L’amore è contagioso.

20 giugno 2010

Ho dovuto aspettare qualche ora per trovare le parole adatte a descrivere lo spettacolo che la mia città mi ha offerto ieri.

Palermo, questa città così grigia, così sporca, così cattiva nasconde in modo impenetrabile un cuore colorato e differente, quasi invisibile eppure pulsante. Improvvisamente grazie al lavoro instancabile dei volontari, all’organizzazione impeccabile dell’Arcigay palermitana e alla voglia di amore e di colore della cittadinanza palermitana, questo cuore nascosto è esploso davanti agli occhi di tutti.

Non tutti lo sanno, anche tra i miei cittadini, ma la Palermo è un simbolo per il movimento omosessuale italiano. Proprio qui trenta anni fa nasceva la prima organizzazione per i diritti dei gay nel nostro paese in seguito al tragico omicidio suicidio di due uomini a Giarre. Allora, l’emarginazione e la solitudine potevano portare anche a gesti disperati. Oggi qualcosa sembra cambiato anche se la strada per l’eguaglianza dei diritti in Italia sembra ancora lunga e difficile, anche a causa dell’ombra oscura del Vaticano.

Qualche mese fa avevo saputo che Palermo era stata scelta come sede regionale per il Gay Pride. Mai avrei immaginato una risposta come quella di ieri. Diecimila persone hanno affollato le vie del centro, dopo una settimana difficile.
Erano successe due cose, molto sgradevoli. La prima era stata un comunicato di un’associazione di giovani del PDL che stigmatizzava il Pride descrivendolo come “volgare esibizionismo sessuale”. Come sempre dediti con impegno a negare i diritti degli altri nella difesa dei propri privilegi, questi ragazzotti che si fregiano di una parola che sembrano non capire già nel nome del loro partito, avevano tappezzato la città di manifesti che attaccavano il corteo prima ancora di averlo visto.
L’autore di questo blog si permette ora di dare un esempio di “volgare esibizionismo sessuale” come documentato grazie al blogger Daniele Sensi qualche mese fa. Il protagonista è un simpatico vecchietto che dovrebbe essere ben noto ai più.

Tornando a Palermo. Questa settimana eravamo stati costretti a prendere atto anche dell’intolleranza omofoba di alcuni dei nostri concittadini. Il fotografo scelto per scattare i manifesti del Pride, Francesco Paolo Catalano, era stato insultato e rapinato (a sfregio, diciamo a Palermo, cioè per dispetto, data la natura dei beni sottratti) in pieno centro storico. Quando aveva deciso di denunciare l’accaduto si era dovuto anche scontrare con chi considera ancora, nel 2010, la decisione di fare delle fotografie una provocazione.

Si arrivava quindi al sabato. Festa strepitosa, madrina Vladimir Luxuria, partecipazione garantita di associazioni e sigle gay e non. E la popolazione? E Palermo?

Palermo c’era. Palermo ha risposto. Palermo ha fatto vedere che può essere diversa.
Io oggi posso dire con orgoglio che la mia città è una città europea o almeno vorrebbe esserlo.
Posso dire che i miei concittadini hanno un grande cuore e che in buona parte sono migliori dell’immagine che abbiamo di loro.
Il corteo si ingrossava strada dopo strada, persona dopo persona. Qualcuno, restando in disparte, si chiedeva con preoccupazione se davvero c’erano così tanti gay a Palermo. Noi siamo felici di avere creato questi dubbi.

Il popolo LGBT(E) ieri ha marciato a Palermo e per un pomeriggio si è conquistato la città.
Chi c’era non potrà mai dimenticarlo.


Frattini, Gasparri e la parola vergogna.

12 aprile 2010

Ho vissuto le ultime 36 ore con il fiato sospeso. Da quando ho appreso dell’arresto dei tre operatori di Emergency a Lashkar Gah, il mio cuore si è trasferito tra le aride distese del sud dell’Afghanistan. Il mio punto di vista è parziale, sono costretto ad ammetterlo. In linea di massima non è impossibile che qualcuno all’interno dell’ospedale sia stato coinvolto in operazioni belliche. Ma i sospetti sul personale internazionale sanitario sono intollerabili.

