In linea di massima non è impossibile che qualcuno all’interno dell’ospedale sia stato coinvolto in operazioni belliche. Ma i sospetti sul personale internazionale sanitario sono intollerabili.

Durante un blitz della polizia afgana, spalleggiata dalle forze dell’ISAF (la forza militare controllata dalla NATO che ha il compito di garantire la sicurezza in Afghanistan) all’interno dell’ospedale di Emergency a Lashkar Gah sono state trovate delle armi. A testimonianza di questo ritrovamento, l’agenzia internazionale Associated Press ha pubblicato un video. In un altro video, questa volta pubblicato da Emergency, è stata confermata la presenza di forze ISAF dapprima negata dal governo afgano. In seguito al blitz sono stati arrestati tre cittadini italiani, in un primo momento con l’accusa di aver complottato per l’omicidio del governatore della regione di Helmand.

La reazione del governo italiano è stata scioccante. Il ministro degli esteri Franco Frattini si è affrettato ad abbandonare l’associazione ONG italiana ed i tre cittadini arrestati al proprio destino. Nella serata di ieri, quando assurde notizie a proposito di una confessione da parte dei tre fermati si sono diffuse nella stampa internazionale per poi essere prontamente smentite, Frattini ha dichiarato che la partecipazione di cittadini italiani all’organizzazione di atti terroristici è una vergogna per l’Italia. Emergency, paragonata a una associazione terroristica non sembra godere dei normali diritti che il diritto internazionale conferisce al personale umanitario. E’ anche circolata la notizia che l’associazione di Gino Strada non avrebbe permessi necessari per esercitare in Afghanistan. La notizia è falsa.

Ma se non fossero state sufficienti le parole di Frattini, un altro grande intellettuale compagno di partito del ministro, ha sentito la necessità di esprimere il suo pensiero. Maurizio Gasparri ha infatti dichiarato che Emergency è un danno per l’Italia. Ma da dove nasce questo odio? Come si spiega questa ostilità?
La fede politica di Strada non c’entra, di questo sono quasi sicuro.

Per capire meglio le ragioni di questo atteggiamento bisogna tornare al 2001. Dopo l’inizio dell’operazione Enduring Freedom, creata dagli Stati Uniti con lo scopo di deporre il regime dittatoriale talebano e arrestare lo sceicco del terrore Osama Bin Laden ospite del governo di Kabul, l’Italia si affrettò a garantire il proprio appoggio alle operazioni militari in Afghanistan. Il contingente militare italiano fu inserito nelle forze ISAF. Anche allora era al governo Silvio Berlusconi, Gasparri era ministro e qualche mese dopo lo sarebbe diventato anche il fedele Frattini.

Emergency era in Afghanistan dal 1999. Perché?
La guerra civile in Afghanistan non è iniziata nel 2001. Il paese è costantemente in guerra dal 1979 ed anche prima dell’intervento americano ogni mese si contavano decine di morti frutto di combattimenti e mine anti-uomo. Emergency aveva deciso di aprire due ospedali (che sarebbero poi diventati tre) nel paese asiatico, come sostegno alla popolazione civile afgana. Il primo fu aperto nella valle del Panshir, governata allora dai mujaheddin di Massoud, eroe delle resistenza antisovietica e fiero avversario del regime talebano di Kabul. Dopo lunghe trattative con i talebani, Emergency è anche riuscita ad aprire un ospedale nella capitale afgana. In quotidiano contrasto con le autorità locali, negli ospedali era impossibile introdurre armi (regola imprescindibile degli ospedali di Emergency), i feriti venivano curati a seconda della gravità delle loro ferite e le donne non erano costrette a portare il famigerato burqa, già anni prima della campagna retorica portata avanti dalle forze di occupazione americane.

Quando l’intervento italiano in Afghanistan fu deciso, il governo Berlusconi fu felice di apprendere che esistevano nel paese asiatico delle strutture italiane capaci di curare gli eventuali soldati feriti. Per questo motivo furono offerti tre milioni di euro all’associazione guidata da Gino Strada e Teresa Sarti, come contributo per l’adeguamento dell’ospedale alle esigenze belliche, con l’ulteriore richiesta di favorire i militari nel triage.
Il rifiuto di Emergency fu netto. Gino Strada dichiarò allora che era assurdo ricevere tre milioni di euro per la pace da parte di chi ne spendeva trecento per la guerra. Il caso diventò materia di discussione politica ma si rivelò anche una scelta economica azzeccata da parte dell’onlus: il flusso di donazioni dopo la decisione aumentò decisamente, permettendo ad Emergency di lavorare al meglio delle sue possibilità senza il contributo governativo.

