Lettera a un padre (che non è il mio).

Caro direttore Celli, sono felice che lei abbia deciso di condividere con tutti gli italiani l’invito a suo figlio a lasciare l’Italia. Immagino che sia stato particolarmente illuminante per gli iscritti alla LUISS, l’università privata che lei dirige.  Una università che non accoglie tutti i meritevoli ma solo quelli capaci di pagare la retta. Oh, certo, ci sono borse di studio anche per i meno fortunati: peccato che i criteri per ottenerle siano irraggiungibili per chi si deve dividere tra studio e lavoro.

Caro direttore, le faccio molti auguri per suo figlio. Sono sicuro che sia uno studente modello e che abbia lottato molto per cercare di raggiungere i suoi obiettivi. In alcuni casi è difficile per chi ha un padre di successo riuscire ad affermarsi. A suo figlio sarà stata sicuramente fatta pesare la sua biografia: suo padre è stato direttore della RAI ed adesso è un noto dirigente dell’istruzione italiana.

Andrà all’estero adesso suo figlio? Spero che abbia i soldi per mantenersi i primi tempi, lei sicuramente saprà che sono difficili per tutti. All’estero ci sono meno carriere feroci, fatte di meriti inesistenti. Però ci sono ugualmente periodi di avviamento, stage e tirocini pagati poco. Sono sicuro che lei potrà fare uno sforzo per aiutarlo.

Ma chi aiuterà gli altri, signor direttore? Sono sicuro che a lei interessa perché altrimenti non avrebbe affidato la sua lettera a Repubblica ma l’avrebbe messa nelle mani di suo figlio, accompagnandola con una carezza. Invece, invita tutti i meritevoli ad abbandonare questo deserto.

Sa cosa mi fa rabbia, direttore? Mi fa arrabbiare che lei consigli a suo figlio di andare via dopo aver contribuito in prima persona a rendere questo paese quello che è. Forse suo figlio sarà contento, io sarei impallidito a leggere queste parole così ipocrite su un quotidiano nazionale se fossero state scritte da mio padre.

Anche mio padre desidera il meglio per me. Ma mi ha insegnato ad assumere su di me le mie responsabilità come lui ha sempre onorato le sue. Io sento a 28 anni di avere una responsabilità verso l’Italia. Questo paese che a volte non amo ma che rimane sempre il mio, l’unico che ho. Cercherò di restare in Italia e se non dovessi riuscire mi guarderei sicuramente intorno. Se dovessi andare via proverei un dolore sincero.

Caro direttore, spero che suo figlio rimanga e che lavori insieme a noi per migliorare l’Italia.

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12 Responses to Lettera a un padre (che non è il mio).

  1. theloisaida ha detto:

    Anche la tua è una lettera molto bella, con punti di vista MOLTO condivisibili.
    Mi sento davvero meno sola.

  2. MILITELLO ha detto:

    La lettera di Celli a me invece sembra molto bella, nella forma e nella sostanza: accusarlo di ipocrisia è facile, ma dietro l’invito all’eroismo di restare in Italia non vedo argomenti che smontano i punti critici che lui menziona. E poi chi l’ha detto che per fare qualcosa di buono dobbiamo farlo qui?

  3. Sergio Petrona Baviera ha detto:

    Caro Militello, lei ha ragione.
    Ma restare in Italia non è solo eroismo se ci sono le idee.
    Le linko l’intervento di Tito Boeri.
    http://tv.repubblica.it/copertina/boeri-da-celli-parole-sconcertanti/39703?video

  4. Fabio ha detto:

    Caro Sergio, quando ho letto la lettera di Celli, qualcosa stonava, mi infastidiva ma, come ben immaginerai, le scadenze dei nostri “ameni” luoghi non mi avevano lasciato il tempo di digerirla. Tu, con la tua, hai esattamente centrato cosa più mi infastidiva e hai saputo controbattere puntualmente. Specie citando in modo esemplare “La meglio gioventù”.
    Davvero complimenti.

  5. Sergio Petrona Baviera ha detto:

    Ho pensato al film di Giordana subito.
    Rivedendo lo spezzone del film ho capito un’altra cosa. Al posto di Lo Cascio puoi mettere un giovane Celli.
    E vedere che quaranta anni di storia d’Italia sono passati senza miglioramenti.
    Anzi, con la conquista del potere da parte della generazione sessantottina, le cose sono addirittura peggiorate.

  6. Vale ha detto:

    Effettivamente, se non l’avesse scritta lui….
    Infatti io rimango qui. Se andassi all’estero e qualcosa dovesse andar male, non avrei nessun aiuto. Anzi, resto qui per aiutare la mia famiglia.
    Purtroppo però la dura realtà è che ricercatori e scienziati, ma anche “semplici” dottorandi, preferiscono la strada dell’estero per una miglior retribuzione. E ne conosco tanti. Forse perchè alla fine non mi sono laureata e ho trovato un lavoro che è addirittura invidiato,ma che non è niente di speciale.
    Hai ragione Sergio. Spero di poter dare ai miei futuri figli quello che io purtroppo non sono riuscita a ricevere.
    Vale

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