Durante un blitz della polizia afgana, spalleggiata dalle forze dell’ISAF (la forza militare controllata dalla NATO che ha il compito di garantire la sicurezza in Afghanistan) all’interno dell’ospedale di Emergency a Lashkar Gah sono state trovate delle armi. A testimonianza di questo ritrovamento, l’agenzia internazionale Associated Press ha pubblicato un video. In un altro video, questa volta pubblicato da Emergency, è stata confermata la presenza di forze ISAF dapprima negata dal governo afgano. In seguito al blitz sono stati arrestati tre cittadini italiani, in un primo momento con l’accusa di aver complottato per l’omicidio del governatore della regione di Helmand.

La reazione del governo italiano è stata scioccante. Il ministro degli esteri Franco Frattini si è affrettato ad abbandonare l’associazione ONG italiana ed i tre cittadini arrestati al proprio destino. Nella serata di ieri, quando assurde notizie a proposito di una confessione da parte dei tre fermati si sono diffuse nella stampa internazionale per poi essere prontamente smentite, Frattini ha dichiarato che la partecipazione di cittadini italiani all’organizzazione di atti terroristici è una vergogna per l’Italia. Emergency, paragonata a una associazione terroristica non sembra godere dei normali diritti che il diritto internazionale conferisce al personale umanitario. E’ anche circolata la notizia che l’associazione di Gino Strada non avrebbe permessi necessari per esercitare in Afghanistan. La notizia è falsa.

Ma se non fossero state sufficienti le parole di Frattini, un altro grande intellettuale compagno di partito del ministro, ha sentito la necessità di esprimere il suo pensiero. Maurizio Gasparri ha infatti dichiarato che Emergency è un danno per l’Italia. Ma da dove nasce questo odio? Come si spiega questa ostilità?
La fede politica di Strada non c’entra, di questo sono quasi sicuro.

Per capire meglio le ragioni di questo atteggiamento bisogna tornare al 2001. Dopo l’inizio dell’operazione Enduring Freedom, creata dagli Stati Uniti con lo scopo di deporre il regime dittatoriale talebano e arrestare lo sceicco del terrore Osama Bin Laden ospite del governo di Kabul, l’Italia si affrettò a garantire il proprio appoggio alle operazioni militari in Afghanistan. Il contingente militare italiano fu inserito nelle forze ISAF. Anche allora era al governo Silvio Berlusconi, Gasparri era ministro e qualche mese dopo lo sarebbe diventato anche il fedele Frattini.

Emergency era in Afghanistan dal 1999. Perché?
La guerra civile in Afghanistan non è iniziata nel 2001. Il paese è costantemente in guerra dal 1979 ed anche prima dell’intervento americano ogni mese si contavano decine di morti frutto di combattimenti e mine anti-uomo. Emergency aveva deciso di aprire due ospedali (che sarebbero poi diventati tre) nel paese asiatico, come sostegno alla popolazione civile afgana. Il primo fu aperto nella valle del Panshir, governata allora dai mujaheddin di Massoud, eroe delle resistenza antisovietica e fiero avversario del regime talebano di Kabul. Dopo lunghe trattative con i talebani, Emergency è anche riuscita ad aprire un ospedale nella capitale afgana. In quotidiano contrasto con le autorità locali, negli ospedali era impossibile introdurre armi (regola imprescindibile degli ospedali di Emergency), i feriti venivano curati a seconda della gravità delle loro ferite e le donne non erano costrette a portare il famigerato burqa, già anni prima della campagna retorica portata avanti dalle forze di occupazione americane.

