Frattini, Gasparri e la parola vergogna.

12 aprile 2010

Ho vissuto le ultime 36 ore con il fiato sospeso. Da quando ho appreso dell’arresto dei tre operatori di Emergency a Lashkar Gah, il mio cuore si è trasferito tra le aride distese del sud dell’Afghanistan. Il mio punto di vista è parziale, sono costretto ad ammetterlo. In linea di massima non è impossibile che qualcuno all’interno dell’ospedale sia stato coinvolto in operazioni belliche. Ma i sospetti sul personale internazionale sanitario sono intollerabili.

Durante un blitz della polizia afgana, spalleggiata dalle forze dell’ISAF (la forza militare controllata dalla NATO che ha il compito di garantire la sicurezza in Afghanistan) all’interno dell’ospedale di Emergency a Lashkar Gah sono state trovate delle armi. A testimonianza di questo ritrovamento, l’agenzia internazionale Associated Press ha pubblicato un video. In un altro video, questa volta pubblicato da Emergency, è stata confermata la presenza di forze ISAF dapprima negata dal governo afgano. In seguito al blitz sono stati arrestati tre cittadini italiani, in un primo momento con l’accusa di aver complottato per l’omicidio del governatore della regione di Helmand.

La reazione del governo italiano è stata scioccante. Il ministro degli esteri Franco Frattini si è affrettato ad abbandonare l’associazione ONG italiana ed i tre cittadini arrestati al proprio destino. Nella serata di ieri, quando assurde notizie a proposito di una confessione da parte dei tre fermati si sono diffuse nella stampa internazionale per poi essere prontamente smentite, Frattini ha dichiarato che la partecipazione di cittadini italiani all’organizzazione di atti terroristici è una vergogna per l’Italia. Emergency, paragonata a una associazione terroristica non sembra godere dei normali diritti che il diritto internazionale conferisce al personale umanitario. E’ anche circolata la notizia che l’associazione di Gino Strada non avrebbe permessi necessari per esercitare in Afghanistan. La notizia è falsa.

Ma se non fossero state sufficienti le parole di Frattini, un altro grande intellettuale compagno di partito del ministro, ha sentito la necessità di esprimere il suo pensiero. Maurizio Gasparri ha infatti dichiarato che Emergency è un danno per l’Italia. Ma da dove nasce questo odio? Come si spiega questa ostilità?
La fede politica di Strada non c’entra, di questo sono quasi sicuro.

Per capire meglio le ragioni di questo atteggiamento bisogna tornare al 2001. Dopo l’inizio dell’operazione Enduring Freedom, creata dagli Stati Uniti con lo scopo di deporre il regime dittatoriale talebano e arrestare lo sceicco del terrore Osama Bin Laden ospite del governo di Kabul, l’Italia si affrettò a garantire il proprio appoggio alle operazioni militari in Afghanistan. Il contingente militare italiano fu inserito nelle forze ISAF. Anche allora era al governo Silvio Berlusconi, Gasparri era ministro e qualche mese dopo lo sarebbe diventato anche il fedele Frattini.

Emergency era in Afghanistan dal 1999. Perché?
La guerra civile in Afghanistan non è iniziata nel 2001. Il paese è costantemente in guerra dal 1979 ed anche prima dell’intervento americano ogni mese si contavano decine di morti frutto di combattimenti e mine anti-uomo. Emergency aveva deciso di aprire due ospedali (che sarebbero poi diventati tre) nel paese asiatico, come sostegno alla popolazione civile afgana. Il primo fu aperto nella valle del Panshir, governata allora dai mujaheddin di Massoud, eroe delle resistenza antisovietica e fiero avversario del regime talebano di Kabul. Dopo lunghe trattative con i talebani, Emergency è anche riuscita ad aprire un ospedale nella capitale afgana. In quotidiano contrasto con le autorità locali, negli ospedali era impossibile introdurre armi (regola imprescindibile degli ospedali di Emergency), i feriti venivano curati a seconda della gravità delle loro ferite e le donne non erano costrette a portare il famigerato burqa, già anni prima della campagna retorica portata avanti dalle forze di occupazione americane.

