Necropoli, Boris Pahor, 1967.

necropoliLo sloveno triestino Boris Pahor è stato una delle vittime del novecento. Fin dalla gioventù straniero in patria, Pahor è stato soggetto alle persecuzioni della minoranza slovena da parte dei nazionalisti italiani a partire dal primo dopoguerra, proseguite con maggiore forza sotto il fascismo.
Durante la seconda guerra mondiale si è unito alla resistenza antinazista, è stato arrestato ed ha vissuto da prigioniero di guerra in quello che lui chiama “l’universo crematorio”, il brutale sistema dei campi di concentramento nazisti. Tra i Vosgi e Dachau, Pahor è riuscito a sopravvivere diventando infermiere nei lager e grazie alla sua conoscenza del tedesco che lo rendeva utile come interprete. Ma a parte la morte, nulla gli è stato risparmiato: dagli stenti al freddo, alla malattia, alla perdita degli amici. La sua sopravvivenza si è anzi caricata del tremendo peso che schiacciò anche Primo Levi, il senso di colpa di chi è sopravvissuto all’ecatombe crematoria.
Pahor in Necropoli, pubblicato in Italia solo in questi ultimi anni a causa forse dei giudizi non proprio lusinghieri sul popolo italiano, persecutore della minoranza slovena, racconta parte della sua storia. In questo romanzo trovano spazio l’orrore dell’uomo travolto dalla storia, la brutalità e l’odio ma anche, in parte, una speranza e cioè che l’uomo possa finalmente imparare dall’esempio di quelle povere ossa avvilite e tornare umano nella sua vera essenza in un rapporto rinnovato con la natura e con la vita.

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One Response to Necropoli, Boris Pahor, 1967.

  1. Rossella ha detto:

    evviva l’italia.

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