La mia impressione è che il governo italiano non abbia dimenticato quello smacco.
Penso anche che la parola vergogna sia un’arma a doppio taglio. Se ci si deve vergognare di aiutare migliaia di persone in un paese straziato dalla guerra mi chiedo quanto ci si debba vergognare a usare delle ore di angoscia per la sorte di tre connazionali come strumento politico di miserabile vendetta.


Medici scomodi.

11 aprile 2010

Ho conosciuto Marco Garatti nel 2004.

Dopo un breve giro di telefonate con Milano, durante le quali spiegammo l’emergenza sanitaria che si stava verificando a Palermo nei giorni in cui stava nascendo l’esperienza del laboratorio Zeta, Marco fu inviato in Sicilia e mise a disposizione tutta la sua enorme esperienza di medico di guerra e la sua sensibilità umana. Io facevo parte del gruppo dei volontari di Emergency da più di due anni, un periodo durante il quale avevo imparato ad amare la folle impresa di questi medici, uomini capaci di sfidare la morte per aiutare il prossimo. Mi sembrava l’ideale eroico per eccellenza: uomini che vanno dove regna la violenza per portare speranza, cure e rispetto. Marco fu straordinario, e tutti noi ci accorgemmo di avere a che fare con uomo giusto.
Anche oggi che la mia esperienza di volontario per Emergency è finita sono convinto che quel simbolo, quella E dentro al cerchio, significhi ancora pace. Emergency è in Afghanistan dal 1999. Ha lavorato nella valle del Panshir, a Kabul e a Lashkar Gah, portando solo cure, aiuto, soccorso alla popolazione civile.

In questi giorni terribili, che seguono un anno molto triste per Emergency, segnato dalla morte di Teresa Sarti, il governo afgano e l’esercito che lo tiene al potere ha deciso di vendicarsi dell’associazione. Gli arresti dei tre uomini italiani a Lashkar Gah (oltre a Marco ci sono anche un altro medico, Matteo Dell’Aira ed il tecnico Matteo Pagani) sono una chiarissima ritorsione per quanto avvenuto un paio di anni fa, nei giorni del drammatico rapimento di Daniele Mastrogiacomo. La maggiore capacità di un uomo di pace come Gino Strada nel muoversi tra l’umanità martoriata dell’Afghanistan aveva permesso allora una liberazione indolore per il giornalista italiano. L’orribile morte dell’interprete di Mastrogiacomo non fu purtroppo evitata, ma bisogna sempre ricordare che le trattative vennero portate avanti avendo come controparte un gruppo di feroci terroristi, non disposti a perdonare un afgano che cercava solo di sbarcare il lunario aiutando gli stranieri.

Non è strano che ciò che non può riuscire a un esercito, riesca a pochi uomini di pace. Ma non è neppure un caso che da quel momento in poi, Emergency sia diventata una realtà scomoda per il governo afgano. Strutture sanitarie non controllate da apparati di governo di nessun tipo e dedite soltanto alla cura dei feriti e degli ammalati, sono una bestemmia in un paese in guerra che nei privilegi accordati a chi combatte dalla “parte giusta” vede la prassi quotidiana. In questo contesto, maturò allora l’arresto di Rahmatullah Hanefi, il mediatore di Emergency che aveva permesso la liberazione di Mastrogiacomo. Solo dopo alcune settimane Hanefi fu liberato, naturalmente libero da ogni accusa.

Ciò che rende straordinaria l’esperienza di Emergency è l’idea che la pace si ottenga praticando ogni giorno piccole o grandi azioni di pace. Curare un bambino o permettere a una donna ferita di tornare a camminare sono atti rivoluzionari in territori segnati dal dolore e dalla guerra. Quanti talebani sono stati convertiti alla pace dalle bombe e quanti potevano esserlo dalle cure e dall’istruzione?

