Rita Atria, fiore dell’estate.

RitaAnniversario

La fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta hanno visto una rivoluzione culturale in Sicilia. Per la prima volta masse di cittadini si opponevano in modo aperto alla mafia, l’omertà cominciava a cadere e i siciliani iniziavano a chiedere giustizia a grande voce.
Secondo Salvatore Borsellino, fratello dell’eroe Paolo, la morte dei giudici, il loro sacrificio è stata la molla che ha fatto scattare la reazione del popolo agli orrori delle mafie. Lo sguardo chiaro di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ha scavato un solco nell’animo dei loro conterranei e di molti italiani, tutta gente che ormai non vuole più girare la testa.
Proprio la consapevolezza della società civile, ancora di più del fenomeno dai molti toni di grigio del pentitismo, è la grande vittoria dei giudici martiri della mafia. L’impossibilità per ogni siciliano di evitare di schierarsi. La necessità di una posizione chiara sul fenomeno mafioso.
Purtroppo per ottenere questi risultati è stato versato del sangue. Il sangue dei giudici e degli uomini delle loro scorte. Il sangue dei politici onesti come Pio La Torre e degli attivisti più puri come Peppino Impastato. Ma anche il sangue di Rita Atria.
Rita era una ragazzina, quando è morta aveva 17 anni. Paolo Borsellino era il suo secondo padre, quello cui aveva confidato i segreti sporchi della sua famiglia, la violenza, la sopraffazione e gli omicidi. Non era una pentita Rita Atria, perché non aveva proprio niente di cui pentirsi. Nella sua brevissima vita era stata testimone della brutalità di una mafia che le aveva portato via il padre, il fratello e moltissimi amici e parenti. Assieme alla cognata Piera Aiello, Rita Atria decise nel 1992 di raccontare quello che sapeva.
Dopo la sua morte in questo giorno di fine luglio, diciassette anni fa, la madre impazzita distrusse la lapide della sua tomba ripudiandone la memoria. Cosa aveva fatto di così tremendo?
Rita Atria aveva testimoniato lo schifo, la vergogna, l’orrore della mafia. Le sue dichiarazioni avevano aiutato il giudice Borsellino a smantellare parte dell’organizzazione mafiosa della zona di Partanna, facendo luce su omicidi e lotte di potere che coinvolgevano i politici del paese.
Nelle terre di mafia le persone coraggiose che raccontano la verità vengono chiamate infami. Per la sua famiglia, Rita era una traditrice.
Quando andò incontro alla morte, scegliendo il suicidio alla disperazione della solitudine, Rita non sapeva che anche il suo sacrificio sarebbe servito a svegliare le coscienze. Se una ragazzina rinuncia alla vita dopo la morte del giudice che gliel’aveva salvata, la responsabilità ricade tutta su di noi.
Su di noi siciliani che assistiamo spesso troppo in silenzio alle ingiustizie quotidiane ed alla consueta immondizia che chiamano mafia. Su di noi persone oneste che cerchiamo di comportarci sempre rettamente in un mondo disonesto. Dal sangue e dalla carne di Rita Atria deve nascere la testimonianza di una vita giusta, di un esempio di coraggio. Una rivoluzione ancora tutta da combattere.
Dobbiamo essere in grado di continuare la battaglia di Rita. Raccontare la verità rimane un atto di coraggio in Sicilia.

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