Una verità scomoda sull’indulto.

sbarre1A cosa servono le carceri?
In Italia si usano per nascondere le paure più basse, per umiliare chi ha sbagliato, per togliere ogni possibilità di riscatto a chi nasce in una situazione di disagio.
Le prigioni sono luoghi affollati dove si consuma un’umanità disperata e colpevole. Le stanze non bastano per tutti, l’igiene è precaria ed il cibo disgustoso. Ma se questo è vero per gli istituti carcerari ufficiali, cosa dovremmo dire dei Centri di Identificazione ed Espulsione, definiti dal nostro premier come una specie di lager?
Diceva Fedor Dostoevsky, che aveva assaggiato la durezza della reclusione della Russia zarista, che il grado di cività di una società si può giudicare entrando nelle sue prigioni. Da questo giudizio l’Italia esce giustamente condannata. 
Nel luglio del 2006, la decisione del governo Prodi di promuovere l’indulto divise il paese.
Prodi, dotato di una maggioranza infinitesimale in parlamento, ruppe in quella occasione parte del consenso elettorale che gli aveva permesso di essere eletto. Immediatamente il provvedimento fu accusato di essere un liberi tutti che diminuiva la sicurezza degli italiani. Due anni dopo, con la rinnovata convocazione alle urne, l’indulto fu usato come un maglio contro l’amministrazione uscente, anche da parti politiche che l’avevano votato con entusiasmo visto che esso metteva in libertà alcuni colletti bianchi, uomini condannati per reati amministrativi e ruberie pubbliche.
Per anni abbiamo sentito dire che l’indulto è stato un errore.
 Grillo ne ha fatto argomento principe sul suo blog. La destra l’ha usato per colpire la vecchia maggioranza. Anche il PD, purtroppo, ha dimenticato le ragioni solidali e di pietà che ne avevano ispirato la promulgazione. Questo inseguire la destra sul territorio dell’ignoranza e della paura non è degno di una società democratica.
Ieri, durante una conferenza stampa, il sociologo Giovanni Torrente ha presentato una ricerca che getta una nuova luce sugli effetti dell’indulto. Provo a illustrarla attraverso i dati raccolti in anni di studi sulle statistiche messe a disposizione dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP).
Calo della recidiva: la recidiva, ovvero la tendenza di chi ha commesso un reato a macchiarsi di un altro, è diminuita di quasi il 50%. La recidiva in realtà aumenta con la carcerazione. Si pensi che la maggior parte di coloro che sono stati messi in libertà erano soggetti comunque vicini alla scarcerazione, in molti casi affidati ai servizi sociali. La loro liberazione li ha condotti lontani da un mondo dominato dall’illegalità.
Italiani e stranieri: gli stranieri recidivi sono una minoranza, il 19% a fronte di una media del 27% dell’intera popolazione indultata. Questo dato, per quanto complesso, aiuta a capire l’assurdità di chi vede lo straniero come nemico.
Le “matricole”: per chi aveva commesso soltanto un reato, la recidiva cala al 12%. Praticamente uno su dieci di coloro che sono stati liberati è uscito dal giro criminale.
E’ necessaria una riflessione. Che idea abbiamo delle prigioni? Sono luoghi dove rinchiudere gli indesiderabili o una tappa fondamentale del processo di riabilitazione?
L’articolo 27 della Costituzione Italiana, al terzo comma recita: Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. L’indulto è servito in 7 casi su 10 a mettere in libertà uomini realmente riabilitati. Condannare tutti per gli errori di pochi è contrario ai principi fondamentali del nostro ordinamento ed ai valori più importanti della nostra umanità.

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