Quando l’intervento italiano in Afghanistan fu deciso, il governo Berlusconi fu felice di apprendere che esistevano nel paese asiatico delle strutture italiane capaci di curare gli eventuali soldati feriti. Per questo motivo furono offerti tre milioni di euro all’associazione guidata da Gino Strada e Teresa Sarti, come contributo per l’adeguamento dell’ospedale alle esigenze belliche, con l’ulteriore richiesta di favorire i militari nel triage.
Il rifiuto di Emergency fu netto. Gino Strada dichiarò allora che era assurdo ricevere tre milioni di euro per la pace da parte di chi ne spendeva trecento per la guerra. Il caso diventò materia di discussione politica ma si rivelò anche una scelta economica azzeccata da parte dell’onlus: il flusso di donazioni dopo la decisione aumentò decisamente, permettendo ad Emergency di lavorare al meglio delle sue possibilità senza il contributo governativo.

La mia impressione è che il governo italiano non abbia dimenticato quello smacco.
Penso anche che la parola vergogna sia un’arma a doppio taglio. Se ci si deve vergognare di aiutare migliaia di persone in un paese straziato dalla guerra mi chiedo quanto ci si debba vergognare a usare delle ore di angoscia per la sorte di tre connazionali come strumento politico di miserabile vendetta.


Medici scomodi.

11 aprile 2010

Ho conosciuto Marco Garatti nel 2004.

Dopo un breve giro di telefonate con Milano, durante le quali spiegammo l’emergenza sanitaria che si stava verificando a Palermo nei giorni in cui stava nascendo l’esperienza del laboratorio Zeta, Marco fu inviato in Sicilia e mise a disposizione tutta la sua enorme esperienza di medico di guerra e la sua sensibilità umana. Io facevo parte del gruppo dei volontari di Emergency da più di due anni, un periodo durante il quale avevo imparato ad amare la folle impresa di questi medici, uomini capaci di sfidare la morte per aiutare il prossimo. Mi sembrava l’ideale eroico per eccellenza: uomini che vanno dove regna la violenza per portare speranza, cure e rispetto. Marco fu straordinario, e tutti noi ci accorgemmo di avere a che fare con uomo giusto.
Anche oggi che la mia esperienza di volontario per Emergency è finita sono convinto che quel simbolo, quella E dentro al cerchio, significhi ancora pace. Emergency è in Afghanistan dal 1999. Ha lavorato nella valle del Panshir, a Kabul e a Lashkar Gah, portando solo cure, aiuto, soccorso alla popolazione civile.

In questi giorni terribili, che seguono un anno molto triste per Emergency, segnato dalla morte di Teresa Sarti, il governo afgano e l’esercito che lo tiene al potere ha deciso di vendicarsi dell’associazione. Gli arresti dei tre uomini italiani a Lashkar Gah (oltre a Marco ci sono anche un altro medico, Matteo Dell’Aira ed il tecnico Matteo Pagani) sono una chiarissima ritorsione per quanto avvenuto un paio di anni fa, nei giorni del drammatico rapimento di Daniele Mastrogiacomo. La maggiore capacità di un uomo di pace come Gino Strada nel muoversi tra l’umanità martoriata dell’Afghanistan aveva permesso allora una liberazione indolore per il giornalista italiano. L’orribile morte dell’interprete di Mastrogiacomo non fu purtroppo evitata, ma bisogna sempre ricordare che le trattative vennero portate avanti avendo come controparte un gruppo di feroci terroristi, non disposti a perdonare un afgano che cercava solo di sbarcare il lunario aiutando gli stranieri.

Non è strano che ciò che non può riuscire a un esercito, riesca a pochi uomini di pace. Ma non è neppure un caso che da quel momento in poi, Emergency sia diventata una realtà scomoda per il governo afgano. Strutture sanitarie non controllate da apparati di governo di nessun tipo e dedite soltanto alla cura dei feriti e degli ammalati, sono una bestemmia in un paese in guerra che nei privilegi accordati a chi combatte dalla “parte giusta” vede la prassi quotidiana. In questo contesto, maturò allora l’arresto di Rahmatullah Hanefi, il mediatore di Emergency che aveva permesso la liberazione di Mastrogiacomo. Solo dopo alcune settimane Hanefi fu liberato, naturalmente libero da ogni accusa.

Ciò che rende straordinaria l’esperienza di Emergency è l’idea che la pace si ottenga praticando ogni giorno piccole o grandi azioni di pace. Curare un bambino o permettere a una donna ferita di tornare a camminare sono atti rivoluzionari in territori segnati dal dolore e dalla guerra. Quanti talebani sono stati convertiti alla pace dalle bombe e quanti potevano esserlo dalle cure e dall’istruzione?

