Pausa tesi.

31 Ottobre 2009

Un saluto e un ringraziamento a chi continua a venire su questo blog nonostante lo scarsissimo aggiornamento.

Il titolare al momento è occupato a scrivere la sua tesi magistrale. Ci sentiamo presto!


Paola Binetti fuori dal Partito Democratico.

14 Ottobre 2009

paola-binetti

C’è un motivo preciso per il quale Paola Binetti siede accanto ai senatori democratici in parlamento.

La senatrice numeraria dell’Opus Dei ha capito che se si unisse ad un altro partito sarebbe una delle tante, giusto un po’ più fanatica dei suoi colleghi. Ma quando è presente tra i banchi dell’opposizione democratica le sue parole hanno un peso schiacciante. Questa ricchezza che il Partito Democratico le consegna ogni volta che viene chiamata a votare Paola Binetti l’ha ricevuta gratuitamente. Voglio ricordare che a causa del Porcellum la senatrice non è stata eletta ma nominata in Parlamento. La legge italiana non consente però ad un partito di espellere dall’aula un deputato, per qualsiasi motivo. Ciononostante è ora che la Binetti vada a sedersi da qualche altra parte.

Qualche mese fa, commentando l’inizio della sfida interna nel PD, avevo auspicato che Paola Binetti decidesse di candidarsi alla segreteria del partito. Sarebbe stato un ottimo modo per misurare la sua importanza tra gli elettori, importanza che fu esagerata dalla necessità di ogni voto durante lo sfortunato governo Prodi. La senatrice non si è candidata alla segreteria e, consapevole della scomodità della sua figura tra gli elettori democratici, ha adottato un basso profilo appoggiando con la sua corrente Dario Franceschini. Col passare delle settimane, però, il segretario in carica ha fatto di tutto per smarcarsi da questi amici scomodi, i cosiddetti Teodem, fino a ieri quando ha finalmente messo in discussione la permanenza stessa di Paola Binetti all’interno del partito.

Meglio tardi che mai. Io vorrei solo ricordare alcune cose di questa donna che può essere a buon diritto chiamata definita una fanatica integralista.

Paola Binetti è contraria al testamento biologico.

Paola Binetti crede che l’esclusione degli omosessuali dal sacerdozio sia un buon rimedio contro la pedofilia. Questo perché la senatrice è convinta che tendenze gay possano portare alla pedofilia. Qualcuno potrebbe dire che la sua è una opinione autorevole perché si tratta di una psichiatra. Mi permetto di dissentire: la senatrice si è laureata all’Università di Pamplona dell’Opus Dei. Non esattamente l’istituto più liberare del mondo.

Paola Binetti ha affermato che non voterà mai nessuna norma giuridica a favore delle coppie gay.

Paola Binetti sostiene l’utilità della mortificazione corporale, dalla possibilità di dormire su tavole di legno per temprare lo spirito a quella di indossare il cilicio, sacrificio che ricorda la fatica del vivere.

Paola Binetti ha dichiarato ieri, dopo aver bocciato una norma che introduceva l’aggravante di omofobia alle aggressioni contro gli omosessuali “l’emendamento rischiava di ”indurre in reato chi la pensa in modo diverso, ad esempio, rivendicare la superiorità del matrimonio”. Se una legge come la Legge Concia, considerata moderata dalla comunità omosessuale, è in grado di mettere fuori legge il pensiero della Binetti, la senatrice non appartiene alla cultura del partito democratico. Vada via subito, noi non la vogliamo.

Tutta la mia solidarietà ad Anna Paola Concia.


Il nobel a Obama, un premio alle intenzioni.

9 Ottobre 2009

Barack Obama Superman

Non è esattamente la settimana di Silvio Berlusconi.

Dopo le vicende del Lodo Alfano, il comitato promotore per il nobel per la pace al nostro presidente del consiglio ha dovuto inghiottire un altro boccone amaro. A Oslo il 10 dicembre salirà sul palco il presidente americano Barack Obama, premiato a poco meno di un anno dal suo insediamento alla Casa Bianca. Scherzi a parte, la mia opinione è che un premio di questo tipo sia assolutamente prematuro. Dieci mesi, anche se condotti con grandissima capacità comunicativa ed una grande capacità di convogliare su di sé le speranze del mondo intero, non possono bastare per qualificare la bontà del percorso politico di un uomo come il presidente americano. Le intenzioni sono buone ma apparentemente non bastano per giustificare un premio così prestigioso.

E’ probabile che un premio di questo tipo sia un incitamento per Barack Obama a continuare sulla stessa strada. D’altra parte, si sono visti nella storia premi nobel per la pace ben più assurdi di quello annunciato oggi: David Rothkopf ne riassumeva dieci in un recente articolo. Tra questi gridano ancora allo scandalo i nobel per Henry Kissinger, Yasser Arafat e Yitzhak Rabin.