Le accuse per le quali sono stati arrestati Garatti, Dell’Aira e Pagani sono talmente ridicole che non vale neppure la pena di ripeterle. Le trovate qui, io non voglio neppure pensare che siano credibili per chiunque. Basti pensare all’accusa di conservare armi: una delle prime regole di un ospedale di Emergency è che le armi restano fuori, non importa neppure se possono essere usate come mezzo per difendersi.
Le dichiarazioni del ministro Frattini, d’altra parte, sono state veramente irresponsabili. Sottolineare come Emergency non faccia parte della missione di pace italiana, lavandosi di fatto le mani della sorte degli arrestati, dimostra la minuscola portata umana del governo italiano e la sua incapacità di vedere il sopruso anche quando riguarda cittadini italiani.

Pare che se dovessero essere confermate le accuse, i tre uomini di Emergency rischierebbero la vita.
Un medico che lavora in un paese di guerra sa che la morte può trovarlo in qualsiasi momento. Fa parte dei rischi, le bombe non sono mai davvero intelligenti. Ma ci si augurerebbe che almeno chi dice di combattere una battaglia contro il terrorismo non contrasti l’attività di un ospedale dedicato alla popolazione civile arrestando degli uomini innocenti.

I tre italiani arrestati a Lashkar Gah devono essere liberati. Il governo afgano ha tutti i diritti di proteggere i suoi membri dagli atti di terrorismo ma sta compiendo oggi un drammatico errore.


AIDS: il vero rimedio è la prevenzione.

1 dicembre 2009

La sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS) è entrata di prepotenza nelle nostre vite da quasi trenta anni. Tutti la conoscono, tutti la temono, tutti sognano che la cura venga trovata al più presto. E’ vero che la terapia medica ha molto alleviato le sofferenze di coloro che sono affetti dal virus trasformando una malattia sempre mortale in un disturbo cronico con il quale si può convivere. Ma la vita per chi è sieropositivo è un inferno.

La sieropositività è un marchio. Un segno indelebile che causa l‘ostracismo dalla società.

Questa repulsione è originata da un sentimento misto di paura e ignoranza che non dobbiamo avere paura di chiamare col suo nome: superstizione. Il sieropositivo è considerato un untore.

Ci si può chiedere come si sia arrivati a questo punto. La ragione è soprattutto storica: i primi casi di HIV e di AIDS conclamato sono stati scoperti su persone omosessuali. Per anni si è creduto che l’AIDS fosse la malattia tipica della comunità gay e questa credenza ha legato il marchio della sieropositività al giudizio moralistico che la società riserva alla promiscuità sessuale. Un pregiudizio particolarmente diffuso ancora oggi, alimentato da mezzi di comunicazione complici nel rilanciare sempre gli stessi luoghi comuni, ha condotto l’opinione pubblica a ritenere più volubili le relazioni omosessuali. Questo insieme di paure e stereotipi  ha contribuito a riportare indietro di qualche anno i risultati raggiunti durante gli anni settanta dagli attivisti gay in tutto il mondo. In quei paesi come l’Italia che sono pervasi dalla cultura cattolica ed in qualche modo dal culto della colpa e del misticismo, l’AIDS è diventato il simbolo della collera di Dio nei confronti degli omosessuali.

Oltre ai gay l’altra categoria che cominciò a essere messa all’indice negli anni ottanta fu quella degli eroinomani. Ancora una volta un comportamento giudicato immorale trovava una punizione divina. La pratica di condividere le siringhe per le iniezioni si rivelò micidiale per la diffusione dell’infezione. A qualcuno, mi fa paura anche solo dirlo, l’AIDS sembrò una manna dal cielo.

Oggi la cecità di un atteggiamento di questo tipo è davanti agli occhi di tutti. A causa dello stigma contro i malati di AIDS, in molti si rifiutano di sostenere il test HIV contribuendo in modo determinante alla diffusione della malattia. L’aver legato alla morale la diffusione del male, inoltre, ha permesso di mantenere un atteggiamento spregiudicato nelle relazioni eterosessuali, spinto dal “non può succedere a me”.

L’ignoranza è stata anche la causa della spaventosa diffusione del male in Africa. Oltre alla scarsa conoscenza delle misure profilattiche sono state due le ragioni dell’esplosione epidemica dell’AIDS: l’influenza della chiesa e il negazionismo. La prima in una crociata che difende i non nati a scapito di coloro che sono già vivi e soffrono, ha sempre rifiutato di vedere il profilattico come l’arma fondamentale per la prevenzione, raccomandando ai malati una castità che spesso neppure i membri del clero sono capaci di mettere in pratica. Il negazionismo è invece stata una corrente di pensiero che rifiutava di affermare una connessione tra il virus HIV e l’AIDS: anche a causa di politiche basate sul negazionismo il 20% della popolazione del Sudafrica è oggi sieropositiva. Nel 2000, un gruppo di cinquemila medici firmò la Dichiarazione di Durban, che afferma che il legame causale tra HIV e AIDS è chiaramente definito, esaustivo ed univoco.