Le accuse per le quali sono stati arrestati Garatti, Dell’Aira e Pagani sono talmente ridicole che non vale neppure la pena di ripeterle. Le trovate qui, io non voglio neppure pensare che siano credibili per chiunque. Basti pensare all’accusa di conservare armi: una delle prime regole di un ospedale di Emergency è che le armi restano fuori, non importa neppure se possono essere usate come mezzo per difendersi.
Le dichiarazioni del ministro Frattini, d’altra parte, sono state veramente irresponsabili. Sottolineare come Emergency non faccia parte della missione di pace italiana, lavandosi di fatto le mani della sorte degli arrestati, dimostra la minuscola portata umana del governo italiano e la sua incapacità di vedere il sopruso anche quando riguarda cittadini italiani.

Pare che se dovessero essere confermate le accuse, i tre uomini di Emergency rischierebbero la vita.
Un medico che lavora in un paese di guerra sa che la morte può trovarlo in qualsiasi momento. Fa parte dei rischi, le bombe non sono mai davvero intelligenti. Ma ci si augurerebbe che almeno chi dice di combattere una battaglia contro il terrorismo non contrasti l’attività di un ospedale dedicato alla popolazione civile arrestando degli uomini innocenti.

I tre italiani arrestati a Lashkar Gah devono essere liberati. Il governo afgano ha tutti i diritti di proteggere i suoi membri dagli atti di terrorismo ma sta compiendo oggi un drammatico errore.


Il processo farsa ai sette Baha’i.

15 gennaio 2010

Ci sono storie sconosciute che però servono a capire la realtà di una nazione. Quella che sto per raccontavi è una di queste.

Nella primavera del 2008 sono state arrestate sette persone in Iran. Si trattava dei membri dell’Assemblea Nazionale Spirituale Baha’i, in pratica sette leader religiosi. Nel paese della Rivoluzione Islamica, però, appartenere a una religione diversa dall’Islam è di per sé una colpa.

I sette sono stati detenuti per più di un anno senza conoscere le accuse che li avevano condotti a soffrire nella tremenda prigione di Evin a Teheran. Non hanno avuto nemmeno la possibilità di parlare con l’esterno o con i loro avvocati. Il premio nobel Shirin Ebadi, voce più celebre del movimento di protesta iraniano all’estero, ha deciso di difenderli in aula ma non le è stato permesso di incontrarli.

Il processo, iniziato il 12 gennaio, vede i sette imputati di qualsiasi nefandezza, dall’organizzazione delle manifestazioni di protesta dello scorso luglio allo spionaggio per Israele, nemico numero 1 del regime. La repressione della protesta ha condotto alla morte, tra le altre, di Neda Agha Soltan e all’arresto di numerosi manifestanti e esponenti politici dell’opposizione. Il regime degli ayatollah, rappresentato dal fantoccio Ahmadinejad, è stato vicino al collasso ma anche oggi non è saldo ed ha quindi bisogno di un capro espiatorio per indirizzare verso un bersaglio l’ira della popolazione causata dalla crisi economica e dalle violenze estive.

Ma chi sono i Baha’i? La fede Baha’i è una delle religioni più moderne del mondo. I fedeli sono monoteisti e diffondono gli insegnamenti del nobile persiano Baha’u’llah, considerato l’ultimo dei  profeti mandati da Dio sulla terra in una serie di grandi uomini che comprende Buddha, Zoroastro, Cristo e Maometto. Questa affermazione è una bestemmia per i fondamentalisti che governano l’Iran.

Per questo motivo dal 1979 le persecuzioni contro i Baha’i si sono intensificate con centinaia di esecuzioni ed arresti, con il divieto di assumere pubblici uffici o di raggiungere un’istruzione elevata. I Baha’i, cui è vietato da principi religiosi il perseguimento di una carriera politica, predicano anche l’uguaglianza tra uomo e donna, la parità di fede e religione, la parità e la fratellanza di tutti gli esseri umani, l’irrilevanza dei confini e la non violenza.

Il processo ai Sette li vede accusati anche di aver costruito un arsenale di armi da fuoco. Questa accusa è totalmente assurda dato il principio di non violenza al quale i fedeli Baha’i sono imperativamente tenuti.

