Il Pakistan, ostaggio dei terroristi.

Al centro delle cronache per il gravissimo attentato della scorsa settimana ai danni della nazionale di cricket cingalese, il Pakistan sta attraversando uno dei peggiori periodi per la sua credibilità internazionale dalla nascita nel 1947. Stato musulmano, nato per scissione dall’India, ha mantenuto sempre posizioni ostili al grande vicino, aggravate dalla situazione sempre turbolenta in Kashmir, provincia contesa tra le due nazioni orientali.  L’ultimo episodio di questa faida che non sembra avere soluzione era stata la serie di attentati terroristici a Mumbai del novembre 2008, per i quali il governo pakistano aveva molto di recente ammesso responsabilità nazionali e aveva aperto un tavolo di trattativa con l’India riguardo alle indagini sui mandanti degli attacchi.
La posizione geografica del paese musulmano parla da sola: la prossimità coi giganti orientali della Cina e dell’India lo rendeva di grande interesse per gli Stati Uniti ancora prima dell’11 settembre ma oggi i confini con l’Afghanistan sono quelli tenuti sotto maggiore osservazione per una guerra che sembra essere tornata al centro della pubblica attenzione dopo le recenti dichiarazioni del nuovo presidente americano Obama. Il ritorno della popolarità del vicino afgano ha però conseguenze importanti sul futuro del Pakistan. Il vecchio presidente-dittatore Musharraf si è messo da parte dopo le discusse elezioni del 2007 ed il misterioso omicidio di Benazir Bhutto, sfidante del presidente uscente.
Il tema più importante della discussione è anche il contenuto della cosiddetta Dottrina Bush, tentativo di certo brutale e per molti versi errato dell’amministrazione americana uscente di dare una risposta concreta allo spaventoso disintegrarsi di una delle certezze tipiche della convivenza internazionale, ovvero il monopolio della forza nelle mani dello stato nazionale. L’emergere di cellule terroristiche all’interno di alcuni paesi diventava secondo la dottrina Bush, una giustificazione all’uso della forza contro quegli stati che si fossero rivelati incapaci di frenare le attività terroristiche all’interno del proprio territorio. Questo spostamento in avanti delle regole di ingaggio, di fatto prova lampante del nuovo unipolarismo muscolare americano dell’era Bush ha portato ad esiti disastrosi soprattutto in Iraq, dove l’intervento americano ha aiutato le frange terroristiche ad avere nuovi adepti in un territorio prima sottoposto in modo totalitario al polso dell’uomo forte Hussein. Di fatto, gli Usa sono riusciti a trasformare uno stato ostile ma incapace di nuocere realmente agli interessi occidentali nell’area mediorientale in un vespaio di difficile contenimento, serbatoio inesauribile di rancori e di nuove reclute tra i terroristi.
Il Pakistan, paese d’origine della confusa ideologia talebana diffusasi solo in seguito in Afghanistan, sembra non essere in grado di controllare la situazione sul proprio territorio. Quale sarà la strategia di Obama? 

Per saperne di più:
Il Pakistan su Wikipedia.
Gli attentati a Mumbai.
L’attentato contro la nazionale di cricket
Dichiarazioni di Obama sull’Afghanistan.

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