E’ importante sottolineare anche l’ostruzionismo che le principali compagnie farmaceutiche hanno messo in atto contro i paesi africani che si erano dimostrati in grado di produrre il principio attivo capace di cronicizzare la malattia per puro interesse economico. Medici Senza Frontiere ha pubblicato in ottobre un appello per richiedere ufficialmente alle industrie del farmaco di mettere a disposizione i brevetti dei nuovi farmaci. Per aderire all’appello si può andare qui.

Oggi 33 milioni di persone in tutto il mondo sono affette dalla malattia e l’AIDS ha causato più di due milioni di morti dal 1980, data nella quale il virus è stato isolato per la prima volta. Più di tre quarti dei malati vive in Africa.
Se tutti i sieropositivi usassero il condom l’AIDS potrebbe essere sconfitto in una generazione.


Il fischio del vapore.

4 agosto 2009

Freccia del Sud

Ancora una volta mi occupo della mia terra infelice. Pare che le Ferrovie dello Stato vogliano tagliare i collegamenti con il continente. A denunciarlo è la CGIL che afferma di aver preso visione del progetto di viabilità previsto per il 2010. Le ferrovie manterrebbero soltanto le tratte regionali costringendo i viaggiatori siciliani a cambiare vettura per raggiungere l’Italia.
Nel giorno in cui il ministro Alfano viene a blaterare di un’opera irrealizzabile come il ponte sullo stretto di Messina, voluto da pochi, temuto da tanti, questa notizia aggiunge l’ennesima prova alla sensazione che a Roma nulla sia cambiato negli ultimi due millenni. La Sicilia è ancora vista come una provincia granaio, come ai tempi dei cesari. Che il grano si sia trasformato in pacchetti di voti è solo un tangibile e triste segno dei tempi.
Viaggiare in treno in Sicilia è già una tragedia. Le città sono collegate da strutture antidiluviane: spesso con binario unico. Ancora più disperata è la situazione dei collegamenti con i paesi dell’interno dell’isola. Finora, il treno più importante per Milano, capitale economica d’Italia e meta di moltissimi emigranti di lusso, è un treno vecchio e sporco chiamato con crudele ironia Freccia del sud. 26 ore da Agrigento a Milano, senza neppure passare per Palermo. 26 ore ed il biglietto costa quasi quanto uno aereo.
Provate a prendere un treno a Milano con una qualsiasi diversa destinazione. Andate in Francia, in Germania, uscite anche dall’Europa. Difficilmente in 26 ore non raggiungereste un altro continente. La distanza è reale ma è maggiore il disprezzo di chi ci governa della quantità dei chilometri.
Se l’amministrazione Lombardo fosse davvero interessata al bene della Sicilia, accantonerebbe il progetto del ponte. Molte altre sono le infrastrutture da realizzare prima di lanciarsi nel volo pindarico di unire l’Italia e la Sicilia. Nell’anno tragico del terremoto in Abruzzo, costruire il ponte a campate più lungo del mondo su una zona sismica sembra una sfida degna della torre di Babele. Se la punizione fosse la stessa, almeno avremmo qualche parola nuova per maledire questa schifosa amministrazione.


Intervista alla mamma di Neda.

30 luglio 2009

Neda-Agha-SoltanQuaranta giorni dopo l’omicidio di Neda Agha Soltan, simbolo della rivolta nell’Iran diviso di questi giorni, sua madre Hajar Rostami Motlagh rilascia una intervista alla BBC in cui parla della sofferenza dei genitori delle vittime del regime di Ali Khamenei e Mahmoud Ahmadinejad. Oggi, intanto, i manifestanti sono tornati in piazza per gridare la propria rabbia e la propria frustrazione. Quella che segue è la mia traduzione dell’intervista della BBC.

Come ha sentito per la prima volta della morte di sua figlia?
Era uscita di casa a metà del pomeriggio. Non potevo accompagnarla ma le ho detto che sarei rimasta in contatto con lei. Sono riuscita a farlo due volte. Le ho chiesto cosa stava succedendo. Lei diceva che le strade erano piene di gente… le ho chiesto di tornare a casa. Le ho detto che ero preoccupata perché era in mezzo alla folla. Lei ha detto, va bene, tornerò presto a casa. Quando l’ho chiamata di nuovo, questa volta mi ha detto che era rimasta bloccata con i suoi amici in una zona dove i militari avevano sparato dei lacrimogeni… Ha detto che gli occhi le pulsavano. Le due ultime persone a parlarle sono state suo zio e sua zia. Poi nella prima serata ho ricevuto una chiamata dal suo insegnante di musica. Ha detto: “Venga all’ospedale, hanno sparato a Neda”. Mi ha detto che le avevano sparato alla gamba. Sono andata all’ospedale. La camicia del signor Panahi, l’insegnante di musica, era coperta di sangue. Io ho detto che volevo conoscere la verità… Sapevo che qualcosa era sbagliata… Non mi stavano dicendo la verità… Continuavano a dire cose diverse su dove aveva ricevuto il colpo. Quindici o venti minuti dopo, ho saputo che mia figlia era morta.

Neda era attiva politicamente, coinvolta in politica?
Era soprattutto giovane e sentiva la passione per la libertà. Non era una attivista politica. Non apparteneva a nessun partito o nessun gruppo. Non appoggiava nessuna fazione. Tutti i giovani iraniani erano là – e lei era una di loro. Era molto speciale. Aveva finito la scuola e poi si era sposata. La filosofia e la teologia erano le sue materie preferite. Era una persona spirituale. Credeva in Dio. Amava la musica. Non si possono criticare i giovani perché escono in strada e si vogliono sentire liberi.

Quando è stata uccisa, quali erano i programmi di Neda? Quali erano le sue speranze per la sua vita?
I giovani hanno sogni. Non posso dire quali fossero i suoi – ma non le è stata data la possibilità di avverare i suoi sogni. Ma c’era un sogno di cui parlava molto apertamente… voleva diventare una madre. Mi chiedeva spesso come si ci sentiva ad essere madre. Com’era? E questa per me è la cosa più dolorosa di tutte. Si era sposata ma non aveva avuto un figlio. Lei aveva vissuto con suo marito ma si erano separati dopo tre anni… e per gli ultimi due anni aveva vissuto con me.

Ho sentito dire che era una musicista dotata?
Amava la musica. Stava anche frequentando classi di canto da due anni. Era anche un’ottima parrucchiera. Era così brava in tutto! Poco prima della sua morte, Neda e suo fratello volevano comprare un pianoforte. Ne avevano trovato uno. La scorsa settimana Mohammad, suo fratello, ha comprato il piano in sua memoria ed adesso l’ha messo nella sua stanza. Lo suona ogni notte per un’ora – per ricordare sua sorella. Lei amava anche viaggiare – era stata a Dubai ed in Turchia. Ed amava Istanbul. Voleva vivere là un giorno.

La morte di Neda l’ha resa più interessata alla politica?
No, non posso dirlo. No, non sono in grado di dirle se la sua morte mi ha trasformato in una attivista politica. Sono ancora sotto shock. Addolorata. Non riesco a pensare ad altro oltre che a lei.

Ma è importante per lei che ci debba essere una inchiesta per la morte di sua figlia?
Sì, perché il signor Ahmadinejad ha ordinato un’inchiesta. Ed è per questo che sto anche cercando di scoprire come Neda sia stata uccisa.

Ha avuto qualche contatto con il candidato dell’opposizione alla presidenza, Mir Husein Moussavi, dalla morte di sua figlia?
No. Non ho avuto nessun contatto con il signo Mousavi. Ma il signor Karroubi – l’altra personalità dell’opposizione – è venuto a casa nostra lunedì notte. E’ stato importante per me che ci abbia fatto visita. Ci è stato vicino e l’ho trovato consolante. La nostra conversazione è stata pubblicata su Etemad, che è il giornale del signor Karroubi. Ha detto che lei era innocente… che è stata una martire. Ed ha detto che il suo assassino deve essere trovato.

E’ stata molto in contatto con le madri degli altri che sono stati uccisi nelle proteste?
Sì. Sono andata a trovare le madri di Sohrab Arabi e Ashkan Sohrab… erano due ragazzi che sono stati uccisi. E dopo tutte e due le madri sono venute anche a casa mia.

Ed è utile avere quell’appoggio, avere questa comunità di madri?
Emozionalmente, siamo tutte distrutte. Cosa possiamo dire l’una all’altra? I nostri amati erano troppo giovani per morire… cosa possono dirsi tre madri nella stessa situazione? Tutto quello che possiamo fare è restare sedute a piangere.

Pensa che qualcuno sarà mai portato davanti a un giudice per la morte di sua figlia?
Non lo so. Non lo so. Non possiamo prevedere il futuro. Giustizia deve essere fatta. Il signor Ahmadinejad ha ordinato una inchiesta ed ora sto aspettando che l’assassino di Neda sia arrestato e portato davanti a un giudice.

Come le piacerebbe che fosse ricordata sua figlia?
Non voglio che la gente la dimentichi. Le persone – gli iraniani – sono state davvero vicine. Vengono a trovarmi e mi fanno i complimenti per avere avuto una figlia così coraggiosa. Ed ora le chiedo di fare una cosa per me. Vorrei che lei, da parte mia, ringraziasse tutti quelli che in tutto il mondo, iraniani e non, gente di ogni paese e cultura, gente che a loro modo, nella loro tradizione, hanno pianto mia figlia… tutti quelli che hanno acceso una candela per lei – ogni musicista, che ha scritto canzoni per lei, chi ha scritto poesie per lei… sa, Neda amava le arti e la musica, voglio ringraziare tutti loro. Voglio ringraziare quei politici e quei leader di tutti i paesi, a tutti i livelli, che hanno ricordato mia figlia. La sua morte è stata così dolorosa – le parole non possono davvero descrivere i miei veri sentimenti. Ma sapere che il mondo ha pianto per lei… questo mi è stato di conforto.
Sono fiera di lei. Il mondo la vede come un simbolo e questo mi rende felice.

jShe left the house mid-afternoon. I couldn’t join her but I said I’d keep in touch with her. I managed to get through to her twice. I asked her what was going on. She said the streets are full of people… I asked her to come back home. I told her I was worried about her being out in the crowd. She said fine, I will head back home soon.
Then I called her again and this time she said she was stuck with her friends in this area where soldiers had fired tear gas…She said her eyes were stinging.
The last two people who spoke to her were her uncle and aunt.
Then early that evening I got a call from her music teacher. He said: “Come to the hospital, Neda has been shot.”
He told me she had been shot in the leg. I went to the hospital. The music teacher, Mr Panahi’s shirt was covered in blood. I said I want to know the truth… I knew something was wrong… they weren’t telling me the truth… They kept saying different things about where she had been shot. Fifteen or 20 minutes later, I learned my daughter was dead.

Storie del 21 luglio.

21 luglio 2009

googlelogo

In your face Paola!
Google mette online un servizio per mettere online le proprie volontà sul fine vita. Qui potete inserire la vostra scelta. Non ha valore legale in Italia ma sicuramente ne avrà uno morale per i vostri familiari. E non tutti seguono la strada del padre coraggio Beppino Englaro.

Borisgiuliano

Ciao Boris!
Oggi è l’anniversario della morte del capo della polizia squadra mobile Boris Giuliano. Qui trovate la sua storia. Un esempio magnifico di amore per la propria professione e di lotta contro la mafia.

Quel piccolo sasso lassù.
Quaranta anni fa Neil Armstrong metteva piede sulla Luna. La Repubblica pubblica le cento cose da sapere sull’allunaggio (da non perdere) e siccome ci sono ancora idioti che pensano che le scene del luglio 1969 siano un film vi consiglio il sito complotti lunari curato dal grande Paolo Attivissimo.

Salvini docet.
Un bambino napoletano costretto a cambiare scuola perché i compagni lo accusano di puzzare. Sconcerto nella maggioranza: il ragazzino è bianco e pare apprezzi Sal Da Vinci.
Matteo Salvini dichiara: non sono i trevigiani ad essere razzisti, è lui che è napoletano.

Interisti in galera.
Un anno fa veniva arrestato Radovan Karadzic, uno dei responsabili del massacro di Srebrenica. Durante la latitanza pare che venisse in Italia a guardare le partite dell’Inter.

Hemingway.
110 anni fa nasceva Ernest Hemingway.  Lo stile asciutto del vecchio Ernest è perfetto per una lettura estiva. Vi consiglio di riscoprire i Quarantanove racconti.