La decadenza della democrazia parlamentare in Italia.

La costituzione attribuisce al parlamento il potere legislativo. Le due camere approvano le leggi attraverso un meccanismo complesso che prevede la necessità di una votazione doppia sullo stesso testo. Questo procedimento risente naturalmente dei numeri: la maggioranza approva generalmente con una certa facilità le leggi che compongono il programma del governo cui risponde.  La maggioranza richiesta per le leggi ordinarie è quella semplice, il cinquanta per cento più uno.
Ogni deputato risponde solo agli elettori. Questo significa che gli ordini di partito non sono mai obbligatori. Purtroppo con la legge Calderoli (chiamata non a caso Porcellum) agli elettori è stata sottratta la scelta diretta dei propri rappresentanti nell’urna elettorale. Questo ha privato la cittadinanza di un mezzo importante per il controllo dell’azione dei propri rappresentanti eletti in parlamento. I candidati vengono scelti direttamente dal partito in cui militano che li candida in circoscrizioni sicure. Tranne in alcuni casi, l’elenco degli eletti è già disponibile prima delle elezioni. Questo nuovo sistema crea un forte rapporto di riconoscenza tra il deputato ed il partito che lo ha fatto eleggere: il rapporto di fiducia con l’elettore è solo secondario. Per questo motivo quando si arriva alla votazione definitiva, superati gli emendamenti, la linea del partito prevale.
Prima ancora di arrivare in parlamento, però, i progetti di legge vengono discussi in riunioni più ridotte all’interno delle commissioni parlamentari.
La prassi di discutere e votare in commissione di fatto diminuisce l’importanza del parlamento anche se le forze politiche sono rappresentate proporzionalmente nelle commissioni rispetto ai numeri del parlamento.
Il nuovo governo Berlusconi, in carica dal 2008, ha continuamente umiliato il parlamento. I modi principali sono due: un ricorso eccezionale ai decreti governativi, previsti teoricamente solo in caso di urgenza ed emergenza, e l’utilizzo costante della “fiducia”. Porre la fiducia su una votazione parlamentare equivale a dire che se la maggioranza dovesse risultare battuta nella votazione parlamentare, il governo si dimetterebbe. Le dimissioni del governo aprono una crisi politica che i parlamentari hanno ogni interesse ad evitare. Per questo motivo un uso continuo dei decreti impedisce la normale discussione parlamentare e l’uso della fiducia cancella le divergenze di opinione all’interno della maggioranza obbligando di fatto all’unità di voto.
Date queste due tendenze è immediatamente evidente il motivo per il quale il governo Berlusconi non viene battuto in aula. Se non bastasse una larga maggioranza (di cui questo governo comunque gode) la diminuzione delle votazioni e la fiducia fissa sulle questioni che possono mettere in crisi la maggioranza, il ruolo dell’opposizione è ridotto a quello di rumorosa comparsa. Il ricorso al voto segreto sottrae ulteriormente i parlamentari alla loro responsabilità nei confronti degli elettori.
I continui appelli al presidente della repubblica affinché non apponga la sua firma alle leggi controverse sono d’altra parte un po’ eccessivi: il ruolo istituzionale del presidente gli impone di rimanere sempre super partes. Se il presidente dovesse ricorrere a questo potere in modo meno che eccezionale verrebbe messa in discussione la stessa divisione dei poteri causando un conflitto tra il Colle e il parlamento.
Una tale mole di problemi ha degli effetti deleteri sul funzionamento della democrazia parlamentare in Italia. E’ in questo contesto che si affermano delle pratiche sicuramente poco condivisibili quale quella dell’assenteismo parlamentare.
Questa settimana alcuni giornali hanno pubblicato una notizia poco lusinghiera per il Partito Democratico. Cinquantuno deputati non erano presenti alla votazione sulla pregiudiziale di incostituzionalità sullo scudo fiscale, manovra del governo che era stata duramente attaccata dall’opposizione in questi giorni e che costituisce probabilmente un regalo insperato a evasori e malfattori di ogni genere.
Qualcuno si è spinto perfino a dire che tale assenza sia stata volontaria, intenzionale: il PD sarebbe a favore dello scudo fiscale.
L’assenza dei deputati è ingiustificabile. Essi hanno compiuto un grave errore e questo errore sarà sicuramente pagato in termini di voti alle prossime elezioni. Tuttavia mi sento di smontare le tesi dietrologiche.
Intanto perché un avvenimento di questo tipo è legato più al caso che alla programmazione. Se così non fosse, la maggioranza non si sarebbe sicuramente presentata con tante assenze da provocare la possibilità di una sconfitta in aula. Se volessimo interpretare l’assenza di 51 deputati (su 216) come un’azione volontaria del partito dovremmo allo stesso modo pensare che gli assenti del PDL fossero contrari al provvedimento. L’assenza di alcuni nomi eccellenti come quelli di D’Alema, di Bersani e di Franceschini è piuttosto la dimostrazione della casualità di ciò che è successo. Se le assenze fossero state predeterminate è evidente che i nomi degli assenti sarebbero stati scelti con cura per dare meno nell’occhio.
C’è un’altra cosa che i giornalisti sanno e non dicono. Nelle situazioni in cui la maggioranza ha scoperto di non avere i numeri per approvare le leggi, il voto è stato ritardato per permettere l’arrivo dei parlamentari assenti. Ciò potrebbe rendere meno pepata la polemica.
Ma non è possibile comunque giustificare il comportamento dei deputati assenti. Non è questa la mia intenzione. Credo d’altra parte che le gogne mediatiche non servano a molto. Quello che serve è una modifica di alcuni regolamenti parlamentari e della legge elettorale.
Le mie proposte non sono innovative né originali, credo siano solo utili. In breve ecco quello che servirebbe per riportare il parlamento alla sua dignità smarrita:
-Ritorno alle preferenze dirette nell’urna elettorale;
-Divieto del voto segreto;
-Tetto massimo per il ricorso ai voti di fiducia;
-Ritorno allo spirito originario dei decreti governativi.

parlamento-italiano

La costituzione italiana attribuisce al parlamento il potere legislativo. Le due camere approvano le leggi attraverso un meccanismo complesso che prevede la necessità di una votazione doppia sullo stesso testo. Questo procedimento risente naturalmente dei numeri: la maggioranza approva generalmente con una certa facilità le leggi che compongono il programma del governo cui risponde.  La maggioranza richiesta per le leggi ordinarie è quella semplice, il cinquanta per cento più uno.
Ogni deputato risponde solo agli elettori. Questo significa che gli ordini di partito non sono mai obbligatori. Purtroppo con la legge Calderoli (chiamata non a caso Porcellum) agli elettori è stata sottratta la scelta diretta dei propri rappresentanti nell’urna elettorale. Questo ha privato la cittadinanza di un mezzo importante per il controllo dell’azione dei propri rappresentanti eletti in parlamento. I candidati vengono scelti direttamente dal partito in cui militano che li candida in circoscrizioni sicure. Tranne in alcuni casi, l’elenco degli eletti è già disponibile prima delle elezioni. Questo nuovo sistema crea un forte rapporto di riconoscenza tra il deputato ed il partito che lo ha fatto eleggere: il rapporto di fiducia con l’elettore è solo secondario. Per questo motivo quando si arriva alla votazione definitiva, superati gli emendamenti, la linea del partito prevale.
Prima ancora di arrivare in parlamento, però, i progetti di legge vengono discussi in riunioni più ridotte all’interno delle commissioni parlamentari. La prassi di discutere e votare in commissione di fatto diminuisce l’importanza del parlamento anche se le forze politiche sono rappresentate proporzionalmente nelle commissioni rispetto ai numeri del parlamento.
Il nuovo governo Berlusconi, in carica dal 2008, ha continuamente umiliato il parlamento. I modi principali sono due: un ricorso eccezionale ai decreti legge governativi, previsti teoricamente solo in caso di urgenza ed emergenza, e l’utilizzo costante della fiducia. Porre la fiducia su una votazione parlamentare equivale a dire che se la maggioranza dovesse risultare battuta nella votazione parlamentare, il governo si dimetterebbe. Le dimissioni del governo aprono una crisi politica che i parlamentari hanno ogni interesse ad evitare.
L’uso continuo e ingiustificato dei decreti legge da parte del governo impedisce a priori la normale discussione parlamentare e l’uso della fiducia cancella le divergenze di opinione all’interno della maggioranza obbligando di fatto all’unità di voto.
Date queste due tendenze è immediatamente evidente il motivo per il quale il governo Berlusconi non viene battuto in aula. Se non bastasse una larga maggioranza (di cui questo governo comunque gode) la diminuzione delle votazioni e la fiducia fissa sulle questioni che possono mettere in crisi la maggioranza basterebbero a ridurre il ruolo dell’opposizione a quello di rumorosa comparsa. Il ricorso al voto segreto sottrae ulteriormente i parlamentari alla loro responsabilità nei confronti degli elettori.
I continui appelli al presidente della repubblica affinché non apponga la sua firma alle leggi controverse sono d’altra parte un po’ eccessivi: il ruolo istituzionale del presidente gli impone di rimanere sempre super partes. Se il presidente dovesse ricorrere a questo potere in modo meno che eccezionale verrebbe messa in discussione la stessa divisione dei poteri causando un conflitto poco democratico tra il Colle e il parlamento.
Una tale mole di problemi ha degli effetti deleteri sul funzionamento della democrazia parlamentare in Italia. E’ in questo contesto che si affermano delle pratiche sicuramente poco condivisibili quale quella dell‘assenteismo parlamentare.
Questa settimana alcuni giornali hanno pubblicato una notizia poco lusinghiera per il Partito Democratico. Cinquantuno deputati non erano presenti alla votazione sulla pregiudiziale di incostituzionalità sullo scudo fiscale, manovra del governo che era stata duramente attaccata dall’opposizione in questi giorni e che costituisce probabilmente un regalo insperato a evasori e malfattori di ogni genere. Qualcuno si è spinto perfino a dire che tale assenza sia stata volontaria, intenzionale: il PD sarebbe a favore dello scudo fiscale.
L’assenza dei deputati è ingiustificabile. Essi hanno compiuto un grave errore e questo errore sarà sicuramente pagato in termini di voti alle prossime elezioni. Tuttavia mi sento di smontare le tesi dietrologiche. Intanto perché un avvenimento di questo tipo è legato più al caso che alla programmazione. Se così non fosse, la maggioranza non si sarebbe sicuramente presentata con tante assenze da provocare la possibilità di una sconfitta in aula. Se volessimo interpretare l’assenza di 51 deputati (su 216) come un’azione volontaria del partito dovremmo allo stesso modo pensare che gli assenti del PDL fossero contrari al provvedimento. L’assenza di alcuni nomi eccellenti come quelli di D’Alema, di Bersani e di Franceschini è piuttosto la dimostrazione della casualità di ciò che è successo. Se le assenze fossero state predeterminate è evidente che i nomi degli assenti sarebbero stati scelti con cura per dare meno nell’occhio.
C’è un’altra cosa che i giornalisti sanno e non dicono. Nelle situazioni in cui la maggioranza ha scoperto di non avere i numeri per approvare le leggi, il voto è stato ritardato per permettere l’arrivo dei parlamentari assenti. Ciò potrebbe rendere meno pepata la polemica.
Ma non è possibile comunque giustificare il comportamento dei deputati assenti. Non è questa la mia intenzione. Credo d’altra parte che le gogne mediatiche non servano a molto. Quello che serve è una modifica di alcuni regolamenti parlamentari e della legge elettorale.
Le mie proposte non sono innovative né originali, credo siano solo utili. In breve ecco quello che servirebbe per riportare il parlamento alla sua dignità smarrita:

  1. -Ritorno alle preferenze dirette nell’urna elettorale;
  2. -Divieto del voto segreto;
  3. -Tetto massimo per il ricorso ai voti di fiducia;
  4. -Ritorno allo spirito originario dei decreti governativi.

In questo modo sarebbe forse possibile evitare gli scandali quotidiani e migliorare il rapporto del paese con il suo parlamento.

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