Il regime iraniano non permette l’ingresso al tribunale ai mezzi di comunicazione internazionale: le televisioni controllate dallo stato sono invece in prima fila per raccontare con le immagini la propaganda menzognera del regime che si appresta a condannare a morte i Sette.

La comunità internazionale ha espresso grande preoccupazione per il processo ed lo ha apertamente condannato. E’ prevedibile purtroppo che l’esito scontato del processo abbia anche conseguenze poco felici per gli oltre trecentomila Baha’i iraniani che costituiscono la più grande minoranza religione del paese islamico. Chiunque abbia a cuore i diritti umani e la lotta contro le dittature non può che adottare idealmente i Baha’i. La salvezza dei Sette deve essere un obiettivo per permettere la libertà in Iran.


Cecenia, il disonore russo.

27 dicembre 2009

Cosa faceva Anna Politkovskaja in Cecenia? Perché è stata condannata a morte dagli oligarchi russi?
Il giornalista deve produrre reportage, servizi, interviste. E le lacrime che versa nell’una o nell’altra occasione non interessano, in fondo, a nessuno. Descrivi quello che vedi, metti insieme dei fatti e analizzali. Punto e basta“. Ma il racconto dello scandalo ceceno è costato la morte alla giornalista russa: l’esecuzione è avvenuta con dei colpi a bruciapelo esplosi il giorno del compleanno del presidente Vladimir Putin, il 7 ottobre del 2006.

Pochi giornalisti russi possono parlare della Cecenia. Ovviamente sto parlando di quei cronisti che non accettano i comunicati stampa dei militari, che cercano di raccontare la verità. Uno dei motivi più banali è l’assenza di posti dove dormire senza venire uccisi o rapiti a Grozny o nei dintorni. Ma non è possibile raccontare un posto come la Cecenia senza averci passato giorni, settimane, mesi. Allora è necessario avere “amici fedeli”. Di questi amici fedeli e dei loro familiari, dei loro vicini di casa, Politkovskaya racconta le vite che sono state travolte dalla storia, dalle due guerre cecene che insanguinano il Caucaso dal 1991.

La Cecenia è un luogo dove “i militari hanno il diritto di agire senza alcun obbligo legale“: ricordiamo che i ceceni dovrebbero essere cittadini russi a pieno diritto. Anna Politkovskaja raccontava di questo luogo dove l’acqua è un lusso e dove le privazioni per la popolazione cecena sono all’ordine del giorno. Ma non si fermava allo scandalo ceceno: preferiva proiettare le verità scomode del Caucaso sull’intera nazione governata da Vladimir Putin.

Anna Politkovskaja raccontava le storie dei ceceni.  Le raccontava perché sono necessarie e perché nessuno in Russia voleva ascoltarla. I russi accettano ciò che il governo racconta loro: i ceceni sono un gruppo di sovversivi montanari integralisti che sono un pericolo per l’intera nazione. Intono alla guerra in Cecenia la nuova Russia sta costruendo una nuova mitologia fatta di militari eroici, telefilm e passione. Le voci scomode vanno silenziate. Quando la giornalista raccontava la storia delle ragazzine violentate e poi uccise, delle violenze continue contro anziani e donne, delle ispezioni continue compiute dai militari al fine di derubare una popolazione esausta, violava sul nascere la mitologia putiniana della lotta al terrorismo internazionale. I militari fanno quello che vogliono in Cecenia ma gli abusi non si fermano al loro ritorno dal servizio militare: chi si macchia di delitti contro la popolazione civile non viene mai condannato, le indagini vengono ostacolate, i testimoni messi a tacere. Così come è avvenuto per l’omicidio di Anna Politkovskaja.

Putin “è diventato il simbolo della restaurazione di un regime neo-sovietico in Russia“. L’uomo forte del Cremlino non ha mai nascosto il suo passato all’interno del servizio segreto: per molti russi la sua affermazione politica è stata il simbolo di un ritorno al passato, un periodo nel quale la Russia era un grande paese dopo il fallimento della politica di Eltsin.