Ma la politica di Obama verrà premiata probabilmente soprattutto per il suo evidente contrasto con quella del suo predecessore George W. Bush. Basterebbero per questo le parole pronunciate all’università del Cairo dal presidente lo scorso giugno. Mi dispiace dire che quelli come Christian Rocca che evocano una continuità tra l’operato dei due presidenti sono probabilmente in malafede. Certo Obama è un politico abile, attento alla Real Politik (si pensi al comportamento tenuto in questi giorni con il Dalai Lama) e forse avrebbe potuto spendere qualche parola più coraggiosa a proposito dei fatti iraniani di qualche mese fa. Ma proprio l’Iran può insegnare a vedere come il cambiamento di Obama non sia solo di facciata. Vi invito a guardare questo video, estratto da una conferenza stampa elettorale di John McCain, il candidato repubblicano alle elezioni del 2008.

Proprio così. John McCain cantava sulla base della famosa canzone dei Beach Boys “Barbara Ann” queste fantasiose parole: Bomb Bomb Bomb, Bomb Iran. Non è una esagerazione pensare che con un altro presidente, più vicino al pensiero politico di Bush, oggi avremmo un’altra guerra nel Medio Oriente.

Sono ansioso di sentire il discorso con il quale Barack Obama accetterà il premio tra due mesi. La storia dirà se il premio assegnato ad Oslo sarà da aggiungere a quelli meno opportuni. Io mi auguro che sia l’inizio di una nuova era, se non di pace almeno di speranza.


Notizie da una città dimenticata.

8 Ottobre 2009
palermo-sicilia
In questi giorni, con l’Italia giustamente distratta da altre faccende, a Palermo si consuma lo scandalo quotidiano della pessima amministrazione. Il sindaco Diego Cammarata, rieletto appena due anni fa al comune dopo aver battuto il candidato dell’opposizione Leoluca Orlando, è stato travolto da una incredibile serie di scandali che coinvolgono la sua amministrazione e le aziende comunali che dipendono dalle sue nomine. Cammarata aveva promesso miglioramenti alla viabilità, nella gestione dei rifiuti, nella vivibilità della città. Dopo due anni il suo fallimento è evidente a tutti.
Il sindaco del PDL è ormai in minoranza all’interno del consiglio comunale, consiglio che ha sempre disertato dopo la rielezione (si è presentato in aula solo due volte in due anni, una specie di record nazionale). A Palermo tutti sanno quali sono i problemi che la giunta Cammarata non ha mai affrontato o non è riuscita a risolvere. Fuori dalla Sicilia, invece, le vicende del capoluogo sono poco conosciute. Sarebbe interessante chiedersi perché, visto che Palermo è una delle città più importanti d’Italia, roccaforte di un centrodestra che controlla tutti i livelli della pubblica amministrazione. Tuttavia, in una settimana in cui si parla di morti di serie B dopo la tragedia di Messina, è evidente a tutti i siciliani il riguardo che le notizie regionali hanno sulla stampa nazionale. D’altra parte è una prassi ormai confermata, sottolineata più di una volta anche da Roberto Saviano quando parla di mafia, quella di relegare i problemi del sud al contesto locale, cercando di evitare che essi possano essere discussi a livello nazionale. Ed infatti di sud e di Sicilia si parla soltanto quando viene arrestato qualche latitante o quando succede un disastro. Come se il meridione fosse un ospite poco gradito quando si devono discutere i problemi dell’Italia.
Invece, il caso di Palermo, dimostra come l’insuccesso e l’incapacità della amministrazione locale non siano legati ai soliti inghippi siciliani ma ad una politica più diffusa del centrodestra nazionale impegnato nella costruzione di appalti colossali dove ci sarebbe bisogno di intervenire in fretta per colmare le carenze più elementari che affliggono la popolazione.
