Pandemie e zoonosi, un legame importante.

Chi legge questo blog sa che qualche mese fa mi sono occupato della pandemia influenzale conosciuta come influenza suina. Dopo qualche settimana di titoli sui giornali, la malattia sembra essere passata in secondo piano.

Si sono diffuse in questi mesi molte notizie. Qualcuno sospetta che nell’allarme lanciato dall’OMS, che ha dichiarato i pericoli legati alla diffusione del virus H1-N1, ci siano dei calcoli legati al potenziale guadagno che ne deriva dalla vendita di medicine antivirali e vaccini. Chi scrive pensa quasi tutto il male possibile dell’industria farmaceutica anche se è costretto ad utilizzarne i prodotti e si è anche vaccinato contro l’influenza A a causa della sua condizione di asmatico. Sono stato però criticato da alcuni lettori perché mi sarei prestato a pubblicizzare un business delle industrie diffondendo la paranoia e la paura. Spero che non sia così: io volevo soltanto invitare le persone ad informarsi di più e a valutare i rischi di sottostimare i pericoli della pandemia.

Mi è capitato di recente di leggere un saggio davvero splendido di un alfiere della dieta vegetariana, il grande romanziere Jonathan Safran Foer, classe 1977. Nel suo Eating Animals, in un capitolo davvero interessante a proposito delle zoonosi, ovvero le malattie che si spostano agevolmente dagli animali all’uomo e viceversa, Foer spiega perché l’esplosione di una pandemia zoonotica sia davvero una minaccia terribile per l’umanità e per quale motivo ci dovrebbe seriamente interessare in che modo vengono trattati gli animali che mangiamo.

La traduzione che segue di una parte di un capitolo del romanzo non è tutelata da nessun diritto. Il libro non è ancora stato tradotto in italiano ma immagino che sarà presto disponibile. Fin da subito dichiaro che rimuoverò il contenuto di questo post qualora me ne fosse fatta richiesta. Spero che la casa editrice capirà che dalla diffusione di questo testo l’interesse per il saggio potrebbe crescere. L’articolo è davvero molto lungo ma lo stile di Foer è splendidamente leggero come nel suo capolavoro Ogni cosa è illuminata.

Influenza / Senza Parole.

Lam Hoi-ka.

La missione di Brevig è un piccolo villaggio Inuit nello stretto di Bering. L’unico impiegato governativo a tempo pieno è un “amministratore finanziario”. Niente polizia né vigili del fuoco, nessuna nettezza urbana. Ma, sorprendentemente, c’è un servizio di incontri online. (Si sarebbe potuto pensare che con soli 276 abitanti, tutti avrebbero potuto più o meno sapere chi era disponibile.) Ci sono due donne e due uomini che cercano l’amore, cosa che potrebbe produrre un buon risultato, se non fosse che uno degli uomini – stando all’ultima volta che ho controllato il sito, almeno – non è interessato alle donne. Cutieguyl, un africano nero, che si descrive come “grazioso e alto un metro e sessanta” è la seconda persona che ti potresti aspettare meno di trovare a Brevig. Il premio va tuttavia a Johan Hultin, uno svedese di un metro e ottanta con una chioma di capelli bianchi ed un pizzetto bianco ben rasato. Hultin è arrivato a Brevig il 17 agosto del 1997, dopo aver informato una sola persona di questo viaggio e si è messo subito a scavare. Sotto metri di solido ghiaccio c’erano corpi. Stava portando alla luce una fossa comune.

Nel profondo del permafrost erano conservate le vittime della pandemia influenzale del 1918. L’unica persona con cui Hultin aveva condiviso i suoi piani era un collega scienziato, Jeffery Taubenberger, anche egli in cerca della fonte dell’influenza del 1918.