La Cecenia è la valvola di sfogo perfetta dove smistare la rabbia e l’insoddisfazione dei russi. “La Russia è diventato un paese profondamente razzista che approva tutto ciò che il capo supremo delle forze armate permette ai suoi militari di fare in Cecenia“. Il ceceno è diverso, cattivo, illegale. Non ha diritti. Questo meccanismo non è inedito: è stato usato da tutte le autarchie quando volevano liberarsi di un nemico interno a scopo propagandistico. Così agirono i Giovani Turchi contro gli armeni e i nazisti contro gli ebrei. La dignità umana è calpestata continuamente ed il rischio è sempre quello “che la morte ti sorprenda con i denti sporchi“. Il metodo usato è quello della disumanizzazione. Se il nemico non appartiene all’umanità, qualsiasi azione contro di esso è giustificata.
Non conosciamo niente di simile oggi in Italia. Forse, si può pensare al modo in cui la maggioranza degli italiani guarda agli zingari. Diffidenza, odio del diverso, persecuzione. Sono tappe di un percorso non ovvio ma sempre possibile. I ceceni sono musulmani: questo ha permesso al governo russo di inserire questo genocidio lento nella lotta internazionale contro il terrorismo dopo l’11 settembre 2001.

I ceceni, infatti, sono musulmani. Soltanto dopo l’invasione russa però, in un tragico domino che somiglia a quello iracheno, guerriglieri wahabiti sono entrati nel Caucaso partecipando alla lotta contro l’invasore russo. I giovani ceceni non hanno conosciuto nient’altro che guerra. Ma questa condizione non è diversa da quella dei loro genitori e antenati. Per saperne di più su questo popolo testardo e sventurato vi consiglio di leggere questo articolo di Adriano Sofri. Non è necessario dipingere i ceceni come santi: non lo sono. Molte ragazze violentate vengono poi uccise dalla famiglia, la maggior parte dei ragazzi è praticamente analfabeta a causa dei decenni di guerre. Ma le responsabilità del regime russo di fronte a questo genocidio lento non sono per questo minori.

Cecenia, il disonore russo è un libro indispensabile. La sua autrice è stata uccisa per aver detto la verità.
Nella Russia di Putin è un delitto punito con la pena di morte.


Ai liberi basta la Terra.

4 dicembre 2009

Hanno destato molto scalpore questa settimana le parole del cardinale Javier Lozano Barragan, presidente emerito del Pontificio Consiglio della Pastorale per gli Operatori Sanitari.

Il vescovo messicano ha dettotrans e omosessuali non entreranno mai nel Regno dei Cieli” sollecitato da un giornalista che gli chiedeva cosa pensasse dell’omosessualità. Sembra che alcuni membri del clero siano rimasti ancora al medioevo, un’era nella quale la minaccia dell’esclusione dalla vita eterna veniva presa molto sul serio. Per questo motivo poteva essere usata come un maglio contro chi si opponeva ai voleri della chiesa cattolica.

Ogni tanto cerco di immaginare il paradiso come lo vede la gente come Barragan. Sono certo che secondo lui appena raggiungerà le nuvole verrà ricompensato per la sua vita e potrà sedere fieramente alla destra del padre. Mi immagino un paradiso gerarchico, un oltre mondo nel quale tutte le ingiustizie di questo vengono riproposte senza la possibilità del cambiamento. Una felicità per pochi ed immutabile.

Io a quella festa non vorrei partecipare. Mio nonno, che non era sicuramente un rivoluzionario, diceva che l’inferno non esiste. L’inferno, secondo lui, era la distanza da Dio: il paradiso non è chiuso per nessuno.

Fabrizio De Andre’, nella sua preghiera per l’amico suicida Luigi Tenco ricordava a tutti che l’inferno esiste solo per chi ne ha paura.

Quanto sarebbe bello se la chiesa aprisse le braccia invece di voltare le spalle. Penso ai milioni di cattolici omosessuali o divorziati, alle coppie che usano il preservativo e alle donne che sono costrette a prendere la difficile decisione di abortire. L’alternativa potrebbe essere quella di lasciare che ognuno viva come vuole ma è evidente che il clero non ha nessuna intenzione di rinunciare al potere secolare che deriva da millenni di ipocrisia e violenze.

Mi piacerebbe dire agli amici che si considerano liberi che il Regno dei Cieli, così come lo immaginano loro, a noi non serve. A noi basta la terra.

Anche perché saremmo imbarazzati di trovare là alcune persone…


AIDS: il vero rimedio è la prevenzione.