L’amministrazione Cammarata bis è travolta in questi giorni da due scandali. Il primo, l’unico ad aver meritato un po’ di spazio a livello nazionale nel telegiornale satirico Striscia la Notizia, riguarda uno scoop fatto dalla giornalista Stefania Petyx. Un impiegato della Gesip, azienda comunale per i servizi, bacino elettorale e clientelare per le amministrazioni locali, sarebbe in realtà al servizio privato del sindaco. Il signor Franco Alioto, marinaio che lavora sullo yacht del primo cittadino, ormeggiato nel porto di Palermo, verrebbe pagato dalla Gesip e quindi con soldi pubblici. Si tratta di uno scandalo personale che coinvolge direttamente il sindaco, il quale si sarebbe impegnato per la sua assunzione e per fare ottenere al suo “skipper” una serie di promozioni assolutamente immotivate; tuttavia le considerazioni che nascono da esso non hanno nulla di privato: ecco come il centrodestra siciliano usa il denaro pubblico che elemosina a Roma. Dopo l’esplosione dello scandalo, rimasto inspiegabilmente confinato nello spazio satirico dell’informazione nazionale, l’opposizione comunale ha cercato in vari modi di presentare una mozione di sfiducia contro il sindaco, che da parte sua naturalmente rifiuta di dimettersi nonostante l’evidenza delle prove presentate contro il suo comportamento. La città è stata per qualche giorno in subbuglio, molti cittadini hanno protestato, manifestato e attaccato il sindaco con nessuna conseguenza. La maggioranza di centrodestra in comune, che nel frattempo probabilmente attende istruzioni dall’alto, fa ostruzionismo per evitare la sfiducia ma allo stesso tempo non si schiera in modo aperto a difesa del sindaco.
Non c’è da stupirsi di questo atteggiamento, visto che il centrodestra siciliano è scosso ormai da mesi da una lotta politica senza quartiere tra i politici di PDL, UDC ed MPA. Ma a prescindere dalla lotta interna, Cammarata è diventato indifendibile soprattutto perché il comune di Palermo è vicino alla bancarotta ed ha chiesto più di una volta l’intervento del governo nazionale per sanare i suoi debiti. Ecco quindi che va sottolineato il secondo e più grave scandalo che sta coinvolgendo l’amministrazione Cammarata: il problema dei rifiuti. La situazione di Palermo è molto simile a quella di Napoli dello scorso anno. L’azienda comunale per la gestione dei rifiuti (Amia) è al tracollo in seguito ad una politica sconsiderata da parte dei suoi amministratori, vicini alla maggioranza di centrodestra. I fondi messi a disposizione per la gestione dell’immondizia sono stati usati per viaggi all’estero dei dirigenti, sponsorizzazioni all’estero e fattispecie estranee alla corretta amministrazione. Nel frattempo, la discarica di Bellolampo, bacino di raccolta della città di Palermo è in una situazione spaventosa: sacchetti di immondizia ai margini dell’abitato cittadino, misure ecologiche violate oltre ogni limite, addirittura un lago non monitorato di percolato pronto ad inquinare per sempre le falde vicine a Palermo. Nessuno parla, ovviamente, di raccolta differenziata. L’Amia perde 100.000 euro al giorno ed ha un buco di 180 milioni di euro (come certificato dal Tribunale di Palermo che ne ha chiesto il fallimento). In questa situazione catastrofica la giunta Cammarata pensa a rilanciare promettendo un inceneritore. Grandi opere per contrastare grandi problemi: peccato che le opere non si facciano e i problemi rimangano.
La situazione è ormai arrivata al tracollo. Questi scandali infatti sono soltanto gli ultimi due di una lunga serie. Nel frattempo tutti scendono dalla barca del sindaco. Nessuno l’ha votato, nessuno lo conosce, nessuno lo approva. Allo stesso tempo nessuno in Italia si occupa di Palermo: vi ricordate come Napoli ed i suoi rifiuti fossero al centro della cronaca italiana? L’indifferenza verso le faccende siciliane è un grave problema per la politica italiana, soprattutto per Partito Democratico. Costruire un’alternativa è necessario ma il partito è in gravissimo ritardo.

La decadenza della democrazia parlamentare in Italia.

2 Ottobre 2009
La costituzione attribuisce al parlamento il potere legislativo. Le due camere approvano le leggi attraverso un meccanismo complesso che prevede la necessità di una votazione doppia sullo stesso testo. Questo procedimento risente naturalmente dei numeri: la maggioranza approva generalmente con una certa facilità le leggi che compongono il programma del governo cui risponde.  La maggioranza richiesta per le leggi ordinarie è quella semplice, il cinquanta per cento più uno.
Ogni deputato risponde solo agli elettori. Questo significa che gli ordini di partito non sono mai obbligatori. Purtroppo con la legge Calderoli (chiamata non a caso Porcellum) agli elettori è stata sottratta la scelta diretta dei propri rappresentanti nell’urna elettorale. Questo ha privato la cittadinanza di un mezzo importante per il controllo dell’azione dei propri rappresentanti eletti in parlamento. I candidati vengono scelti direttamente dal partito in cui militano che li candida in circoscrizioni sicure. Tranne in alcuni casi, l’elenco degli eletti è già disponibile prima delle elezioni. Questo nuovo sistema crea un forte rapporto di riconoscenza tra il deputato ed il partito che lo ha fatto eleggere: il rapporto di fiducia con l’elettore è solo secondario. Per questo motivo quando si arriva alla votazione definitiva, superati gli emendamenti, la linea del partito prevale.
Prima ancora di arrivare in parlamento, però, i progetti di legge vengono discussi in riunioni più ridotte all’interno delle commissioni parlamentari.
La prassi di discutere e votare in commissione di fatto diminuisce l’importanza del parlamento anche se le forze politiche sono rappresentate proporzionalmente nelle commissioni rispetto ai numeri del parlamento.
Il nuovo governo Berlusconi, in carica dal 2008, ha continuamente umiliato il parlamento. I modi principali sono due: un ricorso eccezionale ai decreti governativi, previsti teoricamente solo in caso di urgenza ed emergenza, e l’utilizzo costante della “fiducia”. Porre la fiducia su una votazione parlamentare equivale a dire che se la maggioranza dovesse risultare battuta nella votazione parlamentare, il governo si dimetterebbe. Le dimissioni del governo aprono una crisi politica che i parlamentari hanno ogni interesse ad evitare. Per questo motivo un uso continuo dei decreti impedisce la normale discussione parlamentare e l’uso della fiducia cancella le divergenze di opinione all’interno della maggioranza obbligando di fatto all’unità di voto.
Date queste due tendenze è immediatamente evidente il motivo per il quale il governo Berlusconi non viene battuto in aula. Se non bastasse una larga maggioranza (di cui questo governo comunque gode) la diminuzione delle votazioni e la fiducia fissa sulle questioni che possono mettere in crisi la maggioranza, il ruolo dell’opposizione è ridotto a quello di rumorosa comparsa. Il ricorso al voto segreto sottrae ulteriormente i parlamentari alla loro responsabilità nei confronti degli elettori.
I continui appelli al presidente della repubblica affinché non apponga la sua firma alle leggi controverse sono d’altra parte un po’ eccessivi: il ruolo istituzionale del presidente gli impone di rimanere sempre super partes. Se il presidente dovesse ricorrere a questo potere in modo meno che eccezionale verrebbe messa in discussione la stessa divisione dei poteri causando un conflitto tra il Colle e il parlamento.
Una tale mole di problemi ha degli effetti deleteri sul funzionamento della democrazia parlamentare in Italia. E’ in questo contesto che si affermano delle pratiche sicuramente poco condivisibili quale quella dell’assenteismo parlamentare.
Questa settimana alcuni giornali hanno pubblicato una notizia poco lusinghiera per il Partito Democratico. Cinquantuno deputati non erano presenti alla votazione sulla pregiudiziale di incostituzionalità sullo scudo fiscale, manovra del governo che era stata duramente attaccata dall’opposizione in questi giorni e che costituisce probabilmente un regalo insperato a evasori e malfattori di ogni genere.
Qualcuno si è spinto perfino a dire che tale assenza sia stata volontaria, intenzionale: il PD sarebbe a favore dello scudo fiscale.
L’assenza dei deputati è ingiustificabile. Essi hanno compiuto un grave errore e questo errore sarà sicuramente pagato in termini di voti alle prossime elezioni. Tuttavia mi sento di smontare le tesi dietrologiche.
Intanto perché un avvenimento di questo tipo è legato più al caso che alla programmazione. Se così non fosse, la maggioranza non si sarebbe sicuramente presentata con tante assenze da provocare la possibilità di una sconfitta in aula. Se volessimo interpretare l’assenza di 51 deputati (su 216) come un’azione volontaria del partito dovremmo allo stesso modo pensare che gli assenti del PDL fossero contrari al provvedimento. L’assenza di alcuni nomi eccellenti come quelli di D’Alema, di Bersani e di Franceschini è piuttosto la dimostrazione della casualità di ciò che è successo. Se le assenze fossero state predeterminate è evidente che i nomi degli assenti sarebbero stati scelti con cura per dare meno nell’occhio.
C’è un’altra cosa che i giornalisti sanno e non dicono. Nelle situazioni in cui la maggioranza ha scoperto di non avere i numeri per approvare le leggi, il voto è stato ritardato per permettere l’arrivo dei parlamentari assenti. Ciò potrebbe rendere meno pepata la polemica.
Ma non è possibile comunque giustificare il comportamento dei deputati assenti. Non è questa la mia intenzione. Credo d’altra parte che le gogne mediatiche non servano a molto. Quello che serve è una modifica di alcuni regolamenti parlamentari e della legge elettorale.
Le mie proposte non sono innovative né originali, credo siano solo utili. In breve ecco quello che servirebbe per riportare il parlamento alla sua dignità smarrita:
-Ritorno alle preferenze dirette nell’urna elettorale;
-Divieto del voto segreto;
-Tetto massimo per il ricorso ai voti di fiducia;
-Ritorno allo spirito originario dei decreti governativi.

parlamento-italiano

La costituzione italiana attribuisce al parlamento il potere legislativo. Le due camere approvano le leggi attraverso un meccanismo complesso che prevede la necessità di una votazione doppia sullo stesso testo. Questo procedimento risente naturalmente dei numeri: la maggioranza approva generalmente con una certa facilità le leggi che compongono il programma del governo cui risponde.  La maggioranza richiesta per le leggi ordinarie è quella semplice, il cinquanta per cento più uno.
Ogni deputato risponde solo agli elettori. Questo significa che gli ordini di partito non sono mai obbligatori. Purtroppo con la legge Calderoli (chiamata non a caso Porcellum) agli elettori è stata sottratta la scelta diretta dei propri rappresentanti nell’urna elettorale. Questo ha privato la cittadinanza di un mezzo importante per il controllo dell’azione dei propri rappresentanti eletti in parlamento. I candidati vengono scelti direttamente dal partito in cui militano che li candida in circoscrizioni sicure. Tranne in alcuni casi, l’elenco degli eletti è già disponibile prima delle elezioni. Questo nuovo sistema crea un forte rapporto di riconoscenza tra il deputato ed il partito che lo ha fatto eleggere: il rapporto di fiducia con l’elettore è solo secondario. Per questo motivo quando si arriva alla votazione definitiva, superati gli emendamenti, la linea del partito prevale.
Prima ancora di arrivare in parlamento, però, i progetti di legge vengono discussi in riunioni più ridotte all’interno delle commissioni parlamentari. La prassi di discutere e votare in commissione di fatto diminuisce l’importanza del parlamento anche se le forze politiche sono rappresentate proporzionalmente nelle commissioni rispetto ai numeri del parlamento.
Il nuovo governo Berlusconi, in carica dal 2008, ha continuamente umiliato il parlamento. I modi principali sono due: un ricorso eccezionale ai decreti legge governativi, previsti teoricamente solo in caso di urgenza ed emergenza, e l’utilizzo costante della fiducia. Porre la fiducia su una votazione parlamentare equivale a dire che se la maggioranza dovesse risultare battuta nella votazione parlamentare, il governo si dimetterebbe. Le dimissioni del governo aprono una crisi politica che i parlamentari hanno ogni interesse ad evitare.
L’uso continuo e ingiustificato dei decreti legge da parte del governo impedisce a priori la normale discussione parlamentare e l’uso della fiducia cancella le divergenze di opinione all’interno della maggioranza obbligando di fatto all’unità di voto.
Date queste due tendenze è immediatamente evidente il motivo per il quale il governo Berlusconi non viene battuto in aula. Se non bastasse una larga maggioranza (di cui questo governo comunque gode) la diminuzione delle votazioni e la fiducia fissa sulle questioni che possono mettere in crisi la maggioranza basterebbero a ridurre il ruolo dell’opposizione a quello di rumorosa comparsa. Il ricorso al voto segreto sottrae ulteriormente i parlamentari alla loro responsabilità nei confronti degli elettori.
I continui appelli al presidente della repubblica affinché non apponga la sua firma alle leggi controverse sono d’altra parte un po’ eccessivi: il ruolo istituzionale del presidente gli impone di rimanere sempre super partes. Se il presidente dovesse ricorrere a questo potere in modo meno che eccezionale verrebbe messa in discussione la stessa divisione dei poteri causando un conflitto poco democratico tra il Colle e il parlamento.
Una tale mole di problemi ha degli effetti deleteri sul funzionamento della democrazia parlamentare in Italia. E’ in questo contesto che si affermano delle pratiche sicuramente poco condivisibili quale quella dell‘assenteismo parlamentare.
Questa settimana alcuni giornali hanno pubblicato una notizia poco lusinghiera per il Partito Democratico. Cinquantuno deputati non erano presenti alla votazione sulla pregiudiziale di incostituzionalità sullo scudo fiscale, manovra del governo che era stata duramente attaccata dall’opposizione in questi giorni e che costituisce probabilmente un regalo insperato a evasori e malfattori di ogni genere. Qualcuno si è spinto perfino a dire che tale assenza sia stata volontaria, intenzionale: il PD sarebbe a favore dello scudo fiscale.
L’assenza dei deputati è ingiustificabile. Essi hanno compiuto un grave errore e questo errore sarà sicuramente pagato in termini di voti alle prossime elezioni. Tuttavia mi sento di smontare le tesi dietrologiche. Intanto perché un avvenimento di questo tipo è legato più al caso che alla programmazione. Se così non fosse, la maggioranza non si sarebbe sicuramente presentata con tante assenze da provocare la possibilità di una sconfitta in aula. Se volessimo interpretare l’assenza di 51 deputati (su 216) come un’azione volontaria del partito dovremmo allo stesso modo pensare che gli assenti del PDL fossero contrari al provvedimento. L’assenza di alcuni nomi eccellenti come quelli di D’Alema, di Bersani e di Franceschini è piuttosto la dimostrazione della casualità di ciò che è successo. Se le assenze fossero state predeterminate è evidente che i nomi degli assenti sarebbero stati scelti con cura per dare meno nell’occhio.
C’è un’altra cosa che i giornalisti sanno e non dicono. Nelle situazioni in cui la maggioranza ha scoperto di non avere i numeri per approvare le leggi, il voto è stato ritardato per permettere l’arrivo dei parlamentari assenti. Ciò potrebbe rendere meno pepata la polemica.
Ma non è possibile comunque giustificare il comportamento dei deputati assenti. Non è questa la mia intenzione. Credo d’altra parte che le gogne mediatiche non servano a molto. Quello che serve è una modifica di alcuni regolamenti parlamentari e della legge elettorale.
Le mie proposte non sono innovative né originali, credo siano solo utili. In breve ecco quello che servirebbe per riportare il parlamento alla sua dignità smarrita:

  1. -Ritorno alle preferenze dirette nell’urna elettorale;
  2. -Divieto del voto segreto;
  3. -Tetto massimo per il ricorso ai voti di fiducia;
  4. -Ritorno allo spirito originario dei decreti governativi.

In questo modo sarebbe forse possibile evitare gli scandali quotidiani e migliorare il rapporto del paese con il suo parlamento.


La settimana orribile di Diego Cammarata.

23 Settembre 2009

Diego Cammarata

Sono ormai molti mesi che sostengo che Diego Cammarata è il peggiore sindaco che la città di Palermo abbia mai conosciuto. Già prima dell’inizio di settembre non ero solo in questa percezione ma oggi devo dire che rimane davvero poca gente a difendere il buon Diego. La sua barca, anzi, il suo yacht fa ormai acqua da tutte le parti.
Proprio le barche e l’acqua sono state le due cause della sua recente rovina visto che sembra ormai giunta la fatidica ora delle sue tanto sospirate dimissioni. Io, nel mio piccolo, mi ero già impegnato a chiederle alla fine dello scorso maggio, esausto per l’ennesima figuraccia (si trattava in quel caso della mai risolta emergenza rifiuti). Ma i miserabili fallimenti di Diego Cammarata erano destinati ad aumentare.
Questa settimana si è addirittura aperto il cielo contro di lui. Un paio di giorni di pioggia hanno fatto rapidamente collassare il sistema viario della città provocando crolli e allagamenti in tutta Palermo. E’ bastata un po’ di acqua, ampiamente prevedibile data la stagione, e si è scatenata la follia. Auto bloccate nei sottopassaggi dello scorrimento veloce, crolli, disastri, orrore. Questa foto, scattata da Dario Panzavecchia, rende l’idea.

Palermo allagata
Scene catastrofiche. Sembra una foto di New Orleans nei giorni peggiori dell’uragano Katrina. In realtà è solo la circonvallazione di Palermo dopo due ore di pioggia. Ovviamente un nome veniva gridato con rabbia dai palermitani intrappolati nelle loro automobili, una persona veniva insultata con insistenza dai finestrini delle macchine bloccate nel traffico. Il nome del peggiore sindaco della storia, Diego Cammarata.
Ma la tempesta del secolo non era ancora finita. Sì, perché una volta fermatasi la pioggia sulla testa del sindaco è caduta ben altra sostanza. A vendicare le sorti di una cittadinanza offesa si è schierata una paladina inaspettata: Stefania Petyx, inviata speciale a Palermo di Striscia la Notizia. Con un servizio scandalo che ha fatto il giro d’Italia, la giornalista ed il suo bassotto hanno rivelato un altro abuso del nostro caro sindaco.  Ecco il servizio.

Il servizio si commenta da solo. Ma lo riassumo: un impiegato di una azienda comunale lavora come skipper nello yacht del sindaco. Viene pagato con denaro pubblico per i propri servizi al primo cittadino palermitano. Lo skipper si occupa anche di affittare la barca del sindaco, senza rilasciare la ricevuta fiscale. Si prospettano dunque ben due reati per Diego Cammarata: peculato ed evasione fiscale; l’inchiesta della magistratura è già partita. Per giustificarsi il sindaco del PDL ha dichiarato, da vero signore, che la barca appartiene ai figli e che lui non ha nessuna responsabilità in questa vicenda.
Ovviamente tutti quelli che non sono esattamente “amici del sindaco” (parola d’ordine per sfuggire ai controlli della guardia di finanza, a quanto pare) hanno chiesto a gran voce le dimissioni di Cammarata. Queste non sono ancora arrivate anche se sospetto che non tarderanno a lungo.
Il tempo di Diego Cammarata a Palermo sembra essere davvero finito. Un epilogo tremendo per un sindaco rieletto con numeri importanti da appena due anni. Quanto scommettete che nessuno ammetterà di averlo mai votato?


Cervi ed il fascismo nostalgico.

23 Settembre 2009

Mario Cervi

Mario Cervi è stato a lungo uno dei maggiori collaboratori di Indro Montanelli.
Con il grande maestro del giornalismo ha condiviso la fondazione del Giornale, la creazione della Voce e molte altre vicende entrate a buon diritto nella storia del giornalismo italiano. Oggi a ottantotto anni, classe 1921, Mario Cervi è ancora una delle firme di punta del Giornale ed è diventato (sic transit Gloria Mundi) un fedelissimo del direttore Vittorio Feltri. Non stupisce quindi che egli si sia scagliato con incredibile violenza sugli avversari del premier in questo periodo così difficile per quello che il suo amico Indro chiamava “il piazzista di Arcore”.
E’ doloroso però leggere oggi la sua firma accanto ad una lettera come questa, inviata da un lettore in occasione della prima uscita de Il Fatto Quotidiano, il nuovo atteso giornale diretto da Antonio Padellaro.
In poche righe questo gentile lettore auspica la creazione del reato di lesa maestà per le critiche nei confronti del premier giungendo anche a chiedere che vengano somministrate delle bastonate agli oppositori di Silvio Berlusconi.
Dopo le bastonate Marco Travaglio e gli altri (Franceschini, D’Alema, Mannoni) la smetteranno di insultare il premier. In un primo momento avevo creduto, fuorviato da un link, che le parole fossero da attribuire proprio a Mario Cervi. Ma il decano dei giornalisti risponde così al suo lettore
http://www.ilgiornale.it/pag_pdf.php?ID=113445
Cervi riconosce la tentazione di parte degli elettori del centrodestra italiano, di affidarsi ad un decisionista, sospendendo la libertà di espressione. Le bastonate però vanno evitate anche per non concedere alibi alla sinistra che è davvero troppo vittimista.
Attenzione, non siamo nel 1924. Nessuno ucciderà Giacomo Matteotti.  Io provo però un dolore che nasce dalla consapevolezza che una parte degli italiani desidera un nuovo fascismo. Ci sarà bisogno di molto lavoro, dopo la caduta di Berlusconi, per fare tornare la civiltà democratica in Italia.


La verità sui respingimenti in mare.

7 Settembre 2009

respingimenti

Chiunque abbia assistito all’ultima puntata del formidabile programma di Riccardo Iacona, Presa Diretta, non potrà dire di non conoscere la realtà che si nasconde dietro alle incredibili bugie che ci sono state raccontate dal governo italiano in questi mesi. Lo spot dei respingimenti, utile soprattutto a fini elettorali, a vantaggio di una Lega Nord che sta diventando forza rilevante e simbolo dello spaesamente di questa nazione, è la copertura per un traffico di uomini che dovrebbe fare nascondere dalla vergogna i nostri governanti.
Ma partiamo da alcuni dati. Il primo respingimento in mare è stato compiuto dal governo Berlusconi nel maggio del 2009. Una motovedetta della guardia di finanza ha fermato una nave di disperati, ammassati in un barcone in balia della corrente ed anziché portarli al più vicino porto italiano come prevedono le leggi internazionali per il soccorso in mare, li ha condotti in Libia affidandoli alle forze dell’ordine del paese dittatoriale africano. L’Italia e la Libia sono legate da qualche mese da un trattato vergognoso che stabilisce una collaborazione diretta tra i due paesi per la lotta all’immigrazione clandestina. Lo sbarco dei migranti è infatti percepito come una minacca in Italia grazie alle campagne di stampa fomentate dalle televisioni del premier. In realtà, solo il cinque per cento delle entrate illegali in Italia avviene tramite viaggio in mare. Chi viaggia in questo modo, inoltre, ha nella maggior parte dei casi diritto all’asilo politico. Ma su questo argomento torneremo in seguito. Giunti in Libia i migranti vengono affidati alle forze dell’ordine libiche che li costringono a salire su dei container, ricorrendo alla violenza quando i disperati cercano di ribellarsi.
In un’intervista rilasciata a Iacona apparsa nel programma di ieri sera, l’ex ministro Giuliano Amato ha ammesso che le trattative con la Libia era cominciate già durante il governo Prodi. Un accordo non era stato raggiunto, ma l’ex ministro dell’interno ha dichiarato che con Tripoli si erano discusse semplicemente delle clausole tecniche, con nessuna attenzione alla componente umanitaria. Non è possibile fare il processo alle intenzioni ed il tracollo del governo Prodi ci impedisce di sapere se si sarebbe arrivati ugualmente al livello di lesione del diritto internazionale umanitario cui assistiamo giorno per giorno. Il nuovo governo Berlusconi invece ha subito messo in atto, senza alcun passaggio parlamentare, un accordo con la Libia di Gheddafi che prevede il passaggio di denaro, mezzi e uomini per aiutare gli africani a combattere il fenomeno già dalle coste del Mediterraneo.
Ci troviamo qui davanti alla prima evidente violazione del diritto umanitario. La Libia non è tra i paesi che hanno firmato la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo del 1948 ed ancora oggi non riconosce il diritto d’asilo. Secondo la convenzione, di cui l’Italia fa invece parte, il diritto d’asilo è il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni. Secondo la legge Bossi-Fini, varata nel 2002 da una maggioranza di governo simile a quella attuale, il respingimento dei richiedenti asilo è vietato. Altrettanto illegittimo è il respingimento delle donne incinta e dei minorenni. Ognuna di queste disposizioni è oggi violata in modo aperto dalla politica dei respingimenti in mare del governo italiano. Ma se non ci fosse la legge italiana a vietare questo comportamento, entrerebbe comunque in gioco il diritto internazionale che vieta i respingimenti collettivi proprio perché essi non permettono l’identificazione dei migranti e il riconoscimento di eventuali richieste di asilo politico.
Ma c’è dell’altro. Il presidente del consiglio Silvio Berlusconi ha di recente dichiarato che il problema della richiesta del diritto d’asilo non sussiste perché ai migranti respinti verrà data la possibilità di fare richiesta dalla Libia. Ciò è assolutamente falso. In primo luogo, come abbiamo visto, la Libia non riconosce il diritto all’asilo politico. In secondo luogo il personale delle Nazioni Unite non ha l’autorizzazione necessaria ad accedere nelle carceri libiche. Resoconti orribili arrivano da queste prigioni, storie di torture, violenze e ricatti che meritano un approfondimento ulteriore. Ciò che mi preme dire subito è che è stato dimostrato che a bordo della barca respinta a maggio c’erano donne, bambini e uomini provenienti da paesi in guerra ai quali sarebbe stato concesso, in virtù delle leggi italiane, immediato asilo politico. Essi sono invece in carcere oggi, sottoposti a terribili patimenti.
In questo momento, vorrei chiudere con le parole sensate della portavoce italiana dell’agenzia Onu che si occupa dei rifugiati, l’UNHCR: Laura Boldrini. Oltre ad essere una violazione del diritto umanitario palese, la politica dei respingimenti provoca anche conseguenze culturali molto rilevanti. I pescatori siciliani oggi hanno paura di aiutare i migranti.
Con le nuove leggi in materia di immigrazione clandestina, nel timore di passare per complici, questi uomini che nel corso dei decenni sono stati il primo esempio di solidarietà e umanità verso gli sfortunati viaggiatori del mare, oggi si tirano indietro. La Fortezza Europa è sempre più irraggiungibile.

(Continua-)


Non è un paese per tutti.

