Iran, il giorno della battaglia.

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L’ayatollah Ali Khamenei ha tenuto ieri il suo consueto sermone del venerdì. Chi si aspettava delle aperture verso i dimostranti è rimasto deluso.
Improvvisamente a Teheran hanno capito, forse per la prima volta con la mente lucida, che molto sangue sarà versato. I gruppi di esuli iraniani che si erano riuniti nella città europee e nel resto del mondo per ascoltare le parole del leader supremo della rivoluzione islamica si sono abbracciati nello sconforto ed hanno pianto. Hanno capito, con un anticipo tremendo, che la milizia non avrà più pietà dei manifestanti.
Le migliaia di persone che anche oggi si riverseranno per le strade non si fanno probabilmente molte illusioni. Baciano i cari, salutano con uno sguardo malinconico le cose, si congedano con coraggio dagli affetti. La macchina repressiva del regime colpirà con violenza cieca. Non è possibile sapere chi rimarrà per sempre sulla strada.
Con drappi neri i manifestanti onoravano ieri i morti. Hanno marciato in silenzio affollando le moschee e gridando slogan contro il colpo di stato di Ahmadinejad. Lo faranno anche oggi nonostante le minacce di morte e di persecuzione.
Nella notte ci sono stati altri arresti, altre percosse, altre torture, altre ingiustizie. Ma la marea verde non si arresta.
Il mondo oggi li osserva. Il cuore di un Occidente quasi impotente, si stringe nel ricordare Sofia nel 1956, Praga nel 1968 e Pechino nel 1989. Quella parte del mondo musulmano che anela alla democrazia è altrettanto attenta: gli eroi di Teheran, di Mashhad, di Shiraz oggi combattono anche per loro.

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