Quando l’intervento italiano in Afghanistan fu deciso, il governo Berlusconi fu felice di apprendere che esistevano nel paese asiatico delle strutture italiane capaci di curare gli eventuali soldati feriti. Per questo motivo furono offerti tre milioni di euro all’associazione guidata da Gino Strada e Teresa Sarti, come contributo per l’adeguamento dell’ospedale alle esigenze belliche, con l’ulteriore richiesta di favorire i militari nel triage.
Il rifiuto di Emergency fu netto. Gino Strada dichiarò allora che era assurdo ricevere tre milioni di euro per la pace da parte di chi ne spendeva trecento per la guerra. Il caso diventò materia di discussione politica ma si rivelò anche una scelta economica azzeccata da parte dell’onlus: il flusso di donazioni dopo la decisione aumentò decisamente, permettendo ad Emergency di lavorare al meglio delle sue possibilità senza il contributo governativo.

La mia impressione è che il governo italiano non abbia dimenticato quello smacco.
Penso anche che la parola vergogna sia un’arma a doppio taglio. Se ci si deve vergognare di aiutare migliaia di persone in un paese straziato dalla guerra mi chiedo quanto ci si debba vergognare a usare delle ore di angoscia per la sorte di tre connazionali come strumento politico di miserabile vendetta.


Medici scomodi.

11 aprile 2010

Ho conosciuto Marco Garatti nel 2004.

Dopo un breve giro di telefonate con Milano, durante le quali spiegammo l’emergenza sanitaria che si stava verificando a Palermo nei giorni in cui stava nascendo l’esperienza del laboratorio Zeta, Marco fu inviato in Sicilia e mise a disposizione tutta la sua enorme esperienza di medico di guerra e la sua sensibilità umana. Io facevo parte del gruppo dei volontari di Emergency da più di due anni, un periodo durante il quale avevo imparato ad amare la folle impresa di questi medici, uomini capaci di sfidare la morte per aiutare il prossimo. Mi sembrava l’ideale eroico per eccellenza: uomini che vanno dove regna la violenza per portare speranza, cure e rispetto. Marco fu straordinario, e tutti noi ci accorgemmo di avere a che fare con uomo giusto.
Anche oggi che la mia esperienza di volontario per Emergency è finita sono convinto che quel simbolo, quella E dentro al cerchio, significhi ancora pace. Emergency è in Afghanistan dal 1999. Ha lavorato nella valle del Panshir, a Kabul e a Lashkar Gah, portando solo cure, aiuto, soccorso alla popolazione civile.

In questi giorni terribili, che seguono un anno molto triste per Emergency, segnato dalla morte di Teresa Sarti, il governo afgano e l’esercito che lo tiene al potere ha deciso di vendicarsi dell’associazione. Gli arresti dei tre uomini italiani a Lashkar Gah (oltre a Marco ci sono anche un altro medico, Matteo Dell’Aira ed il tecnico Matteo Pagani) sono una chiarissima ritorsione per quanto avvenuto un paio di anni fa, nei giorni del drammatico rapimento di Daniele Mastrogiacomo. La maggiore capacità di un uomo di pace come Gino Strada nel muoversi tra l’umanità martoriata dell’Afghanistan aveva permesso allora una liberazione indolore per il giornalista italiano. L’orribile morte dell’interprete di Mastrogiacomo non fu purtroppo evitata, ma bisogna sempre ricordare che le trattative vennero portate avanti avendo come controparte un gruppo di feroci terroristi, non disposti a perdonare un afgano che cercava solo di sbarcare il lunario aiutando gli stranieri.

Non è strano che ciò che non può riuscire a un esercito, riesca a pochi uomini di pace. Ma non è neppure un caso che da quel momento in poi, Emergency sia diventata una realtà scomoda per il governo afgano. Strutture sanitarie non controllate da apparati di governo di nessun tipo e dedite soltanto alla cura dei feriti e degli ammalati, sono una bestemmia in un paese in guerra che nei privilegi accordati a chi combatte dalla “parte giusta” vede la prassi quotidiana. In questo contesto, maturò allora l’arresto di Rahmatullah Hanefi, il mediatore di Emergency che aveva permesso la liberazione di Mastrogiacomo. Solo dopo alcune settimane Hanefi fu liberato, naturalmente libero da ogni accusa.