2 Settembre 2009

nomore gay basta froci forza nuova

Benvenuti in Italia, la nazione che ogni giorno ospita nelle pagine dei suoi giornali una storia di aggressione ai danni di omosessuali. Ormai l’attacco al gay sembra diventato sport nazionale. Nessuno si risparmia: dall’oscena brutalità di un uomo chiamato Svastichella contro due ragazzi colpevoli soltanto di baciarsi alla aggressione al cantante Rez, finendo con l‘attacco vergognoso di Vittorio Feltri contro il direttore di Avvenire Dino Boffo.
Ma che cosa sta succedendo?
Soltanto ieri notte l’ultimo attacco: due bombe carta contro un locale gay a Roma, la nostra capitale. Quella Roma ormai preda dei fascisti e degli intolleranti. Come sono cambiate le cose in pochi mesi…
Ma forse la chiave è proprio nel breve tempo trascorso. Il fuoco dell’odio non si era mai spento e ha trovato oggi le condizioni migliori per tornare a mostrarsi.
Dobbiamo attenderci questo dall’autunno? Dopo gli extracomunitari toccherà ai gay diventare i nuovi paria, difendersi dalle aggressioni e dall’odio? Ogni settimana di più, ogni giorno di più l’Italia è sempre di meno il paese che conoscevamo.
Non è più un paese per tutti.


Silvio l’Africano.

1 Settembre 2009

Libia Italia Berlusconi Gheddafi

Se c’è una cosa di cui non può essere rimproverato Berlusconi è di disinteresse verso l’Africa.
Il premier non è sicuramente particolarmente interessato ai problemi della povertà e della guerra nel continente nero, come hanno di recente sottolineato Bob Geldof e Bono Vox denunciando il mancato rispetto delle promesse fatte negli scorsi anni dall’Italia. Ma se si presenta l’occasione del business, ecco che Berlusconi diventa il nuovo Nasser, sostenitore del panarabismo, della Libia e del Maghreb. Oggi per la prima volta nella storia d’Italia, un presidente del Consiglio parteciperà alle celebrazioni per l’anniversario del colpo di stato compiuto dal colonnello Gheddafi nel 1969. Quaranta anni fa il Colonnello rovesciava il re Idris, eroe della resistenza anticoloniale. L’anziano re, che aveva abdicato da pochi giorni in favore del figlio, era considerato troppo debole dal nazionalismo panarabo, troppo vicino alle potenze occidentali (al cui fianco aveva combattuto durante la seconda guerra mondiale) e soprattutto troppo poco determinato contro Israele, nemico giurato dei nasseriani. La nuova Libia di Gheddafi si dimostrò invece ben più spietata. Gli ebrei fuggirono in Italia, mettendo fine ad una comunità secolare nel continente africano ma una sorta peggiore toccò agli italiani libici. Essi vennero cacciati, perseguitati, furono sottoposti a violenza ed i loro possedimenti vennero espropriati. Non voglio entrare nel merito del colonialismo che considero sempre sbagliato ma l’inimicizia nei confronti del nostro paese da parte della nuova leadership libica non poteva essere espressa in modo più esplicito.
Oggi invece Berlusconi va a Tripoli, accompagnato dalle Frecce Tricolori. Il premier sarà nella capitale libica testimoniando il suo progressivo allontanamento dalla politica estera della Comunità Europea. Sarkozy, invitato, ha cortesemente declinato. Addirittura Medvedev ha rifiutato di essere presente e parliamo di un uomo che fu tra i primi a congratularsi con Ahmadinejad dopo le elezioni dello scorso giugno in Iran. Una sola importante adesione è arrivata da un continente diverso da quello africano: Chavez, dittatore democratico del Venezuela sarà presente. Spero proprio che sia scattata una foto dei tre leader abbracciati: un feroce dittatore, finanziatore del terrorismo come Gheddafi;  il simbolo dell’antiamericanismo Hugo Chavez, che giorno dopo giorno annienta le libertà civili del suo paese; infine, Silvio Berlusconi, sua emittenza, l’uomo che non perde mai occasione per umiliare la dignità italiana.
Gheddafi nel frattempo attacca ancora Israele dimostrando di aver cambiato ben poco delle sue idee in politica estera. In risposta gli israeliani chiamano il dittatore libico “pagliaccio”, chiedendosi chi ancora lo tenga in considerazione. Beh, purtroppo la risposta è anche troppo evidente.
Ma come si concilia questa amicizia e questo trasporto a favore del Maghreb con le politiche razziste e inumane dei respingimenti in mare? Come spiegare l’accordo vergognoso con la Libia di Gheddafi, pronta a diventare discarica di clandestini ma mai autorizzato dal Parlamento Italiano? Semplice, basta mentire ed il premier è un professionista. Un esperto nel cambiare la propria opinione a seconda dell’interlocutore con il quale ha a che fare.
Il blogger Daniele Sensi ha il merito di avere tradotto e reso disponibile per il pubblico italiano una recente intervista concessa da Berlusconi ad una televisione tunisina di cui il presidente del consiglio possiede una fetta importante. Nessma TV si propone di fare al Maghreb quello che Mediaset ha fatto all’Italia. Come se in Africa non avessero già i loro problemi.

In sintesi, Berlusconi si è vantato di fronte a milioni di telespettatori africani di essere un grande statista, di amare profondamente l’Africa e aver tenuto conto di questo amore e di questo trasporto per le politiche del suo governo. “La politica del mio governo è dare casa, lavoro, istruzione e assistenza sanitaria ai migranti“. Chissà cosa ne pensa la Lega di questo programma. Secondo me è d’accordo, perché tanto si sa, Berlusconi non mantiene mai ciò che promette e comunque le poltrone dei leghisti a Roma Ladrona ormai non le tocca più nessuno. Con buona pace degli elettori. E della verità.