La politica di Obama sull’Afghanistan.

obama

 

Fin dal suo insediamento il presidente Obama ha dovuto fronteggiare principalmente le questioni economiche. La crisi internazionale che ha il  suo epicentro proprio negli Stati Uniti era stata anche usata dal candidato democratico per guadagnare dei punti rispetto al suo sfidante. Naturalmente il lavoro per la soluzione dei problemi della finanza internazionale non ha distratto la nuova amministrazione americana dalle sfide della politica estera. La prima iniziativa di grande importanza del nuovo presidente è stata la nomina di Hillary Clinton, sfidante minacciosa durante le primarie democratiche del 2008, a Segretario di stato. La decisione di affidare il delicato incarico della politica estera a stelle e strisce all’ex first lady è stata un segnale di grandissima rilevanza dal punto di vista simbolico. La presidenza Clinton degli anni novanta, infatti, aveva fatto delle relazioni diplomatiche e della partecipazione alle istituizioni internazionali un punto d’onore nonostante qualche scivolone soprattutto in tema ambientale e per il sempre discusso diniego al riconoscimento del Tribunale Penale Internazionale.
Naturalmente, il richiamo a Clinton ha costituito una soluzione di continuità rispetto alla politica di George Bush, profondamente caratterizzata dall’attentato al World Trade Center ma soprattutto macchiata dalla malsana decisione di risolvere con la guerra la difficile situazione irachena. Tutti i maggiori analisti americani concordano nel definire una follia l’impresa irachena per vari motivi ma soprattutto per uno: l’attacco all’Iraq nel marzo 2003 ha avuto l’effetto di distrarre le forze americane ed alleate dal campo di battaglia più importante per la tanto esaltata guerra al terrorismo internazionale: l’Afghanistan.
La decisione di rovesciare il regime di Saddam Hussein prima ancora di avere messo la parola fine al conflitto afgano viene tuttora pagata molto cara dalla macchina dell’esercito Usa.  La missione afgana è intanto macchiata dal fallimento nella cattura del nemico pubblico numero uno, Osama Bin Laden. In secondo luogo, i talebani controllerebbero in questo momento oltre il cinquanta per cento del territorio afgano, dimostrando la difficoltà di tenere un territorio che anche i sovietici furono costretti ad abbandonare umiliati. Ma la questione più attuale in questi giorni è il difficile momento vissuto dal Pakistan un paese che sembra spostarsi sempre di più su posizioni ostili a quelle dell’amministrazione americana e dei suoi alleati. E’ per questo motivo che ogni decisione presa dal team di Obama sull’Afghanistan dovrà tenere conto anche del pericoloso vicino. Non basterà infatti, come dice David Rothkopf in suo post di oggi, credere al Pakistan quando si dichiarerà alleato degli Stati Uniti ma sarà necessario verificare queste parole con i fatti.
Le nuove misure di Obama per l’Afghanistan comprendono la riduzione degli obiettivi americani e l’addestramento di forze di polizia locali al fine di ridurre la presenza di militari stranieri sul territorio del paese. Tramonta in questo modo il sogno dei neoconservatori americani di pacificare l’Afghanistan attraverso l’imposizione di istituzioni che scimmiottino l’occidente e non in modo leggero. Hillary Clinton ha infatti dichiarato che sarà necessario il dialogo con i Talebani moderati, atteggiamento rivoluzionario rispetto a quanto visto negli otto anni della amministrazione Bush.  
Inoltre, come dicevo prima, il piano Obama si rivolgerà anche al Pakistan ed è per questo noto negli Usa come Afpak plan. I pakistani dovranno essere dapprima avvicinati attraverso un piano di aiuti che renda loro chiaro che la fedeltà all’alleato americano sarebbe ben ricompensata. Inoltre, l’amministrazione Obama cercherà l’appoggio dei militari pakistani, che sono al momento la fazione più ostile, tenendo presente il concetto espresso da questa frase: “La maggior parte delle nazioni possiede un esercito; in Pakistan l’esercito possiede la nazione“.

Per saperne di più:
Il discorso Afpak di Barack Obama.

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