Ciò che rende straordinaria l’esperienza di Emergency è l’idea che la pace si ottenga praticando ogni giorno piccole o grandi azioni di pace. Curare un bambino o permettere a una donna ferita di tornare a camminare sono atti rivoluzionari in territori segnati dal dolore e dalla guerra. Quanti talebani sono stati convertiti alla pace dalle bombe e quanti potevano esserlo dalle cure e dall’istruzione?

Le accuse per le quali sono stati arrestati Garatti, Dell’Aira e Pagani sono talmente ridicole che non vale neppure la pena di ripeterle. Le trovate qui, io non voglio neppure pensare che siano credibili per chiunque. Basti pensare all’accusa di conservare armi: una delle prime regole di un ospedale di Emergency è che le armi restano fuori, non importa neppure se possono essere usate come mezzo per difendersi.
Le dichiarazioni del ministro Frattini, d’altra parte, sono state veramente irresponsabili. Sottolineare come Emergency non faccia parte della missione di pace italiana, lavandosi di fatto le mani della sorte degli arrestati, dimostra la minuscola portata umana del governo italiano e la sua incapacità di vedere il sopruso anche quando riguarda cittadini italiani.

Pare che se dovessero essere confermate le accuse, i tre uomini di Emergency rischierebbero la vita.
Un medico che lavora in un paese di guerra sa che la morte può trovarlo in qualsiasi momento. Fa parte dei rischi, le bombe non sono mai davvero intelligenti. Ma ci si augurerebbe che almeno chi dice di combattere una battaglia contro il terrorismo non contrasti l’attività di un ospedale dedicato alla popolazione civile arrestando degli uomini innocenti.

I tre italiani arrestati a Lashkar Gah devono essere liberati. Il governo afgano ha tutti i diritti di proteggere i suoi membri dagli atti di terrorismo ma sta compiendo oggi un drammatico errore.


Solidarietà agli operatori del 114 per l’Infanzia.

9 marzo 2010

Ci sono realtà virtuose eppure poco conosciute. A Palermo dal 2004 opera il servizio 114 Emergenza Infanzia gestito dal Telefono Azzurro. Fino al 31 dicembre trentacinque operatori altamente qualificati rispondevano 24 ore su 24, 7 giorni su 7 con turni molto impegnativi, alle chiamate al 114. A loro si rivolgevano i bambini e le famiglie di tutta Italia che avevano bisogno di aiuto e di sostegno.

Oggi gli operatori sono stati sostituiti da sette nuovi impiegati, abbastanza qualificati per rispondere alle necessità di chi chiama, probabilmente. Ma la drammatica riduzione del numero dei lavoratori, unita alla necessità del mantenimento del servizio sociale all’infanzia fa sorgere alcune domande. Come faranno in sette a reggere il traffico nazionale? Perché non è stato permesso a chi aveva accumulato una esperienza importante di proseguire il suo lavoro?

La dirigenza dice che il servizio era diventato troppo costoso. Le sovvenzioni per il servizio arrivano però dal Governo, in particolare la prosecuzione del servizio fino ad aprile è garantita grazie ai fondi stanziati dal Ministero per le Pari Opportunità. I sette nuovi operatori sono oggi affiancati da alcuni ragazzi del servizio civile volontario, anche essi pagati con fondi ministeriali.  E’ chiaro che i volontari non possono essere sufficientemente qualificati per un servizio sociale di enorme responsabilità dato che sono stati formati in soli due mesi.

Per protestare contro queste decisioni prese dalla dirigenza del 114, gli ex operatori hanno deciso di occupare la chiesa di San Francesco Saverio nel quartiere dell’Albergheria di Palermo, quartiere simbolo per la lotta contro l’infanzia abbandonata e gli abusi contro i minori grazie al lavoro di padre Scordato, parroco della chiesa occupata.  Gli occupanti chiedono il rispetto dei loro diritti, come il diritto al lavoro ed ad un equo trattamento anche per i precari che perdono il lavoro, ma chiedono soprattutto che non venga distrutto un importantissimo servizio sociale per la comunità.

La lotta di questi uomini e queste donne che hanno perso il lavoro ha un grande valore simbolico in un’Italia che vede i servizi sociali più importanti tagliati e sfasciati, ogni giorno di più. Licenziando i professionisti e affidando responsabilità enormi a persone con scarsa esperienza e poco qualificate si rischia di distruggere una risorsa fondamentale per i minori in Italia come era stato finora il numero 114 per l’Infanzia. In questi giorni in cui si discute soprattutto di elezioni e di rispetto delle regole, le basi più importanti dell’equilibrio sociale e solidale non devono essere minacciate.


Torno subito.

9 marzo 2010

Dopo una lunga pausa torno a scrivere qualcosa.

Sto bene, non mi hanno rapito gli alieni 😀

Ho solo lavorato a un po’ di cose, spero che alcune daranno frutti.

Il blog è ufficialmente riaperto!


Pomeriggio di violenza allo Zetalab.

20 gennaio 2010

Fino a quando non si assiste alla violenza non è possibile credere che sia possibile.  Ieri, 19 gennaio 2010, è stato versato del sangue in via boito a Palermo, senza nessun motivo.

Dal 2001 nella strada, traversa della centralissima via notarbartolo, un asilo abbandonato è stato occupato ed è diventato un centro sociale. Dopo un inizio assolutamente lineare con la storia di tutti i centri sociali occupati, lo Zetalab è diventato qualcosa di diverso a partire dal 2003 quando ha deciso di ospitare una trentina di persone provenienti dal Sudan che richiedevano l’asilo politico. L’assoluta incapacità dimostrata dall’amministrazione comunale, che già allora era guidata dall’inane Cammarata, nel fornire l’accoglienza per i richiedenti asilo come previsto dalle leggi in materia, aveva trasformato lo Zetalab in un’esperienza inedita di cogestione tra gli attivisti e i sudanesi. Nel corso dei mesi e poi degli anni, il centro sociale si è distinto per la sua attività antirazzista, per la coerenza del suo operato e per l’accoglienza dimostrata agli immigrati che avevano bisogno di un posto dove vivere.

Nonostante un riconoscimento di fatto ottenuto dal Comune, che aveva deciso di fornire l’acqua tramite acquedotto alla struttura occupata, la tensione con l’amministrazione è continuata di fatto per tutta la storia dello Zetalab che è stato anche oggetto di attentati intimidatori e minacce. La situazione è ulteriormente peggiorata dal 2008. L’associazione “Aspasia” ha infatti ottenuto in concessione il bene occupato e, preso atto dell’occupazione, ha avviato le pratiche legali per lo sgombero. Di recente, una sentenza esecutiva ha ordinato la liberazione dei locali ed è stato aperto un tavolo di trattative tra le parti in causa cui hanno partecipato anche esponenti politici locali dell’opposizione che cercavano di mediare tra le posizioni delle istituzioni e quella degli occupanti dello Zetalab. Ci sono stati alcuni brevi momenti di tensione a quanto riportato anche dall’edizione locale di Repubblica.

Ieri mattina alle ore 9 l’ufficiale giudiziario, scortato da uno spiegamento impotente di forze dell’ordine ha provveduto allo sgombero dei locali. I trenta sudanesi sono stati messi sulla strada e sono rimasti sul tetto soltanto due attivisti dello Zetalab ed il consigliere comunale Fabrizio Ferrandelli. C’è stato un ultimo tentativo di intavolare una trattativa, sponsorizzata ormai anche dal comune di Palermo che ha proposto ad Aspasia l’assegnamento di un bene alternativo. Aspasia ha rifiutato.

Nel corso delle ore un piccolo gruppo di dimostranti si è radunato in via boito. Io sono arrivato verso le 16 ed ho trovato un’atmosfera tranquilla, quasi rassegnata. Al di là del cordone protettivo della polizia che si era disposta su due file per chiudere l’accesso al centro sociale, continuava una trattativa ormai chiaramente vana dopo il rifiuto di Aspasia di tornare a discutere. C’erano sicuramente meno di cento persone tra attivisti, simpatizzanti e semplici curiosi. Si sentivano battute, si scambiavano commenti, si arrivava perfino a prendere bonariamente in giro gli amici sul tetto. Quasi tutti i presenti erano convinti di assistere alla morte lenta di una realtà sociale che avevano imparato a conoscere e apprezzare nel corso degli anni.

Dopo il tramonto, due attivisti del centro sociale hanno cominciato una piccola assemblea di autoconvocati, gestita col megafono. Sono state esposte le ragioni del presidio, la decisione di non mollare e l’appello alla convocazione della cittadinanza. Come detto prima, le presenze in via boito non raggiungevano il centinaio. Dopo gli attivisti del centro, apparsi sconfortati e nervosi fin dal primo pomeriggio, una donna appartenente al movimento degli insegnanti precari ha deciso di intervenire per spiegare il sostegno ricevuto nell’organizzazione dei loro incontri proprio dallo Zetalab. In quel momento, senza nessun preavviso, senza alcun motivo, la polizia ha deciso di caricare. Nessuno guardava il cordone, l’insegnante parlava dando le spalle al centro sociale: improvvisamente i manganelli hanno cominciato a roteare e colpire le persone nella prima fila. Come potete immaginare c’è stato un fuggi fuggi generale. Le botte venivano inferte con violenza contro teste scoperte e schiene in fuga, i bersagli erano scelti a casaccio.

La prima carica si è arrestata quasi subito. Purtroppo qualcuno tra i manifestanti ha deciso di reagire ed ha lanciato due bottiglie, nascondendosi vigliaccamente in mezzo alla folla attonita, ancora sconvolta dalle prime botte. La reazione della polizia non si è fatta attendere. Questa volta la carica è stata davvero molto violenta ed i manifestanti sono stati inseguiti fino a via notarbartolo. Ci sono stati tre arresti e la violenza micidiale contro quelli che sono rimasti indietro. Posso dirlo da testimone oculare: la polizia si è accanita con chi era caduto durante la fuga, manganellando a terra, riempendo di botte ragazze e fuggitivi. Da quel momento in poi i manifestanti hanno cercato di tenersi lontani dalla violenza della polizia.

Avendo rivisto in mezzo a noi il provocatore delle bottiglie, un uomo sulla quarantina vestito con una giacca arancione fosforescente, ho chiamato a me uno dei politici presenti chiedendo che venisse isolato. Purtroppo la mia richiesta non è stata ascoltata ed il lanciatore è rimasto in mezzo ai manifestanti, chiacchierando amabilmente con tutti e dimostrandosi se non interno al movimento per lo meno conosciuto da esso. A quel punto ho capito che le cose avevano preso una piega non coerente con le mie opinioni ferme sulla non violenza. Per questo motivo ho deciso di abbandonare la via boito, dopo essermi accertato che i miei amici non fossero feriti. Sono andato via verso le venti. Sul tetto dello Zetalab c’erano ancora i tre del pomeriggio, vicino all’ingresso i sudanesi.

Il presidio davanti allo Zetalab è rimasto anche durante la notte. In particolare, i sudanesi hanno dormito all’addiaccio con tende e coperte portate dai manifestanti. A prescindere dall’opportunità o meno di una manifestazione di protesta, assolutamente pacifica fino al primo assalto della polizia, lo scandalo è rappresentato davvero da queste persone abbandonate che hanno lasciato il Darfur per sfuggire alla violenza e l’hanno ritrovata nella città di Palermo, durante l’anno 2010, in un gelido pomeriggio di gennaio.

Presto per su C6TV i video della violenza.

Update – 11:40
Risulta ferito e in stato di fermo il professore Andrea Cozzo che insegna Teoria e pratica della nonviolenza all’università di Palermo. La notizia si commenta da sola.

Update – 14:15
C6tv pubblica il video di Ruben Monterosso. Guardate e diffondete.

Update – 19:20
La situazione adesso è molto più tranquilla. I tre fermati sono stati rilasciati anche se due di loro sono stati denunciati. Il presidio continua e oggi c’è stata una manifestazione sotto la pioggia.
Sempre sotto la pioggia rimangono però i cittadini sudanesi che venivano ospitati dallo Zetalab.
Sabato pomeriggio grande manifestazione davanti allo Zetalab con l’obiettivo di spostarsi in tutta la città: concentramento alle 16.
Pare che Palermo possa diventare la metà per il corteo dello sciopero dei migranti del primo marzo. Vi terrò informati.


Il processo farsa ai sette Baha’i.

15 gennaio 2010

Ci sono storie sconosciute che però servono a capire la realtà di una nazione. Quella che sto per raccontavi è una di queste.

Nella primavera del 2008 sono state arrestate sette persone in Iran. Si trattava dei membri dell’Assemblea Nazionale Spirituale Baha’i, in pratica sette leader religiosi. Nel paese della Rivoluzione Islamica, però, appartenere a una religione diversa dall’Islam è di per sé una colpa.

I sette sono stati detenuti per più di un anno senza conoscere le accuse che li avevano condotti a soffrire nella tremenda prigione di Evin a Teheran. Non hanno avuto nemmeno la possibilità di parlare con l’esterno o con i loro avvocati. Il premio nobel Shirin Ebadi, voce più celebre del movimento di protesta iraniano all’estero, ha deciso di difenderli in aula ma non le è stato permesso di incontrarli.

Il processo, iniziato il 12 gennaio, vede i sette imputati di qualsiasi nefandezza, dall’organizzazione delle manifestazioni di protesta dello scorso luglio allo spionaggio per Israele, nemico numero 1 del regime. La repressione della protesta ha condotto alla morte, tra le altre, di Neda Agha Soltan e all’arresto di numerosi manifestanti e esponenti politici dell’opposizione. Il regime degli ayatollah, rappresentato dal fantoccio Ahmadinejad, è stato vicino al collasso ma anche oggi non è saldo ed ha quindi bisogno di un capro espiatorio per indirizzare verso un bersaglio l’ira della popolazione causata dalla crisi economica e dalle violenze estive.

Ma chi sono i Baha’i? La fede Baha’i è una delle religioni più moderne del mondo. I fedeli sono monoteisti e diffondono gli insegnamenti del nobile persiano Baha’u’llah, considerato l’ultimo dei  profeti mandati da Dio sulla terra in una serie di grandi uomini che comprende Buddha, Zoroastro, Cristo e Maometto. Questa affermazione è una bestemmia per i fondamentalisti che governano l’Iran.

Per questo motivo dal 1979 le persecuzioni contro i Baha’i si sono intensificate con centinaia di esecuzioni ed arresti, con il divieto di assumere pubblici uffici o di raggiungere un’istruzione elevata. I Baha’i, cui è vietato da principi religiosi il perseguimento di una carriera politica, predicano anche l’uguaglianza tra uomo e donna, la parità di fede e religione, la parità e la fratellanza di tutti gli esseri umani, l’irrilevanza dei confini e la non violenza.

Il processo ai Sette li vede accusati anche di aver costruito un arsenale di armi da fuoco. Questa accusa è totalmente assurda dato il principio di non violenza al quale i fedeli Baha’i sono imperativamente tenuti.

Il regime iraniano non permette l’ingresso al tribunale ai mezzi di comunicazione internazionale: le televisioni controllate dallo stato sono invece in prima fila per raccontare con le immagini la propaganda menzognera del regime che si appresta a condannare a morte i Sette.

La comunità internazionale ha espresso grande preoccupazione per il processo ed lo ha apertamente condannato. E’ prevedibile purtroppo che l’esito scontato del processo abbia anche conseguenze poco felici per gli oltre trecentomila Baha’i iraniani che costituiscono la più grande minoranza religione del paese islamico. Chiunque abbia a cuore i diritti umani e la lotta contro le dittature non può che adottare idealmente i Baha’i. La salvezza dei Sette deve essere un obiettivo per permettere la libertà in Iran.