1 dicembre 2009

La sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS) è entrata di prepotenza nelle nostre vite da quasi trenta anni. Tutti la conoscono, tutti la temono, tutti sognano che la cura venga trovata al più presto. E’ vero che la terapia medica ha molto alleviato le sofferenze di coloro che sono affetti dal virus trasformando una malattia sempre mortale in un disturbo cronico con il quale si può convivere. Ma la vita per chi è sieropositivo è un inferno.

La sieropositività è un marchio. Un segno indelebile che causa l‘ostracismo dalla società.

Questa repulsione è originata da un sentimento misto di paura e ignoranza che non dobbiamo avere paura di chiamare col suo nome: superstizione. Il sieropositivo è considerato un untore.

Ci si può chiedere come si sia arrivati a questo punto. La ragione è soprattutto storica: i primi casi di HIV e di AIDS conclamato sono stati scoperti su persone omosessuali. Per anni si è creduto che l’AIDS fosse la malattia tipica della comunità gay e questa credenza ha legato il marchio della sieropositività al giudizio moralistico che la società riserva alla promiscuità sessuale. Un pregiudizio particolarmente diffuso ancora oggi, alimentato da mezzi di comunicazione complici nel rilanciare sempre gli stessi luoghi comuni, ha condotto l’opinione pubblica a ritenere più volubili le relazioni omosessuali. Questo insieme di paure e stereotipi  ha contribuito a riportare indietro di qualche anno i risultati raggiunti durante gli anni settanta dagli attivisti gay in tutto il mondo. In quei paesi come l’Italia che sono pervasi dalla cultura cattolica ed in qualche modo dal culto della colpa e del misticismo, l’AIDS è diventato il simbolo della collera di Dio nei confronti degli omosessuali.

Oltre ai gay l’altra categoria che cominciò a essere messa all’indice negli anni ottanta fu quella degli eroinomani. Ancora una volta un comportamento giudicato immorale trovava una punizione divina. La pratica di condividere le siringhe per le iniezioni si rivelò micidiale per la diffusione dell’infezione. A qualcuno, mi fa paura anche solo dirlo, l’AIDS sembrò una manna dal cielo.

Oggi la cecità di un atteggiamento di questo tipo è davanti agli occhi di tutti. A causa dello stigma contro i malati di AIDS, in molti si rifiutano di sostenere il test HIV contribuendo in modo determinante alla diffusione della malattia. L’aver legato alla morale la diffusione del male, inoltre, ha permesso di mantenere un atteggiamento spregiudicato nelle relazioni eterosessuali, spinto dal “non può succedere a me”.

L’ignoranza è stata anche la causa della spaventosa diffusione del male in Africa. Oltre alla scarsa conoscenza delle misure profilattiche sono state due le ragioni dell’esplosione epidemica dell’AIDS: l’influenza della chiesa e il negazionismo. La prima in una crociata che difende i non nati a scapito di coloro che sono già vivi e soffrono, ha sempre rifiutato di vedere il profilattico come l’arma fondamentale per la prevenzione, raccomandando ai malati una castità che spesso neppure i membri del clero sono capaci di mettere in pratica. Il negazionismo è invece stata una corrente di pensiero che rifiutava di affermare una connessione tra il virus HIV e l’AIDS: anche a causa di politiche basate sul negazionismo il 20% della popolazione del Sudafrica è oggi sieropositiva. Nel 2000, un gruppo di cinquemila medici firmò la Dichiarazione di Durban, che afferma che il legame causale tra HIV e AIDS è chiaramente definito, esaustivo ed univoco.

E’ importante sottolineare anche l’ostruzionismo che le principali compagnie farmaceutiche hanno messo in atto contro i paesi africani che si erano dimostrati in grado di produrre il principio attivo capace di cronicizzare la malattia per puro interesse economico. Medici Senza Frontiere ha pubblicato in ottobre un appello per richiedere ufficialmente alle industrie del farmaco di mettere a disposizione i brevetti dei nuovi farmaci. Per aderire all’appello si può andare qui.

Oggi 33 milioni di persone in tutto il mondo sono affette dalla malattia e l’AIDS ha causato più di due milioni di morti dal 1980, data nella quale il virus è stato isolato per la prima volta. Più di tre quarti dei malati vive in Africa.
Se tutti i sieropositivi usassero il condom l’AIDS potrebbe essere sconfitto in una generazione.


Silvio l’Africano.

1 settembre 2009

Libia Italia Berlusconi Gheddafi

Se c’è una cosa di cui non può essere rimproverato Berlusconi è di disinteresse verso l’Africa.
Il premier non è sicuramente particolarmente interessato ai problemi della povertà e della guerra nel continente nero, come hanno di recente sottolineato Bob Geldof e Bono Vox denunciando il mancato rispetto delle promesse fatte negli scorsi anni dall’Italia. Ma se si presenta l’occasione del business, ecco che Berlusconi diventa il nuovo Nasser, sostenitore del panarabismo, della Libia e del Maghreb. Oggi per la prima volta nella storia d’Italia, un presidente del Consiglio parteciperà alle celebrazioni per l’anniversario del colpo di stato compiuto dal colonnello Gheddafi nel 1969. Quaranta anni fa il Colonnello rovesciava il re Idris, eroe della resistenza anticoloniale. L’anziano re, che aveva abdicato da pochi giorni in favore del figlio, era considerato troppo debole dal nazionalismo panarabo, troppo vicino alle potenze occidentali (al cui fianco aveva combattuto durante la seconda guerra mondiale) e soprattutto troppo poco determinato contro Israele, nemico giurato dei nasseriani. La nuova Libia di Gheddafi si dimostrò invece ben più spietata. Gli ebrei fuggirono in Italia, mettendo fine ad una comunità secolare nel continente africano ma una sorta peggiore toccò agli italiani libici. Essi vennero cacciati, perseguitati, furono sottoposti a violenza ed i loro possedimenti vennero espropriati. Non voglio entrare nel merito del colonialismo che considero sempre sbagliato ma l’inimicizia nei confronti del nostro paese da parte della nuova leadership libica non poteva essere espressa in modo più esplicito.
Oggi invece Berlusconi va a Tripoli, accompagnato dalle Frecce Tricolori. Il premier sarà nella capitale libica testimoniando il suo progressivo allontanamento dalla politica estera della Comunità Europea. Sarkozy, invitato, ha cortesemente declinato. Addirittura Medvedev ha rifiutato di essere presente e parliamo di un uomo che fu tra i primi a congratularsi con Ahmadinejad dopo le elezioni dello scorso giugno in Iran. Una sola importante adesione è arrivata da un continente diverso da quello africano: Chavez, dittatore democratico del Venezuela sarà presente. Spero proprio che sia scattata una foto dei tre leader abbracciati: un feroce dittatore, finanziatore del terrorismo come Gheddafi;  il simbolo dell’antiamericanismo Hugo Chavez, che giorno dopo giorno annienta le libertà civili del suo paese; infine, Silvio Berlusconi, sua emittenza, l’uomo che non perde mai occasione per umiliare la dignità italiana.
Gheddafi nel frattempo attacca ancora Israele dimostrando di aver cambiato ben poco delle sue idee in politica estera. In risposta gli israeliani chiamano il dittatore libico “pagliaccio”, chiedendosi chi ancora lo tenga in considerazione. Beh, purtroppo la risposta è anche troppo evidente.
Ma come si concilia questa amicizia e questo trasporto a favore del Maghreb con le politiche razziste e inumane dei respingimenti in mare? Come spiegare l’accordo vergognoso con la Libia di Gheddafi, pronta a diventare discarica di clandestini ma mai autorizzato dal Parlamento Italiano? Semplice, basta mentire ed il premier è un professionista. Un esperto nel cambiare la propria opinione a seconda dell’interlocutore con il quale ha a che fare.
Il blogger Daniele Sensi ha il merito di avere tradotto e reso disponibile per il pubblico italiano una recente intervista concessa da Berlusconi ad una televisione tunisina di cui il presidente del consiglio possiede una fetta importante. Nessma TV si propone di fare al Maghreb quello che Mediaset ha fatto all’Italia. Come se in Africa non avessero già i loro problemi.

In sintesi, Berlusconi si è vantato di fronte a milioni di telespettatori africani di essere un grande statista, di amare profondamente l’Africa e aver tenuto conto di questo amore e di questo trasporto per le politiche del suo governo. “La politica del mio governo è dare casa, lavoro, istruzione e assistenza sanitaria ai migranti“. Chissà cosa ne pensa la Lega di questo programma. Secondo me è d’accordo, perché tanto si sa, Berlusconi non mantiene mai ciò che promette e comunque le poltrone dei leghisti a Roma Ladrona ormai non le tocca più nessuno. Con buona pace degli elettori. E della verità.