La ricerca dei morti del 1918 da parte di Hultin era puntuale. Solo pochi mesi prima del suo arrivo alla missione di Brevig, un virus del tipo H5-N1 era apparentemente “saltato addosso” agli esseri umani per la prima volta dai polli di Hong Kong – un evento forse storicamente rilevante.

Lam Hoi-ka, tre anni, fu la prima delle sei vittime uccise da questa versione particolarmente minacciosa del virus H5-N1. Io, e ora anche voi, conosco il suo nome perché quando un virus mortale salta da una specie all’altra, si apre una finestra attraverso la quale una nuova pandemia può entrare nel mondo. Se le autorità sanitarie non avessero agito bene (o se la nostra fortuna fosse stata minore), quella di Lam Hoi-ka avrebbe potuto essere la prima morte di una pandemia globale. Potrebbe ancora essere così. Le preoccupanti conseguenze dell’H1-N5 non sono scomparse dal pianeta anche se hanno lasciato i titoli dei giornali americani. La domanda da farsi è se continuerà a uccidere un numero relativamente basso di persone o se muterà in una versione più mortale. I virus come l’H5-N1 possono essere imprenditori feroci, che innovano costantemente, instancabile nel loro scopo di corruzione del sistema immunitario degli uomini.

Con un potenziale incubo da H5-N1 incombente, Hultin e Taubenberger volevano sapere che cosa aveva causato la pandemia del 1918. E per una buona ragione: la pandemia del 1918 aveva ucciso più persone ed in un periodo più rapido rispetto a qualsiasi altra malattia – o qualsiasi altra cosa in generale – sia prima che dopo.

Influenza.

La pandemia del 1918 viene ricordata come “febbre spagnola” perché la stampa spagnola fu l’unico mezzo di comunicazione occidentale a coprire in modo adeguato le notizie sulla massiccia ecatombe. (Alcuni speculano che ciò successe perché gli spagnoli non erano in guerra e la loro stampa non era così distorta dalla censura del periodo bellico e dalle relative distrazioni.) Nonostante il nome, la febbre spagnola colpì il mondo intero – questo è ciò che la rende una pandemia piuttosto che una semplice epidemia. Non era stata la prima pandemia influenzale, né la più recente (anche il 1957 e il 1968 hanno assistito a pandemie), ma è stata di gran lunga la più mortale. Laddove l’AIDS ha avuto bisogno di quasi ventiquattro anni per uccidere 24 milioni di persone, la febbre spagnola ne ha uccise altrettante in ventiquattro settimane. Alcune recenti revisioni del conto delle vittime suggeriscono un numero più corretto di 50 o anche 100 milioni di morti in tutto il mondo. Le stime suggeriscono che un quarto degli americani, e forse un quarto della popolazione mondiale, cadde ammalata.

Diversamente dalla maggior parte delle altre influenze che minacciano mortalmente solo le persone molto giovani, molto anziane e già malate, la febbre spagnola uccise persone sane nel fiore degli anni. La mortalità fu in realtà maggiore nel gruppo compreso tra i venticinque e i ventinove anni e, nel momento più drammatico dell’influenza, l’aspettativa media di vita per gli americani si era ridotta a trentasette anni. La portata della disgrazia fu così ampia in America – così come ovunque – che mi sembra impossibile non averne saputo di più a scuola, o attraverso diari o storie. Quasi ventimila americani morirono in una settimana durante il picco della febbre spagnola. Scavatrici a vapore furono usate per scavare fosse comuni.

Le autorità sanitarie oggi temono precisamente un evento di questo tipo. Molti dichiarano con insistenza che una pandemia causata dal virus H5-N1 sia inevitabile, e che la vera domanda sia quando colpirà e, ancora più importante, quanto sarà grave.

