Iran, 30 anni di storia.

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La coraggiosa ribellione degli oppositori al regime di Ahmadinejad sta emozionando le anime libere di tutto il mondo.
Vedere questa gente che manifesta pacificamente in piazza contro i brogli elettorali ed a favore del cambiamento democratico è uno spettacolo che ispira il mondo“. Queste sono state le parole del presidente americano Barack Obama. Non sappiamo se le elezioni siano state veramente false. Sappiamo per certo che Mir Hossein Mousavi non è un uomo nuovo ma solo il simbolo di un cambiamento. Gli iraniani hanno scelto di non accettare la perpetuazione di un regime infame che vessa le donne e le minoranze sotto il velo di una identità religiosa più imposta che realmente sentita. Nel 1979 un popolo prese in mano il suo destino ma lo affidò alle persone sbagliate. Nella sua storia ci sono gli elementi di un riscatto che potrebbe avvenire presto.
Oggi stesso le strade di Teheran si riempiranno di nuovo di studenti, di donne e di uomini che chiedono giustizia nonostante la repressione di ieri abbia causato sette morti. Se queste persone continueranno a manifestare ed il regime non le schiaccerà, c’è una possibilità di cambiamento reale e vicina.

Il primo aprile del 1979, soltanto trenta anni fa, il popolo iraniano depose lo shah. Reza Pahlavi era un dittatore, alleato di un Occidente che bramava le risorse energetiche dell’Iran e che, nell’ottica della guerra fredda, chiudeva entrambi gli occhi davanti alle violazioni dei diritti umani commesse dal regime. Per un anno, a partire dal gennaio del 1978 il paese fu bloccato dai manifestanti che costrinsero all’esilio lo shah. Il potere supremo fu affidato ad un personaggio che era stato considerato l’artefice della prosecuzione delle proteste: l’ayatollah Ruhollah Khomeini. Nel corso di pochi mesi fu organizzato e votato un referendum che trasformava l’Iran in una repubblica islamica.
Le conseguenze furono enormi a livello domestico e internazionale.
In Iran i seguaci dello shah e gli oppositori del nuovo regime furono costretti a fuggire;  le libertà civili furono concesse agli iraniani che non le avevano mai avute ma il nuovo sistema politico teocratico consegna nelle mani del clero il controllo della società. Il leader supremo (Khomeini fino alla morte, oggi Ali Khamenei) è più potente del presidente, tanto che alcuni osservatori sostengono che il presidente eletto sia in realtà un fantoccio del potere religioso.
Sul piano internazionale la crisi iraniana provocò enormi reazioni. L’Urss, che temeva il coinvolgimento degli altri paesi sciiti della zona, sotto l’influenza sovietica, nella rivoluzione religiosa, decise di invadere l’Afghanistan per dimostrare la sua potenza ed il suo controllo sulla regione. Gli Usa, vedendo le mosse di Mosca come un tentativo di spostare sul Golfo Persico il proprio controllo strategico, sostennero con armi e denaro i ribelli afgani con le conseguenze che tutti noi conosciamo; la nuova teocrazia di Teheran si schierò però in modo forte contro gli Stati Uniti, chiamati il Grande Diavolo: le relazioni diplomatiche tra i due paesi si interruppero quasi immediatamente.
L’Iran dal 1979 è lo stato leader degli sciiti. Nel 1982 l’Iraq di Hussein, con l’appoggio dell’Occidente, attaccò l’Iran khomeinista: seguirono sei anni di guerra spietata che fecero centinaia di migliaia di morti da entrambi i lati senza modificare di fatto i confini dei due stati.
In questi trenta anni difficili, gli iraniani hanno dimostrato di essere molto vicini all’anima della Rivoluzione Islamica. Il relativo benessere e le maggiori libertà godute dai cittadini (rispetto a quelli degli stati vicini) hanno permesso di mettere in secondo piano gli attacchi alla cultura occidentale (famosa la fatwa pronunciata da Khomeini contro Salman Rushdie), alla dignità delle donne e delle minoranze.  Questo aveva permesso ad un regime certamente poco democratico di mantenere relativamente bassa la censura ed il livello della protesta.
Oggi la crisi economica, il cambiamento percepito con l’elezione di Obama e la fine della pazienza degli iraniani nei confronti di Ahmadinejad sembrano essere fattori cardine nella “rivoluzione verde”. Il cambiamento è possibile: gli iraniani non devono essere abbandonati al loro destino.

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