Il Borgo sotto assedio.

Una storia palermitana. Non ci sono parole diverse per descrivere quello che sta succedendo in questi giorni nel quartiere popolare di Borgo Vecchio, a due passi dal centro storico. Qui è in corso una vera e propria battaglia fra la polizia e gli abitanti del quartiere dalle quale nessuno è destinato ad uscire particolarmente bene.
L’antefatto è un episodio di normale teppismo verificatosi questa settimana. Due agenti della polizia in motocicletta erano intervenuti per sedare una rissa in via Domenico Scinà. E’ bastato un attimo di distrazione ed il casco di uno degli agenti, rimasto incautamente sulla sella della moto, è scomparso. Si trattava di un casco dotato di interfono, dal valore di circa 400 euro. Sono un bel po’ di soldi in questi periodi di vacche magre per i fondi della polizia nonostante i proclami del governo nazionale sulla sicurezza. Naturalmente, il poliziotto incauto temeva già di essere sottoposto ad azione disciplinare per lo smarrimento dell’equipaggiamento. Ma il peggio doveva ancora venire.
Sono bastati infatti pochi minuti, perché il casco venisse rinvenuto in una insolita posizione. Si trovava a poche centinaia di metri dal luogo del furto, per l’esattezza esso era stato fatto indossare alla statua di padre Pio presente nella piazza del borgo, non prima di essere stato bruciato. L’affronto verso la polizia era chiaro. Il furto non era avvenuto al fine di guadagnare soldi dalla vendita dell’oggetto ma semplicemente come burla o, se si vuole, come intimidazione nei confronti della polizia.
Borgo Vecchio, d’altra parte, è un quartiere dove il confine tra legalità e anarchia è molto lieve. Uno di quei quartieri dove dicono che la polizia non entri quasi mai, forse proprio per evitare scontri. Ma il furto del casco ha cambiato le carte in tavola. Da quel giorno i principali accessi al quartiere sono stati bloccati dalle volanti della polizia. Gli agenti fermano continuamente gli abitanti della zona, controllano le macchine e, di fatto, sono diventati una presenza costante con la quale fare i conti. A quanto pare, gli abitanti del quartiere sono molto infastiditi dallo sviluppo della vicenda, visto che probabilmente lo scopo della polizia non era tanto quello di trovare il colpevole, che naturalmente ha confessato sotto la pressione dei negozianti infastiditi, ma piuttosto quello di dimostrare che la polizia non accetta questo tipo di affronto.
Sulla vicenda mi permetto di esprimere due considerazioni. In primo luogo, è difficile schierarsi da una parte e dall’altra. Se la persecuzione di ogni attività illecita è da considerarsi compito preciso delle forze dell’ordine, c’è da chiedersi per quale motivo questa attenzione sia stata provocata da un evento come quello prima descritto e non da una generica sorveglianza sulle vicende del quartiere.
La seconda considerazione è questa: non è facile, a Palermo, aumentare il rispetto che la popolazione ha della polizia. L’atteggiamento ostile dei palermitani può essere spiegato in molti modi (da una storica diffidenza dell’autorità ad un colpevole godimento dei vantaggi dell’illegalità) ma naturalmente non può essere condiviso. Di certo però questa storia palermitana non aiuterà le forze dell’ordine ad aumentare il proprio consenso.
Utilizzare mezzi da latifondisti assenti e prepotenti è degradante per un corpo dello Stato.

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