Anche se il virus H5-N1 dovesse riuscire a evitarci senza un impatto maggiore rispetto alla recente esplosione di influenza suina, nessuna autorità sanitaria oggi predice che le pandemie possano essere completamente prevenute. Il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha detto semplicemente: “Sappiamo che un’altra pandemia è inevitabile… sta arrivando.” L’Istituto di Medicina dell’Accademia Nazionale di Scienza ha aggiunto più recentemente che una pandemia è “non solo inevitabile, ma in ritardo.” La storia recente ha registrato in media una pandemia ogni ventisette anni e mezzo, e ne sono passati più di quaranta dall’ultima. Gli scienziati non possono conoscere con certezza il futuro delle malattie pandemiche, ma possono immaginare e sanno che esiste una minaccia imminente.

Gli ufficiali dell’OMS hanno a disposizione il più grande insieme di dati mai raccolto a proposito di una nuova potenziale pandemia influenzale. Per questo è abbastanza ansiogeno il fatto che questo tipo di istituzione da giacca-cravatta-e-camice-bianco, molto non-c’è-niente-di-cui-preoccuparsi-adesso abbia rilasciato la seguente lista di “cose che hai bisogno di sapere a proposito dell’influenza pandemica” per la sua base, cioè tutti noi:

Il mondo potrebbe essere sull’orlo di una nuova pandemia.

Tutti i paesi sarebbero coinvolti.

La malattia scoppierebbe su larga scala.

Le capacità mediche sarebbero inadeguate.

Ci sarebbero un numero massiccio di morti.

Il tracollo economico e sociale sarebbe importante.

La relativamente conservatrice OMS suggerisce “una stima relativamente conservatrice – da 2 milioni a 7,4 milioni di morti” se l’influenza aviaria dovesse saltare sugli esseri umani e diventare trasmissibile con l’aria (come è successo per l’influenza suina – l’H1-N1). “Questa stima”, spiegano inoltre, “è basata sulla pandemia abbastanza lieve del 1957. Le stime basate su un virus più violento, più vicino a quello visto nel 1918, sono state fatte e sono molto più alte.” Pietosamente l’OMS non include queste stime più alte nella sua lista di “cose che devi sapere”. Spietatamente, non possono però dire che le stime più alte siano meno realistiche.

Hultin alla fine ha scoperto i resti di una donna tra i morti congelati del 1918 e l’ha chiamata Lucy. Ha sezionato i polmoni di Lucy e li ha mandati a Taubenberger, che ha preso campioni di tessuto ed ha trovato prove di qualcosa di davvero notevole. I risultati, pubblicati nel 2005, mostrano che la fonte della pandemia del 1918 fu l’influenza aviaria, la malattia degli uccelli. Ad una importante questione scientifica era stata data risposta.

Altre prove suggeriscono che il virus del 1918 possa essere mutato tra i maiali (che hanno la caratteristica unica di essere suscettibili sia ai virus umani che a quelli aviari) o anche nelle popolazioni umane per un certo periodo di tempo prima di raggiungere il virtuosismo mortale della sua versione finale. Non possiamo esserne sicuri. Ciò di cui possiamo essere sicuri è l’esistenza di un consenso scientifico sul fatto che nuovi virus, che si spostano dagli animali domestici agli umani, saranno una delle maggiori minacce sanitarie del futuro che siamo in grado prevedere. La preoccupazione non riguarda soltanto l’influenza aviaria, quella suina o quella che verrà dopo ma l’intera classe di patogeni “zoonotici” (dagli animali agli uomini e viceversa) – specialmente virus che si spostano tra umani, polli, tacchini e maiali.

Possiamo anche essere sicuri che ogni discorso sull’influenza pandemica oggi non può ignorare il fatto che l’evento patologico più devastante che il mondo abbia conosciuto, ed una delle maggiori minacce sanitarie nei nostri confronti oggi, hanno tutto a che fare con la salute degli animali domestici del mondo, specialmente gli uccelli.

Annunci

One Response to Pandemie e zoonosi, un legame importante.

  1. Vale ha detto:

    Così mi è venuta voglia di leggermelo…. addirittura in inglese 😉

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: